Limitazioni alla capacità di agire: quando sono necessarie?

Al compimento dei diciotto anni si acquisisce la capacità di agire. Essa serve a gestire in maniera autonoma i propri interessi. Si possono così stipulare contratti o compiere acquisti senza l’autorizzazione o supervisione di un altro soggetto. Ma non è sempre così. Vi sono dei casi in cui il soggetto, anche se maggiorenne, non può validamente compiere atti giuridici. Vediamo quando ciò si verifica.

Cos’è la capacità di agire?

La capacità di agire è la capacità di gestire in maniera autonoma i propri interessi e di poter compiere validamente atti giuridici. Si possono così firmare contratti ed effettuare acquisti senza la necessaria autorizzazione di un altro soggetto.

Il nostro ordinamento giuridico stabilisce che il soggetto acquisisce la capacità di agire nel momento in cui raggiunge la maggiore età, fissata nel compimento dei diciotto anni.

La fissazione di tale limite di età, uguale per tutti, rappresenta una presunzione di maturità: si presume, invero, che il soggetto maggiorenne abbia la capacità di valutare adeguatamente i suoi interessi e di porre in essere atti che hanno effetti giuridici.

Nella realtà, però, possono esservi casi in cui il soggetto, anche se maggiorenne, non è capace in concreto di comprendere il valore e la portata degli atti che compie. In tale situazione ricadono i soggetti che a causa di una malattia mentale o perché prive in tutto o in parte, per diversi motivi, di autonomia non possiedono una adeguata capacità di discernimento.

Le limitazioni alla capacità di agire

I soggetti “deboli”, ove non fossero destinatari di adeguata protezione da parte del nostro ordinamento, sarebbero esposti a continui rischi connessi al compimento di atti a loro pregiudizievoli. A tale esigenza rispondono gli istituti dell’interdizione, dell’inabilitazione e dell’amministrazione di sostegno che prevedono delle limitazioni alla capacità di agire.

L’amministrazione di sostegno, in particolare, è stata introdotta con legge n. 6 del 2004 che, nel modificare contestualmente gli istituti della interdizione e della inabilitazione, ha predisposto una disciplina improntata più alla tutela della libertà individuale dell’incapace che alla tutela dei suoi interessi. Invero, ha limitato le possibilità di dichiarare un soggetto interdetto, che presuppone una privazione totale della capacità di agire, introducendo l’amministrazione di sostegno.

Quest’ultima è una disciplina particolarmente favorevole per il soggetto incapace perché gli consente di conservare la sua capacità di agire, fatta eccezione per quei determinati atti, specificamente individuati, che nel caso concreto il soggetto non è in grado di compiere e che richiedono l’assistenza necessaria dell’amministratore di sostegno.

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La legge n. 6 del 2004

Secondo un’autorevole dottrina, la disciplina a favore dell’incapace, contenuta nella legge n. 6 del 2004, ha lo scopo di garantire protezione all’incapace. Infatti, nella scelta della misura da adottare non deve guardarsi al grado di incapacità del soggetto ma alla sua concreta e reale esigenza di protezione.

In base questa logica, ad esempio, l’amministrazione di sostegno è stata disposta nei confronti di soggetti non autonomi ma pur sempre in possesso di capacità residuali e contenute; così come è stata disposta a favore di soggetti affetti da gravi malattie mentali che inficiano totalmente le loro facoltà intellettive, ma che siano anche produttrici di invalidità fisiche, in modo che qualunque contatto con il mondo esterno sia precluso. Questo soggetto, seppur privo totalmente della capacità di discernimento, è sottoposto ad una misura di protezione, quale l’amministrazione di sostegno, perché ritenuta in grado di garantire la protezione necessaria alla sua tutela, rendendo inutile una pronunzia di interdizione.

Al contrario, se un soggetto è affetto da una patologia che incide su consapevolezza e autodeterminazione ma non sulla capacità di relazionarsi con il mondo esterno, egli sarà più esposto al rischio di arrecare danni ai suoi interessi, quindi sarà più bisognevole di protezione. In questo caso, sarà più idonea a tutelarlo la disciplina dell’interdizione o quella dell’inabilitazione.

La ratio della disciplina legislativa è di adottare quale criterio da seguire nella scelta della misura da applicare le concrete esigenze di protezione del soggetto. Di conseguenza, il giudice dovrà valutare a quali rischi effettivamente sia esposto, ad esempio verificando quanto la patologia del soggetto infermo incida sulla capacità di relazionarsi, determinando il rischio che compia atti non coscientemente valutati e pregiudizievoli.

L’amministrazione di sostegno

L’amministrazione di sostegno è un istituto regolato dalla legge n. 6 del 2004, dettato per regolare quelle situazioni in cui il soggetto maggiore d’età non sia titolare di un’adeguata capacità di discernimento. In queste situazioni il soggetto è privato solo parzialmente della propria capacità d’agire

L’amministrazione di sostegno ha lo scopo di assistere la persona che per effetto di un’infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica, si trovi nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi (art. 404 c.c.).

