Test di paternità: cos’è, come si fa e quanto costa
Guida completa al test del DNA per accertare la paternità biologica: differenza tra test informativo e legale, costi, procedura e cosa dice la legge italiana sul consenso.
- Il test di paternità si basa sull’analisi del DNA e garantisce un’accuratezza del 99,99%, con un semplice tampone buccale.
- Esistono due tipologie di accertamento della paternità: il test informativo, privo di valore legale, e il test legale, utilizzabile in giudizio.
- Fare il test senza il consenso dell’altra parte è, in linea di massima, vietato – ma la legge prevede percorsi alternativi quando una delle parti si rifiuta.
Scoprire, o dover dimostrare, chi è il padre biologico di un figlio è una situazione che tocca corde profonde – e che riguarda molto più persone di quanto si pensi. Secondo i dati del Codacons, negli ultimi anni c’è stato un vero e proprio boom di acquisti online di test di paternità. Le ragioni sono le più varie: dubbi personali, controversie ereditarie, riconoscimento di figli nati fuori dal matrimonio, separazioni conflittuali. Qualunque sia il tuo caso, questo articolo fa al caso tuo se vuoi sapere con precisione come funziona questo strumento, quali effetti produce dal punto di vista legale e, soprattutto, quando puoi farlo e quando no.
Cos’è il test di paternità
Il test di paternità è un esame genetico che confronta il profilo del DNA del presunto padre con quello del figlio. Poiché ogni persona eredita il 50% del proprio patrimonio genetico da ciascun genitore, un’analisi accurata dei marcatori genetici permette di stabilire – o escludere – il legame biologico con una precisione vicina alla certezza assoluta: il 99,99% in caso di inclusione, il 100% in caso di esclusione.
Il campione biologico si raccoglie in modo non invasivo, attraverso un tampone buccale: bastano pochi secondi per strofinare un cotton fioc all’interno della guancia. In alternativa, in alcuni laboratori è possibile usare un campione di sangue. I risultati sono generalmente disponibili entro 3-5 giorni lavorativi dalla ricezione del campione in laboratorio.

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Test informativo e test legale: che differenza c’è
Non tutti i test di paternità hanno lo stesso valore: c’è infatti una grande differenza tra test informativo e test legale.
Il test informativo si fa in anonimato, spesso con un kit acquistato online. I campioni vengono inviati al laboratorio senza identificare i soggetti. L’esito è affidabile sul piano scientifico, ma non può essere utilizzato come prova in un processo. Serve solo a fugare dubbi personali.
Il test legale, invece, ha piena valenza giuridica e può essere prodotto in giudizio. Perché questo sia possibile, è necessario che:
- i campioni vengano prelevati da personale qualificato (es. un medico) che verifichi l’identità di ciascun soggetto;
- tutti i partecipanti firmino un modulo di consenso, dichiarando di essere a conoscenza della finalità del test;
- la catena di custodia dei campioni sia documentata e garantita.
Senza questi passaggi, il risultato – anche se scientificamente identico – mantiene solo valore informativo. Se stai pensando di usare l’esito in un procedimento giudiziario, il test legale è l’unica strada percorribile.
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Dove si fa il test di paternità
Per il test informativo puoi acquistare un kit online e raccogliere il campione a casa. Molti laboratori – alcuni con sede all’estero ,ma siti in italiano – offrono questo servizio a prezzi contenuti. I risultati arrivano via e-mail. Valuta sempre che il laboratorio abbia una certificazione internazionale riconosciuta (per esempio la ISO 17025).
Per il test legale, invece, devi rivolgerti a:
- laboratori universitari accreditati (come quello di Medicina legale dell’Università Statale di Milano o Eurofins Genoma, che è consulente di diversi Tribunali italiani);
- grandi strutture private con accreditamento internazionale;
- il laboratorio nominato dal giudice, nel caso di una consulenza tecnica d’ufficio (CTU) disposta nel corso di un procedimento.
La scelta del laboratorio, in caso di lite giudiziaria, conta. Un centro di riconosciuta autorevolezza scientifica può influenzare il convincimento del giudice, soprattutto quando il test viene prodotto da una delle parti come consulenza tecnica di parte.
Quanto costa il test di paternità
Il costo varia a seconda del tipo di test. A grandi linee è compreso tra:
- 150 e 300 euro circa, per il test informativo;
- 400 e 700 euro circa, se si effettua il test legale (con identificazione e catena di custodia);
- 800 e 1.000 euro circa, nel caso di test prenatale non invasivo (su sangue materno, dalla 8ª-9ª settimana di gravidanza).
I prezzi possono differire sensibilmente tra un laboratorio e l’altro. Prima di scegliere, verifica il numero di marcatori genetici analizzati (più marcatori = maggiore precisione), la certificazione del laboratorio e se i costi di spedizione dei campioni sono inclusi.
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Si può fare il test di paternità in gravidanza?
