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Domanda

Buonasera, ho lavorato per un anno presso un’azienda come dipendente con contratto a tempo determinato, ma il datore di lavoro non mi ha ancora pagato gli ultimi 4 mesi lavorativi ed il TFR, e vista l’aria che tira penso proprio che non abbia alcuna intenzione di pagarmi..Cosa posso fare?

Risposta dell’avvocato online

Per garantire il diritto a ricevere la retribuzione mensile e le altre somme discendenti dal contratto di lavoro subordinato la legge prevede a favore del lavoratore diversi rimedi.

Le procedure più veloci sono quelle di tipo conciliativo, che possono essere esperite anche senza la necessaria assistenza di un avvocato. Esse vengono utilizzate soprattutto nei casi in cui il rapporto di lavoro non sia ancora concluso, proprio per evitare che esso venga incrinato dal ricorso a procedure giudiziarie di tipo contenzioso.

Prima di tutto, è possibile presentare alla Direzione Territoriale del Lavoro un’istanza per esperire un tentativo di conciliazione con il datore di lavoro presso la relativa Commissione ex art. 410 c.p.c. In questo caso verrà comunicata alle parti una data di udienza, in cui esse, assistite da un rappresentante ciascuno, verranno indotte a trovare un accordo. Essa non è una procedura obbligatoria ed è del tutto gratuita.

Una procedura più incisiva nei confronti del datore di lavoro è quella che consente al lavoratore di chiedere l’intervento dell’Ispettorato del lavoro, presentando una richiesta alla Direzione Territoriale del Lavoro e chiedere una conciliazione monocratica (un istituto nato con la cosiddetta Legge Biagi attuata con il decreto legislativo n. 124 del 23.4.2004). Essa è più gravosa per il datore di lavoro perché se essa fallisce o il datore non si presenta, gli Ispettori procederanno ad una ispezione presso la sede del datore di lavoro per accertare eventuali violazioni alle leggi lavoristiche, come la corretta messa in regola di tutti i lavoratori ed il versamento dei contributi previdenziali, e in caso di irregolarità è prevista l’applicazione di pesanti sanzioni.

Nel caso in cui le procedure di tipo conciliativo non hanno sortito effetto alcuno, il lavoratore può rivolgersi ad un avvocato e procedere giudizialmente con un ricorso per decreto ingiuntivo disciplinato dagli articoli 633 e seguenti c.p.c. Si tratta di una procedura molto veloce (dai tre ai sei mesi) che consente di ottenere in tempi brevi dal Tribunale civile competente un titolo esecutivo quando si abbia la prova del credito di lavoro (come le buste paga non quietenziate, cioè non firmate). A seguito del ricorso si apre un procedimento, definito monitorio, all’esito del quale il giudice emette un’ingiunzione di pagamento: essa consiste in un ordine diretto al datore di lavoro di pagare la somma ingiunta al lavoratore immediatamente oppure entro e non oltre il termine di 40 giorni, decorsi i quali senza che sia avvenuto il pagamento si procederà ad esecuzione forzata. Il datore ingiunto, però, può presentare in questi 40 giorni un’opposizione al decreto ingiuntivo, qualora contesti il suo diritto di procedere ad esecuzione, che ha l’effetto di far aprire un giudizio ordinario di cognizione con conseguente allungamento dei tempi processuali. La fase dell’opposizione al decreto ingiuntivo, secondo la dottrina e la giurisprudenza dominanti, costituisce un giudizio ordinario di merito avente ad oggetto la pretesa vantata dal creditore ingiungente nel corso del quale il Giudice deve accertare il fondamento della pretesa fatta valere col ricorso per ingiunzione. In altri termini, deve valutare l’an ed il quantum della pretesa creditoria. Qualora nessuna opposizione venga presentata, dopo 40 giorni il decreto ingiuntivo diviene definitivamente esecutivo, con la conseguenza che se il datore ingiunto non ha ancora pagato si procede con l’avvio della esecuzione forzata del credito, che consente di aggredire i beni del datore di lavoro con le forme coattive del pignoramento.

Diversamente, nel caso in cui il lavoratore non sia in possesso di prove certe dell’esistenza del suo credito può esperire un ordinario giudizio, con tempi conseguentemente più lunghi, diretti ad accertare l’esistenza del diritto di credito. In tal caso, se a conclusione del processo ordinario viene emessa sentenza di condanna che riconosce il diritto di credito e la condanna del datore di lavoro al pagamento degli arretrati, la sentenza può valere come titolo esecutivo per procedere ad esecuzione forzata.

Se anche a seguito dell’esecuzione forzata il lavoratore non è riuscito ad ottenere quanto a lui dovuto, per incapienza del patrimonio da escutere, può presentare istanza di dichiarazione di fallimento del datore di lavoro. In questo modo, dato che i tempi di soddisfacimento del credito possono essere molto lunghi, la legge prevede la possibilità di ottenere dal Fondo di Garanzia dell’INPS il pagamento delle ultime tre mensilità lavorative ed il TFR, al riguardo occorre presentare una specifica richiesta presso l’INPS. Per i restanti crediti occorrerà insinuarsi al passivo fallimentare.

Nel suo caso specifico, considerato che il rapporto di lavoro è già concluso e che il suo ex datore di lavoro è poco propenso a concedere volontariamente il pagamento delle retribuzioni che le spettano sarebbe poco utile ricorrere alla procedura di tipo conciliativo dinanzi alla Direzione Territoriale del Lavoro, ma è bene passare alla procedura più incisiva davanti l’Ispettorato del Lavoro. Infatti, il timore di incorrere nelle pesanti e severe sanzioni che l’Ispettorato può irrogare a seguito dei controlli potrebbero indurlo a concedere il pagamento di quanto a lei dovuto. Mentre, nel caso in cui vi sia la possibilità che l’azienda presso cui lavorava sia in crisi e che ci sia il rischio che l’azienda possa trovarsi presto senza liquidità, sarebbe più opportuno procedere subito con la via giudiziale del ricorso per decreto ingiuntivo ex art. 633 c.p.c., che le consente di avere in tempi brevi un titolo per procedere all’esecuzione coattiva del credito.