Quando l’avvocato non può accettare un incarico: quali sono i limiti deontologici all’assunzione del mandato
L'avvocato non è libero di accettare qualsiasi cliente. Il codice deontologico forense fissa regole precise su conflitto di interessi, ex clienti e rapporti parentali che ogni professionista deve rispettare.
- Un avvocato non può essere sempre assunto: il conflitto di interessi, per esempio, può essere anche solo potenziale e basta già questo a vietare l’assunzione del mandato.
- L’avvocato non può agire contro un ex cliente prima che siano trascorsi almeno due anni dalla fine del rapporto professionale.
- Esistono poi ulteriori limiti legati ai cosiddetti “clienti parentali” e ai colleghi di studio.
Hai mai sentito dire che un avvocato ha rifiutato un incarico perché “in conflitto di interessi”? Non si tratta di una scelta discrezionale, ma di un obbligo giuridico ben preciso. Le norme deontologiche che regolano la professione forense impongono limiti stringenti su chi l’avvocato può e non può assistere. Conoscerle è utile anche per il cliente, che ha tutto il diritto di sapere quando il suo legale potrebbe non essere completamente libero di agire nel suo esclusivo interesse.
Cos’è conflitto di interessi nel Codice Deontologico Forense
Il punto di partenza è l’art. 24 del Codice Deontologico Forense (di seguito “c.d.f.”), che impone all’avvocato di astenersi dal prestare attività professionale ogni volta che questa possa determinare un conflitto con l’interesse del cliente o interferire con lo svolgimento di un altro incarico, anche non professionale.
La norma non richiede che il conflitto sia concreto e già verificato. Il conflitto di interessi che determina la preclusione all’assunzione del mandato non deve essere effettivo e concretamente individuato, ma può essere anche solo potenziale. Lo ha confermato anche la Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza n. 7030 del 12 marzo 2021, la quale ha adottato l’interpretazione più ampia della norma.
Il CDF individua poi tre situazioni nelle quali il conflitto si considera automaticamente sussistente, ovvero quando:
- il nuovo mandato determini la violazione del segreto sulle informazioni fornite da un altro cliente;
- la conoscenza degli affari di una parte possa favorire ingiustamente un altro cliente, con possibile pregiudizio per il primo;
- l’adempimento di un precedente mandato limiti l’indipendenza dell’avvocato nello svolgimento del nuovo incarico.
Si tratta di un illecito di pericolo: non è necessario che si produca un danno effettivo, è sufficiente che l’opera del professionista possa essere compromessa anche solo in via teorica. Il Consiglio Nazionale Forense ha più volte ribadito questo principio, per esempio nella sentenza n. 186 del 24 novembre 2017.
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L’avvocato e il collega di studio: quali sono gli obblighi professionali?
Il dovere di astensione sussiste anche se le parti aventi interessi confliggenti si rivolgano ad avvocati che siano partecipi di una stessa società di avvocati o associazione professionale o che esercitino negli stessi locali e collaborino professionalmente in maniera non occasionale.
Questo significa che, in certi casi, il conflitto di uno riguarda l’intero studio. La Corte di Cassazione, Sezioni Unite, con sentenza n. 20881 del 26 luglio 2024 ha affermato che questa estensione vale anche per le controversie familiari che coinvolgono minori, dove i valori in gioco impongono una tutela ancora più ampia.
L’avvocato può agire contro un ex cliente?
Una delle regole più importanti riguarda il rapporto con chi è stato già cliente in passato. L’art. 68 del codice deontologico forense sancisce che l’avvocato può assumere un incarico professionale contro un ex cliente solo quando il rapporto professionale sia cessato da almeno due anni – e solo se il nuovo incarico sia del tutto estraneo a quello precedente.
In ogni caso, anche dopo il decorso del biennio, resta il divieto assoluto di utilizzare notizie acquisite durante il precedente mandato. Il divieto di utilizzazione delle notizie acquisite in ragione del mandato conferito all’avvocato rappresenta una circostanza ulteriore rispetto al divieto di assumere incarichi contro una parte già assistita.
La violazione di questa norma costituisce un illecito istantaneo: si consuma con l’assunzione dell’incarico, indipendentemente da come si evolve la vicenda processuale successiva. Non rileva nemmeno il motivo per cui il mandato precedente è cessato (revoca o rinuncia che sia).
Il CDF ha applicato questo principio anche ai colleghi di studio. Con una pronuncia del 2025, ha stabilito che l’avvocato non può assumere un incarico contro l’ex cliente del proprio collega di studio quando tra i due vi sia stata una collaborazione non occasionale e non sia ancora trascorso il biennio.
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Il segreto professionale ha una scadenza?
Il segreto professionale non cade con la fine del mandato. È fatto divieto all’avvocato di utilizzare notizie “acquisite in ragione del rapporto professionale già esaurito”, come prescritto dall’art. 68.3 del codice, che richiama l’obbligo di rispettare il segreto professionale per un tempo illimitato, indipendentemente dalla cessazione del mandato.
Questo vale a prescindere da quanto tempo sia trascorso. Il legale che usa informazioni riservate del vecchio cliente – anche solo per orientare la strategia del nuovo – commette un illecito disciplinare.
Chi sono i “clienti parentali” e cosa non può fare l’avvocato
Esiste poi una categoria di soggetti che il C chiama “clienti parentali“: non sono clienti in senso tecnico, ma soggetti collegati ai clienti per vincoli di parentela o per appartenenza a gruppi societari. Si tratta di chiarire se, quando non si agisce nei confronti di un cliente, né di un ex cliente, né esistono conflitti di interesse, vi sia un dovere di evitare l’assunzione del mandato quando vi siano soggetti collegati a già clienti, per rapporti di parentela o appartenenza a gruppi di società.
In questi casi la valutazione è più sfumata, ma il principio che guida l’avvocato resta sempre lo stesso: l’assoluta terzietà al di sopra di ogni dubbio.
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Quali sono le sanzioni disciplinari previste in caso di violazione degli obblighi deontologici?
Le violazioni delle norme sul conflitto di interessi possono portare a sanzioni disciplinari che vanno dall’avvertimento fino alla sospensione dall’esercizio dell’attività professionale. Il CDF ha comminato, per esempio, la sospensione di due mesi nel caso dell’avvocato che aveva difeso contemporaneamente l’imputato in un procedimento penale e la persona offesa in un procedimento collegato (sentenza n. 186/2017).
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