Sì. Esiste la possibilità di effettuare il test di paternità prenatale, cioè prima della nascita del bambino. Ci sono due modalità:
- non invasiva: si esegue a partire dall’8ª-9ª settimana di gravidanza analizzando il sangue materno, che contiene già tracce del DNA fetale. È sicura al 100% per madre e bambino;
- invasiva: prevede il prelievo di villi coriali o liquido amniotico, a partire dalla 10ª-13ª settimana. Comporta un piccolo rischio per la gravidanza e si usa raramente solo per questo scopo.
Per il test prenatale, il consenso di entrambi i genitori è generalmente necessario. Se sei in gravidanza e hai bisogno di certezze, la versione non invasiva è oggi la scelta più utilizzata.
Si può fare il test senza il consenso della madre?
In linea generale, no: non puoi fare un test di paternità legale su un minore senza il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale. Se il figlio è minore di 14 anni, serve il consenso del genitore che lo ha già riconosciuto – spesso la madre.
Il Garante per la protezione dei dati personali ha chiarito con un provvedimento specifico che la raccolta e il trattamento di dati genetici richiede il consenso informato, scritto e preventivo dell’interessato. Effettuare un test su campioni raccolti di nascosto – per esempio da mozziconi di sigaretta o capelli – viola il Codice della privacy, salvo che l’accertamento sia assolutamente indispensabile per far valere un diritto in sede giudiziaria e venga svolto nel rispetto delle regole processuali.
Cosa fare quando il consenso manca
Se la madre si rifiuta di dare il consenso al riconoscimento del figlio da parte del padre, la legge offre una via alternativa. L’art. 250 del Codice civile prevede che il genitore che vuole riconoscere il figlio possa ricorrere al tribunale, il quale valuterà se il riconoscimento risponda all’interesse del minore. In caso affermativo, il giudice può emettere una sentenza che tiene luogo del consenso mancante.
All’interno di questo procedimento giudiziario, il giudice può disporre una consulenza tecnica d’ufficio (CTU) per l’esame del DNA. A questo punto, il presunto padre – ma anche la madre e il figlio – non sono obbligati a sottoporsi al test. Ma c’è una conseguenza importante.
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Cosa succede se il padre (o la madre) rifiuta il test in giudizio
L’art. 116, secondo comma, del Codice di procedura civile consente al giudice di valutare il rifiuto ingiustificato come un elemento indiziario di grande peso. In sostanza, chi rifiuta senza un motivo valido rischia che il giudice interpreti quel rifiuto come un’implicita ammissione.
La Corte di Cassazione ha ribadito questo principio in più occasioni: con le sentenze n. 3470/2016, n. 25675/2015 e n. 13885/2015, e più di recente con l’ordinanza n. 28444/2023, la quale ha confermato che il rifiuto ingiustificato al test del DNA può, da solo, far ritenere fondata la domanda di accertamento giudiziale della paternità.
Stesso discorso vale sul fronte opposto: la Cassazione, con la sentenza n. 13880/2017, ha chiarito che il padre non ha il diritto di sottrarsi al test del DNA se chiamato in giudizio per il riconoscimento, e che questa asimmetria rispetto alla posizione della madre – che può scegliere il parto anonimo – non viola il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione.
A cosa serve la dichiarazione giudiziale di paternità
L’art. 269 del Codice civile stabilisce che la paternità e la maternità possono essere dichiarate giudizialmente nei casi in cui il riconoscimento è ammesso. La prova della filiazione può essere fornita con qualsiasi mezzo. La Cassazione ha confermato che il test del DNA può essere disposto dal giudice anche in assenza di altre prove (come testimonianze di rapporti tra le parti), come chiarito con l’ordinanza n. 28444/2023.
Una volta ottenuta la dichiarazione giudiziale di paternità, il figlio acquista tutti i diritti che la legge riconosce ai figli: mantenimento, istruzione, assistenza morale (art. 147 c.c.) e diritti ereditari come legittimario ai sensi del Codice civile.
Se stai affrontando una situazione in cui la paternità è incerta o contestata, non agire da solo. Le implicazioni legali – in termini di riconoscimento, mantenimento, eredità e privacy – sono significative. Rivolgiti a un avvocato specializzato in diritto di famiglia per capire quale percorso è più adatto al tuo caso concreto, sia che tu voglia fare un test privatamente, sia che tu debba avviare un procedimento giudiziario.
Test di paternità – Domande frequenti
No. Il test informativo acquistato online e fatto in anonimato non può essere prodotto in giudizio. Per avere valore legale è necessario che il prelievo venga eseguito con identificazione dei soggetti e consenso documentato.
Sì, in alcuni casi è possibile analizzare campioni biologici conservati oppure ricorrere all’analisi del DNA di parenti stretti in linea paterna (fratelli, figli). La procedura è più complessa e richiede quasi sempre l’intervento del giudice.
Sì. Per qualsiasi analisi genetica su un adulto è necessario il consenso dell’interessato. Se il figlio ha compiuto 14 anni, deve esprimere il suo assenso anche al riconoscimento da parte del secondo genitore.
Le spese della consulenza tecnica d’ufficio (CTU) disposta dal giudice seguono le regole generali del processo civile: di norma le anticipa la parte che ha presentato la domanda, salvo diversa decisione del giudice sulla ripartizione finale delle spese.
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