Successione e lesione della quota di legittima

Quando si ha lesione della quota di legittima e quali sono i rimedi?

Buongiorno. Vi spiego il mio quesito. Nell’anno 1984 io e mio fratello abbiamo acquistato un appartamento per sistemare i nostri genitori che vivevano in una casa in affitto con sfratto esecutivo sopratutto per gli anni avvenire in cui sarebbero diventati anziani. Sia i nostri genitori che io e mio fratello abbiamo chiesto a nostra sorella che era sposata e non viveva con noi se volesse aiutarci nel realizzare questo progetto (in modo che anche lei poi in futuro avrebbe beneficiato dell’investimento). La sua risposta fu negativa, non ne volle sapere rifiutando di darci l’aiuto economico di cui avevamo tanto bisogno. Di conseguenza i nostri genitori dissero di intestarci l’appartamento (per evitare anche la tassa di successione che allora esisteva) e di lasciare a loro l’usufrutto gratuito della casa. Cosi facemmo. A distanza di 34 anni (i miei genitori sono ancora in vita) mia sorella pretende che il rogito sia modificato perché secondo lei gli spetta una quota. Lei sostiene questo perché dice che all’epoca mio padre diede un anticipo (20.000.000.di lire) e che poi sostenne delle spese di ristrutturazione con denaro suo e che le cambiali pagate per il saldo (30 cambiali da 670.000 lire con l’ultima da 3.750.000 lire circa erano intestate a lui quindi era denaro suo. Ma i fatti invece sono altri. Il contante che possedeva mio padre all’epoca erano si frutto del suo lavoro e del suo risparmio, ma non solo suo. Io e mio fratello abbiamo sempre lavorato e nel 1984 io lavoravo da 7 anni e mio fratello da 11 anni versando tutto lo stipendio in famiglia contribuendo alle spese famigliari e al risparmio che mio padre faceva. Inoltre noi eravamo giovanissimi e ad alcune sottigliezze non abbiamo pensato per tutelarci ulteriormente oltre che il rogito notarile…e quindi anche se le cambiali erano intestate a mio padre, ogni mese venivano pagate con gli stipendi miei e di mio fratello (con mio padre che lavorava e non lavorava ..cassa integrazione ecc ecc) Tengo inoltre a precisare che i miei genitori vivono ancora in quella casa e in 34 anni gratuitamente. Non gli abbiamo mai fatto pagare l’affitto ma solo le spese di consumo. In quanto tutte le spese/tasse sono sempre state a carico nostro e pagate puntualmente. E quindi penso che anche se quel denaro in parte sia stato di mio padre se lo sono stra goduti in 34 anni vivendo gratuitamente. Domanda: può mia sorella mettere le mani sui nostri sacrifici appellandosi alla legittima?Vi ringrazio per l’aiuto che potrete darmi e vi invio distinti saluti.

