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Fermo di polizia: le regole che gli agenti dovrebbero seguire con le persone non collaborative

Dalle risse in strada al trattamento sanitario obbligatorio, il Viminale ha messo nero su bianco le linee guida per gestire chi non collabora. Ecco quali passaggi dovrebbe seguire un agente prima di ricorrere alla forza.

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Redazione deQuo
03 Agosto 2026
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  • Le nuove linee guida della Polizia di Stato indicano una sequenza precisa da seguire durante un fermo: valutazione del pericolo, richiesta di rinforzi, tentativo di de-escalation e uso della forza solo come ultima opzione.
  • Il documento distingue tra soggetti violenti e persone in crisi psichiatrica, sotto effetto di alcol o droghe, oppure in un momento di grave agitazione emotiva.
  • Viene chiarito quando l’uso della forza è legittimo e quali strumenti possono essere impiegati, con particolare attenzione ai rischi della posizione prona prolungata.

Ti è mai capitato di assistere per strada al fermo di una persona agitata, magari filmato da decine di telefoni e commentato in tempo reale sui social? In quei momenti la linea tra un intervento legittimo e uno eccessivo sembra sottilissima, e infatti lo è anche per gli addetti ai lavori. Per questo il Ministero dell’interno ha elaborato delle linee guida per la gestione delle persone non collaborative, un documento che prova a fissare regole comuni per tutte le forze di polizia. Vediamo insieme cosa prevede.

Cosa sono le linee guida del Viminale sul fermo

Le Linee guida per la gestione delle persone non collaborative sono state elaborate dalla Direzione centrale anticrimine insieme alla Direzione centrale di sanità e all’Ispettorato delle scuole della Polizia di Stato. Il testo è stato trasmesso ai sindacati l’11 maggio 2026, a firma del viceprefetto Maria De Bartolomeis, per una condivisione preventiva con possibilità di osservazioni.

Non si tratta ancora di indicazioni operative vere e proprie, ma di consigli che il Viminale intende introdurre in via definitiva. Il documento riguarda una platea ampia di situazioni: non solo soggetti violenti, ma anche persone sotto l’effetto di alcol o droghe, individui in una fase di grave agitazione psicofisica o con fragilità psichiatriche.

La distinzione tra queste categorie non è un dettaglio secondario. Un comportamento aggressivo può nascere da una scelta criminale, ma anche da paura, confusione o perdita di contatto con la realtà. Cambiano le cause, e di conseguenza deve cambiare anche il modo di intervenire. Vediamo in sintesi il contenuto di questo documento.

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La prima regola: non intervenire da soli

Quando viene segnalata una persona alterata o aggressiva, la pattuglia dovrebbe avvisare subito la sala operativa e chiedere l’intervento di altri equipaggi. Se la situazione lo richiede, va attivato anche il 118.

La presenza del personale sanitario conta parecchio: chi osserva la scena dall’esterno può notare segnali che sfuggono agli agenti impegnati fisicamente. Polizia e sanitari mantengono ruoli distinti, ma devono coordinarsi: gli uni garantiscono la sicurezza, gli altri valutano le condizioni cliniche della persona.

Parlare prima di agire: la de-escalation

Prima di qualsiasi contatto fisico, le linee guida indicano di provare a parlare. La de-escalation è la prima tecnica operativa prevista dal documento:

  • l’agente mantiene una distanza di sicurezza e osserva il linguaggio del corpo, evitando movimenti improvvisi;
  • a parlare dovrebbe essere un solo interlocutore, con un tono semplice e pacato, senza sfide o provocazioni;
  • l’agente può presentarsi con il proprio nome, chiedere cosa sia successo e provare ad allontanare la persona dalla folla o da ciò che aumenta la sua agitazione.

Il documento suggerisce anche di curare il linguaggio, passando gradualmente dal “tu” al “noi”, per far percepire alla persona che l’obiettivo è uscire insieme dalla situazione senza che nessuno si faccia male.

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Quando l’uso della forza diventa legittimo

Se il dialogo non funziona, la forza non diventa automaticamente lecita. L’agente deve verificare che il pericolo sia attuale, che l’intervento sia necessario e urgente e che non esistano alternative concretamente praticabili.

L’azione deve rispettare quattro principi:

  1. necessità: la coercizione non può essere usata se esiste una soluzione meno invasiva;
  2. proporzionalità: la reazione deve essere commisurata alla minaccia;
  3. gradualità: va scelto il mezzo sufficiente ma meno lesivo;
  4. interruzione immediata: la forza deve cessare non appena il pericolo viene meno.