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Il presupposto dell’amministrazione di sostegno è uno stato di infermità, o una menomazione fisica o psichica che determina l’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere autonomamente ai propri interessi. 

La procedura

L’amministratore di sostegno è nominato con decreto del giudice tutelare, su richiesta dello stesso soggetto interessato, ovvero dei soggetti indicati nell’art. 417 c.c. Nel decreto di nomina indica gli atti che l’amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario e quelli che il beneficiario può compiere solo con la sua necessaria assistenza. 

Egli rimane titolare della capacità di agire per tutti gli altri atti non espressamente indicati ed in ogni caso può compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana. L’amministratore di sostegno deve tener conto delle esigenze e aspirazioni del beneficiario e in caso di dissenso con quest’ultimo deve informare il giudice.

Gli atti compiuti dall’amministratore di sostegno oltre i limiti dei poteri conferiti sono annullabili su istanza dei soggetti indicati nell’art. 412, comma 1, c.c. sono parimenti annullabili gli atti posti in essere dal beneficiario in contrasto con le prescrizioni contenute nel decreto del giudice tutelare.

E’ una disciplina particolarmente favorevole per il soggetto incapace perché gli consente di conservare la sua capacità di agire, fatta eccezione per quei determinati atti, specificamente individuati, che nel caso concreto il soggetto non è in grado di compiere e che richiedono l’assistenza necessaria dell’amministratore di sostegno.

L’interdizione giudiziale

L’interdizione giudiziale è un istituto che opera quando il soggetto maggiore di età si trovi in uno stato di infermità abituale di mente tale da renderlo totalmente incapace alla cura dei propri interessi. In questi casi egli può essere dichiarato interdetto con sentenza del tribunale su istanza delle persone indicate dall’art. 417 c.c., e cioè dal coniuge, dalla persona stabilmente convivente, dai parenti entro il quarto grado, dagli affini entro il secondo grado, dal tutore, dal curatore ovvero dal pubblico ministero. Il soggetto in tal modo è privato del tutto della capacità di agire, non potendo compiere né gli atti di straordinaria amministrazione né quelli di ordinaria amministrazione.

Mentre la disciplina precedente prevedeva un dovere di interdire i soggetti che versano in una condizione di abituale infermità di mente, la legge n. 6/2004 ha modificato l’art. 414 c.c., statuendo che le persone inferme di mente possono essere interdette quando ciò sia necessario alla loro protezione. La misura viene adottata cioè a favore di soggetti la cui infermità li espone al pericolo continuo di pregiudicare i loro interessi ponendo in essere atti non coscientemente valutati.

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La misura dell’interdizione giudiziale viene considerata una extrema ratio, in quanto viene disposta soltanto quando le altre misure non siano sufficienti a garantire un’adeguata protezione dell’infermo.

All’interdetto è nominato un tutore.

Quali atti può compiere il tutore dell’interdetto? 

Il tutore ha il compito fondamentale di sostituirsi all’interdetto nella gestione del suo patrimonio, nonché nel compimento degli atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione. Gli atti, cioè, vengono compiuti dal tutore ma gli effetti si producono nella sfera giuridica dell’interdetto.

Secondo quanto dispone l’art. 424 c.c. il tutore dell’interdetto è titolare degli stessi poteri del tutore del minore. Pertanto, può compiere autonomamente tutti gli atti di ordinaria amministrazione.

Per il compimento degli atti di straordinaria amministrazione (es. vendita o acquisto di beni), invece, è sempre necessaria l’autorizzazione del giudice.

La sostituzione, inoltre, non può avere ad oggetto atti di carattere strettamente personale, come il matrimonio, il testamento o il riconoscimento del figlio naturale.

Il tutore dell’interdetto, tuttavia, è eccezionalmente ammesso a fare donazioni a favore dei discendenti ma solo in occasione delle loro nozze, e potrà continuare l’esercizio dell’impresa commerciale su autorizzazione del tribunale ordinario.

L’incarico del tutore non può avere una durata superiore ai dieci anni, ad eccezione del coniuge, del convivente, degli ascendenti e dei discendenti.

L’inabilitazione

L’inabilitazione presuppone uno stato di infermità di mente meno grave di quella necessaria per la pronuncia di interdizione, ma pur sempre abituale. Possono essere inabilitati i prodighi, coloro che fanno abitualmente uso di sostanze alcoliche o stupefacenti che espongano a gravi pregiudizi economici se stessi o la loro famiglia, i ciechi ed i sordomuti che non abbiano ricevuto una idonea istruzione.

All’inabilitato è nominato un curatore, affinché compia in nome dell’inabilitato gli atti di straordinaria amministrazione. Quest’ultimo, infatti, rimane capace di compiere gli atti di ordinaria amministrazione (atti necessari per la vita quotidiana dell’incapace, che non intaccano la consistenza del patrimonio del soggetto). Viene dichiarata con sentenza del Tribunale e ad essa si applicano le norme sulla curatela degli emancipati.

L’abilitazione, pertanto, può definirsi una forma di incapacità relativa o parziale perché lascia libero il soggetto di compiere gli atti di ordinaria amministrazione.