La capacità giuridica

Il concetto di capacità giuridica nell’ordinamento italiano

Il concetto di capacità giuridica indica generalmente l’attitudine del soggetto ad essere titolare di diritti e doveri, cioè ad essere titolare per il solo fatto di nascere di diritti innati, dei diritti inviolabili della persona umana. Ci si riferisce, in particolare, all’idoneità ad essere titolari dei diritti fondamentali della persona di all’art. 2 della Carta costituzionale.

La definizione di capacità giuridica non si coglie direttamente né dal codice civile, che all’art. 1 si limita ad enunciare che la capacità giuridica si acquista al momento della nascita, né dall’art. 22 della Costituzione, secondo cui nessuno può essere privato della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.

La persona come valore fondamentale

La mancanza di una definizione normativa di capacità giuridica dipende probabilmente dalla circostanza che trattasi di un concetto così permeato nel nostro ordinamento giuridico, trovandosi alla base delle sue disposizioni e fungendone da presupposto, da non richiedere alcuna esplicita previsione dichiarativa. Il concetto di capacità giuridica è, infatti, strettamente legato al riconoscimento dei diritti della persona da parte degli ordinamenti moderni, in cui hanno trovato per la prima volta affermazione i valori di dignità umana e di persona. Il riconoscimento costituzionale del principio di uguaglianza e della necessaria titolarità da parte di tutti gli individui di diritti inviolabili senza distinzioni di sesso, di razza, di religione ha definitivamente consolidato il concetto di capacità giuridica, in base al quale nessun campo di diritti e di obblighi può essere precluso al soggetto a causa della mancanza di qualità o status.

Per tale via, la capacità giuridica è venuta a coincidere con la soggettività giuridica: il soggetto dell’ordinamento è necessariamente portatore di diritti e titolare di situazioni giuridiche connaturate alla sua persona.

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Il concepito

Il diritto positivo subordina la capacità giuridica all’ evento della nascita, rappresentati dal distacco del bambino dal corpo materno da vivo, anche se la sua vita sia durata pochi secondi. Ciò è sufficiente per considerare il soggetto titolare di quei diritti (come quelli successori) legati al suo essere o essere stato un individuo. Il nostro ordinamento non considera il concepito una persona, titolare di capacità giuridica. Ne è prova la circostanza che il nostro ordinamento prevede l’interruzione volontaria di gravidanza (concessa nei primi tre mesi di gestazione dalla legge n. 194/1978), nonché quella secondo cui il nostro ordinamento, ove prende in considerazione il concepito si limita a regolare la situazione di attesa quanto alla titolarità dei diritti a questo attribuibili sul piano successorio. Il nostro ordinamento, infatti, riconosce al nascituro la capacità di succedere (art. 462 c.c.) e di ricevere donazioni (art. 784 c.c.); possono, inoltre, essere revocate le disposizioni testamentarie, fatte da chi ignorava l’esistenza di un figlio o di un discendente concepito (art. 687 c.c.).

Pur se non espressamente prevista dal codice, si ritiene che al concepito sia riconosciuta anche la tutela di interessi non patrimoniali. In particolare, si ritiene che spetti al concepito il diritto ad avere i genitori. Ne è prova la disposizione dell’art. 254 c.c. che ammette il riconoscimento del concepito da parte dei genitori, oppure il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno nel caso di uccisione del padre prima della nascita e dopo il concepimento. Al riguardo, l’evento dannoso si verifica al momento della nascita, perché solo in tal momento si verificano le privazioni economiche ed affettive come conseguenza della morte del padre.

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In secondo luogo, viene ritenuto risarcibile il danno al feto lesivo del diritto alla salute del futuro nato, cagionato da un fatto illecito del genitore o di un terzo (si pensi ad un calcio inferto al grembo della donna). Qui viene direttamente leso il diritto alla salute del concepito, sebbene il danno risarcibile sia un danno futuro, perché manifestantesi in epoca successiva all’evento. Si tende generalmente ad escludere la risarcibilità del danno da procreazione, rappresentato dal danno derivante da una malattia ereditaria di cui il feto sia affetto ovvero dal danno cagionato dal medico nell’accertare gravi anomalie o malformazioni del feto con il conseguente mancato esercizio del diritto all’interruzione della gravidanza.

Nonostante si consideri il concepito come portatore di determinati interessi, essi sono sempre subordinati all’evento della nascita, per cui si ritiene che esso non possa essere un soggetto di diritto, perché il concetto di soggettività giuridica presuppone la capacità ad essere attualmente titolare di situazioni giuridiche. Essa, pertanto, non si addice al concepito che è portatore solamente di interessi futuri, ed è per questo considerato oggetto di diritto. Tale tesi è stata avallata dalla giurisprudenza di legittimità con la sent. n. 16754/2012. In quella occasione la Corte ha avuto modo di affermare che la protezione del nascituro ed il riconoscimento di una sfera di tutela di interessi patrimoniali e non patrimoniali, non deve passare necessariamente attraverso la sua elevazione a soggetto del diritto, ma lo si può anche considerare oggetto del diritto.