Risposta dell’Avv. Paola Martinatto Maritano

Buongiorno,
nella questione che pone, si presenta un caso di successione in relazione a precedenti disposizioni patrimoniali durante la vita del de cuius (la persona della cui eredità si tratta).
Riepilogo brevemente i fatti.
Nel 1984 Lei e Suo fratello acquistaste un appartamento, intestato ad entrambi. L’appartamento era destinato, fin dall’acquisto, ad abitazione dei Vostri genitori. Pertanto, sebbene intestato a voi fratelli, sull’immobile venne da voi disposto l’usufrutto, in favore dei vostri genitori, i quali vi hanno abitato da allora e continuano ad abitarvi oggigiorno.
Oltre a voi due, esiste un terzo figlio, vostra sorella. Costei, all’epoca, pur coinvolta nella proposta di acquistare l’immobile con la destinazione prescelta, se ne volle totalmente astenere, chiedendo di non essere mai partecipe nell’operazione.
Un aspetto rilevante della situazione consiste negli strumenti di pagamento della compravendita allora stipulata. Infatti, proprio per il carattere familiare dell’operazione effettuata, provenne in parte anche dai genitori – o, più precisamente, dal padre – il denaro utilizzato nell’acquisto.
Da quanto da Lei indicato, l’immobile fu acquistato con un anticipo di venti milioni di lire all’atto di vendita e con la sottoscrizione di cambiali, successivamente puntualmente onorate.
Il denaro proveniva in massima parte dai contributi forniti dai due giovani fratelli lavoratori, nonché in più piccola parte da alcuni risparmi del padre, spesso in situazione di cassa integrazione. Così, di fatto, coerentemente con l’instestazione dell’immobile, furono proprio i due fratelli a sostenerne più della metà del prezzo.
La somma iniziale, tuttavia, risultava di proprietà del padre ed inoltre le cambiali, seppure pagate con le somme mensilmente fornite dai fratelli, di fatto erano state firmate dal padre.
In questi casi normalmente nell’atto di vendita si riportano dettagliatamente gli strumenti di pagamento; tuttavia è possibile anche che nell’atto non si riportino tutti i dettagli e semplicemente sia indicato il prezzo di vendita, l’ammontare dell’anticipo e delle successive cambiali a saldo – senza specificarne le intestazioni.
Da questi aspetti emerge, in primo luogo, che non vi è dubbio che l’intestazione della casa a nome dei due fratelli acquirenti, senza o con l’apporto economico del padre, è in ogni caso regolare e legittima, e la sorella non può in nessun modo avanzare richieste quanto all’intestazione della casa anche a proprio nome, a maggior ragione mai avendo concorso con proprie sostanze all’acquisto.
In secondo luogo, è tuttavia corretto rilevare che l’avere il padre fornito in tutto o in parte le somme destinate all’acquisto può avere rilievo al fine di rivendicazioni future da parte degli eredi.
Nei casi in cui, infatti, l’intero prezzo di un immobile sia stato pagato da una persona diversa dal soggetto al quale l’immobile viene intestato, si parla di cosiddetta “donazione indiretta: si ha donazione quando un soggetto cede gratuitamente e con puro spirito liberale (c.d. animus donandi) un bene patrimoniale ad un altro, senza nulla ricavarne in cambio (Tratta della donazione il codice civile agli articoli 769 e seguenti.) Se invece, ad esempio, un genitore dona un proprio immobile ad un figlio, si avrà donazione diretta dell’immobile. Lo stesso, si tratta di donazione diretta di una somma di denaro se una somma di denaro viene ceduta.
Se, invece, una somma di denaro viene ceduta, ma al solo e preciso scopo di acquistare con essa un determinato bene (ad esempio, un’automobile; la casa), allora si potrà parlare di una “donazione indiretta”: il donante ha inteso donare, di fatto, la casa, l’automobile etc., ma lo ha fatto fornendo la somma di denaro, con la quale il donatario (il ricevente) ha autonomamente effettuato l’acquisto.
Si rientra in questo caso anche con la donazione indiretta attraverso l'”adempimento del terzo” (cfr. art 1180 cc): come nel vostro esempio, i due fratelli comprano la casa, contraendo così l’obbligazione al pagamento del prezzo di acquisto, però un terzo (il papà) adempie al pagamento, così di fatto eseguendo una donazione indiretta a favore dei due figli.
Da quanto Lei riferisce, indubbiamente una parte del denaro è stata fornita dal padre. Una gran parte, invece, dai figli. Di questi, però, nominalmente le somme si riconducevano al padre (firma delle cambiali).
Per inquadrare correttamente il caso, è importante tenere presente:
1) le conseguenze in sede successoria delle donazioni precedentemente effettuate;
2) gli oneri probatori gravanti su chi rivendica quote ereditarie.
Proprio questo aspetto, l’onere probatorio, si rivela decisivo in sede di contesa – e, dunque, è particolarmente rilevante quello che figura in forma scritta – nell’atto di vendita o in documenti di altro genere, quali ad esempio scritture private.
Conseguenze in sede successoria delle donazioni precedentemente effettuate
Premetto e ribadisco, qualsiasi questione inerente alle ipotetiche rivendicazioni di Sua sorella nei confronti suoi e di suo fratello potrà essere avanzata al momento della successione e non fintanto che sia vivente il genitore.
Al momento della successione, quello che sua sorella potrà fare ai fini della rivendicazione di una quota di legittima sarà esercitare l’azione di riduzione. Con l’azione di riduzione l’erede che ritenga di essere stato leso nei suoi diritti (lesione della cosiddetta riserva di legittima) potrà agire in Tribunale sostenendo che in vita il padre aveva disposto una donazione a favore dei due fratellieccedendo la parte di patrimonio di cui poteva disporre liberamente oltre le quote di riserva. Tale donazione potrà essere ricondotta all’intera somma del prezzo dell’appartamento, oppure ad una parte, alla sola somma di denaro dell’anticipo, o alle cambiali. 

La rivendicazione può essere effettuata solo nei limiti della quota cosiddetta, appunto, di legittima. La situazione varia a seconda che alla successione siano viventi l’altro coniuge (la madre) e i figli, o soltanto i figli.
A seconda delle varie configurazioni, si determinerà la proporzione della quota di legittima, sempre in base al valore del patrimonio al momento della successione, reintegrato con i beni dei quali cui si fosse precedentemente disposto.
Per esempio, se sono presenti il coniuge e i figli, in una successione senza testamento, al coniuge spetta la quota di 1/3 dell’eredità, mentre tra i figli si dividono in parti uguali i restanti 2/3.
Se, invece, è stato disposto il testamento, al coniuge è riservato comunque 1/4 del patrimonio, ed ai figli la metà del patrimonio. Rimane, pertanto, il residuo di 1/4 che può essere disposto a proprio piacere.