Le linee guida richiamano anche una sentenza della Corte di Cassazione relativa al caso di Federico Aldrovandi, secondo cui gli operatori devono usare la minor violenza possibile per immobilizzare chi resiste al fermo, evitando danni al soggetto in attesa di condizioni più favorevoli.

Non basta quindi che una persona abbia insultato, disobbedito o mostrato agitazione: la coercizione si giustifica solo davanti all’esigenza concreta di respingere una violenza, superare una resistenza o impedire un danno imminente.

Quali strumenti può usare la polizia durante un fermo?

Il documento elenca gli strumenti a disposizione degli agenti: forza muscolare, manette, fasce in velcro, spray al peperoncino, sfollagente, taser e arma da fuoco. Non è una scala automatica da percorrere in ordine: la scelta dipende dalla minaccia, dall’ambiente e dalle condizioni della persona.

Le manette possono essere usate in presenza di pericolosità, rischio di fuga o difficoltà concrete nel trasporto, ma non come forma di punizione. Anche le fasce di contenimento vanno valutate caso per caso, comprese quelle applicate ai piedi.

Spray, manganello e taser sono strumenti coercitivi riservati a personale formato. Il taser, in particolare, dovrebbe essere usato solo da operatori abilitati e a una distanza di almeno tre metri. L’arma da fuoco resta l’extrema ratio, utilizzabile solo quando gli altri mezzi non sono praticabili e c’è un rischio grave per la vita di qualcuno; anche in quel caso l’azione deve fermarsi non appena la minaccia finisce.

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fermo di polizia

Quali sono i rischi della posizione a terra?

Un punto delicato riguarda cosa succede dopo l’immobilizzazione. Una persona ammanettata e sotto controllo non rappresenta più lo stesso pericolo di pochi istanti prima, e le linee guida lo dicono chiaramente: la posizione prona (a faccia in giù) non deve essere prolungata, così come va evitata la compressione del torace, che può compromettere la respirazione.

Una volta messa in sicurezza, la persona dovrebbe essere girata su un fianco o posizionata in modo da poter respirare, con un controllo costante di eventuali segni di malessere. Il contenimento fisico deve durare solo il tempo necessario, e comunque il minor tempo possibile.

Scopri di più su Cosa può fare la Polizia quando ti ferma?

Cosa fare quando la crisi è psichiatrica?

In presenza di una grave alterazione psichiatrica, il compito della polizia consiste soprattutto nel mettere in sicurezza la scena e permettere ai sanitari di intervenire. Gli agenti non dovrebbero sostituirsi al personale medico, né trasformare il ricovero in un’operazione di solo ordine pubblico.

Quando ne ricorrono le condizioni, può essere valutato un trattamento sanitario obbligatorio, con il coinvolgimento dei servizi sanitari competenti. Anche in questi casi, la coercizione deve restare limitata, proporzionata e sottoposta a sorveglianza sanitaria costante.

Il filo conduttore delle linee guida è semplice: un agente non deve “vincere” contro la persona che ha davanti, ma interrompere una condotta pericolosa con il minor danno possibile. Una forza inizialmente necessaria può diventare illegittima se prosegue dopo l’immobilizzazione, se si trasforma in punizione o se mette a rischio la vita del fermato senza motivo.

Se ritieni di aver subito o assistito a un uso della forza non proporzionato durante un fermo, rivolgiti a un avvocato per una valutazione della tua situazione specifica: solo un professionista può analizzare i fatti concreti e indicarti gli strumenti di tutela a disposizione.

Fermo di polizia – Domande frequenti

Le linee guida della Polizia sul fermo sono già operative?

No, al momento sono consigli condivisi con i sindacati e non ancora indicazioni operative definitive.

Quando la polizia può usare la forza durante un fermo?

Solo se il pericolo è attuale, l’intervento necessario e non esistono alternative, rispettando necessità, proporzionalità, gradualità e cessazione immediata.

Cosa prevedono le linee guida sulla posizione a terra?

Vietano di prolungare la posizione prona e la compressione del torace, per il rischio di compromettere la respirazione.

Cosa succede se la persona fermata è in crisi psichiatrica?

La polizia dovrebbe mettere in sicurezza la scena e lascia intervenire i sanitari, valutando eventualmente un trattamento sanitario obbligatorio.

Riferimenti e fonti

  • linee guida per la gestione delle persone non collaborative, Direzione centrale anticrimine e Direzione centrale di sanità della Polizia di Stato, trasmesse ai sindacati l’11 maggio 2026;
  • sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Federico Aldrovandi, richiamata nelle linee guida sull’uso della minor violenza possibile durante il fermo;
  • studio nazionale svedese sulle morti improvvise durante interventi di contenzione, periodo 1992-2024.
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