La giurisprudenza si è mostrata oscillante nello stabilire se ad essere portato in collazione, per calcolare il valore complessivo dell’eredità, comprese le donazioni effettuate, al momento della successione sia il prezzo (somma pagata) oppure l’immobile stesso, valutato al momento della successione.
Dopo alterne pronunce della Corte di Cassazione, le Sezioni Unite nel 1992 (SSUU 9282/92) hanno affermato che, a determinate condizioni, sarà l’immobile stesso a dover rientrare nell’asse ereditario – dunque in base all’attuale valore dell’immobile.
Precisa sempre la Cassazione (Cass. Civ. sez. II, 26746/08) che però la somma, perchè vi sia donazione indiretta, deve essere esplicitamente determinata o corrisposta direttamente al venditore.
Nello stesso senso, a conferma delle SSUU del 1992, una più recente sentenza (Cass. sez.VI, 2 settembre 2014, n.18541) afferma che “per integrare la fattispecie di donazione indiretta è necessario che la dazione della somma di denaro sia effettuata quale mezzo per l’unico e specifico fine dell’acquisto dell’immobile: deve cioè sussistere incontrovertibilmente un collegamento teleologico tra elargizione del denaro e acquisto dell’immobile”.
Ancora, con la sentenza 17604/2015 la Corte ha ribadito che oggetto della donazione è l’immobile stesso, se la somma di denaro con cui si è acquistato il bene appartiene ad un diverso soggetto (il donante) rispetto a colui al quale il bene viene intestato (donatario).
Altro aspetto, tuttavia, da considerare, è che se la somma donata non copre per intero le spese di acquisto dell’immobile, allora non si tratterà più di donazione indiretta dell’immobile, ma della semplice donazione diretta di quella somma di denaro (sentenza Cass. civ. n. 2149/2014).
La donazione indiretta può essere valida anche senza la forma scritta. Invece la donazione diretta, se non è formalizzata con atto pubblico, è nulla. Nel caso di cui si tratta, non sono particolarmente rilevanti le differenze di questa qualifica: la conseguenza della nullità della donazione è, di nuovo, che l’erede che ritiene essergliene derivato pregiudizio potrà esercitare l’azione di riduzione e chiedere la collazione della somma in eredità. La differenza, di nuovo, è che con la donazione indiretta dell’immobile si tratterà dell’intero immobile stesso, mentre con la donazione diretta della sola somma si discuterà solo di questa nell’ammontare riconosciuto.
Con l’azione di riduzione (artt. 553 e seguenti del codice civile) ed in particolare l’azione di riduzione delle donazioni (art. 555 cod. civ.) l’erede che ritiene lesa la propria quota di legittima può chiederne la reintegrazione.
Quanto sia stato oggetto di donazione, diretta o indiretta (art. 737 cod. civ) dovrà essere portato in collazione, vale a dire che ricomporrà il valore dell’asse ereditario, su cui calcolare le quote spettanti a ciascun erede.
Oneri probatori
Decisivo ai fini di far valere una rivendicazione in giudizio è il potere o meno provare quanto si afferma: nel caso trattato, la sorella che afferma che la casa, in tutto o in parte, sia stata acquistata con denaro del padre, e dunque con necessità di rispettare le quote di legittima, o, comunque, che quanto meno una somma di denaro sia stata elargita dal padre a favore dei fratelli, con necessità di reintegrare anche qui quanto spettante dell’eredità, dovrà misurarsi con le prove di cui disponga.
Dovrà dimostrare che le somme sono state pagate dal padre.
Se non compaiono elementi di prova scritti nell’atto, la prova della donazione potrà essere invocata attraverso testimoni o documenti (es. trasferimenti di somme tramite bonifici, assegni etc., scritture private etc.). Per contro, se pur la sorella sarà in grado di esperire tali prove, i fratelli potranno invocare con gli stessi mezzi la prova contraria. Sarà tuttavia poco agevole per sua sorella provare che quella casa non sia stata acquistata, come appare invece ovvio, proprio con il denaro degli acquirenti, ai quali infatti la casa è da sempre intestata, a meno che le prove scritte o gli elementi riportati nell’atto di vendita non riconducano chiaramente la titolarità delle somme al padre.

Sua sorella potrà, in definitiva, pretendere la propria quota di legittima su quanto sarà in grado di provare che sia stato trasferito dal padre ai due fratelli, direttamente o indirettamente. Questi, contro le prove addotte, potranno portare a prova contraria gli elementi (testimonianze, documenti, scritture private…) utili a dimostrare quali somme, tutte o in parte, provenivano non dal padre, bensì dai figli stessi, anche, ad esempio, ipotizzando le testimonianze e dichiarazioni dei genitori sul fatto che alla figlia stessa fosse stato chiesto di contribuire all’acquisto e che questa fermamente e ripetutamente vi aveva opposto il suo rifiuto: i fratelli, occorrerà dimostrare, fornirono il proprio denaro, spendendo le proprie risorse, mentre la sorella ritenne opportuno non investirne di sue.
Ai fini di tutela, infine, per prudenza, i vostri genitori potranno considerare l’ipotesi di redigere testamento, in modo da precisare le loro volontà ed eventualmente dichiarare la provenienza delle somme in relazione all’immobile, di vostra proprietà, in cui hanno vissuto.