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Terapie di conversione: cosa sono e perché la sentenza della Corte Suprema USA spaventa il mondo

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che vietare le terapie di conversione sui minori viola la libertà di espressione: una decisione che ribalta anni di tutele e che accende il dibattito anche in Europa, dove l'Italia è tra i pochi Paesi ancora privi di una legge.

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Redazione deQuo
21 Aprile 2026
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  • La Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato, con una maggioranza di 8 a 1, il divieto dello Stato del Colorado sulle terapie di conversione per i minori, stabilendo che vietarle equivale a una restrizione della libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento.
  • Le terapie di conversione – dette anche pratiche riparative – sono interventi pseudoscientifici finalizzati a modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona.
  • In Italia non esiste ancora nessuna legge che le vieti esplicitamente, mentre in Europa il Parlamento europeo è chiamato a esprimersi entro fine maggio 2026 su una petizione di divieto continentale che ha superato il milione di firme.

Il 31 marzo 2026 – Giornata della Visibilità Transgender – la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza che ha lasciato sgomenti medici, avvocati e associazioni di tutela dei diritti. In un Paese già attraversato da forti tensioni sulle politiche LGBTQ+, i giudici hanno stabilito che impedire a un terapeuta di praticare la cosiddetta “terapia di conversione” su un minore equivale a censurare la sua libertà di espressione. Una lettura che, per molti esperti, trasforma uno strumento di abuso psicologico in un diritto costituzionalmente protetto.

Cosa sono le terapie di conversione

Le terapie di conversione – chiamate anche pratiche riparative o conversion practices – sono un insieme eterogeneo di interventi che condividono un unico obiettivo: modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona, partendo dal presupposto che essere LGBTQ+ sia qualcosa da “correggere”.

Sotto questa etichetta rientrano pratiche molto diverse tra loro, quali:

  • sessioni di psicoterapia orientate a “riallineare” il paziente a un’identità eterosessuale o cisgender;
  • trattamenti di tipo religioso, come preghiere di guarigione ed esorcismi;
  • condizionamento comportamentale, tecniche ipnotiche e in alcuni casi interventi farmacologici;
  • programmi residenziali, spesso a carattere religioso, in cui i partecipanti – frequentemente minorenni – vengono isolati dalla famiglia e dalla comunità.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e le principali associazioni mediche internazionali le definiscono prive di qualsiasi fondamento scientifico e potenzialmente gravemente dannose. Non esiste evidenza che modifichino l’orientamento sessuale o l’identità di genere; esiste invece una letteratura scientifica robusta che ne documenta i danni.

Uno studio pubblicato su Lancet Psychiatry – basato su un campione di 4.426 adulti appartenenti a minoranze sessuali e di genere negli Stati Uniti – ha rilevato associazioni significative tra l’esposizione a queste pratiche e un aumento dei sintomi di ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico e comportamenti suicidari.

I dati del Trevor Project sono ancora più netti: i giovani LGBTQ+ sottoposti a queste pratiche hanno più del doppio delle probabilità di tentare il suicidio rispetto ai coetanei. Nel febbraio 2026 la stessa organizzazione ha rilevato che il 61% dei giovani con una recente esposizione alle pratiche di conversione ha seriamente considerato il suicidio nell’ultimo anno, e il 35% ha dichiarato di averlo tentato.

LEGGI ANCHE Violenza psicologica in famiglia, sul lavoro, sui figli: quando è reato e come denunciare

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La sentenza della Corte Suprema USA: il caso Chiles contro Salazar

Il 31 marzo 2026 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso il caso Chiles contro Salazar con una maggioranza di 8 a 1, annullando la legge del Colorado del 2019 che vietava le pratiche di conversione sui minori.

La ricorrente, Kaley Chiles, consulente per la salute mentale, aveva citato in giudizio lo Stato del Colorado sostenendo che la legge violasse il suo diritto alla libertà di espressione . Era rappresentata da Alliance Defending Freedom, gruppo di difesa legale contrario ai diritti LGBTQ+. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti – espressione della posizione della Casa Bianca – aveva sostenuto la sua tesi.

La Corte ha accolto l’argomento: poiché la terapia di conversione si svolge spesso attraverso il dialogo tra terapeuta e paziente, vietarla equivarrebbe a una restrizione della libertà di parola basata sul contenuto, non superabile nemmeno nell’interesse della salute pubblica. I giudici hanno aggiunto che la legge del Colorado non era “neutrale”, perché consentiva ai terapeuti di affermare l’identità di un paziente o accompagnare una transizione, ma vietava di incoraggiare un cambiamento di orientamento sessuale.

L’unico voto contrario è arrivato dalla giudice Ketanji Brown Jackson, che ha definito il ragionamento della maggioranza «privo di principi e inapplicabile», avvertendo che potrebbe indebolire la capacità degli Stati di regolamentare le professioni sanitarie per proteggere la salute pubblica – soprattutto quella dei minori.

La decisione non è solo una questione americana: manda un segnale a livello globale e potrebbe rafforzare chi, anche in Europa, si oppone ai divieti legislativi.

Le conseguenze della sentenza: 23 Stati a rischio

Secondo il Human Rights Campaign, la sentenza potrebbe minare le tutele in vigore in 23 Stati americani e a Washington D.C., dove esistono leggi simili a quella del Colorado. Nel 2023 il Trevor Project aveva già stimato che oltre 1.300 terapeuti che si pubblicizzano come in grado di “convertire” l’orientamento sessuale operavano negli USA, spesso attraverso canali informali e comunità religiose. La decisione, in sostanza, non rende le terapie di conversione obbligatorie né le promuove – ma priva gli Stati dello strumento legislativo per vietarle, almeno nella misura in cui si svolgono attraverso il dialogo tra professionista e paziente.

Come stanno le cose in Europa

Il quadro europeo è frammentato. Paesi come Malta, Belgio, Cipro, Germania, Francia, Grecia, Portogallo e Spagna hanno adottato misure legislative per vietare le pratiche di conversione. I dati dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) del 2024 mostrano che una persona LGBTQ+ su quattro in Europa è stata sottoposta a queste pratiche – una percentuale che rende evidente la portata del fenomeno.

Entro fine maggio 2026 il Parlamento europeo dovrà rispondere a una petizione di divieto continentale che ha raccolto oltre un milione di firme.

In Italia, invece, non esiste ancora nessuna legge che vieti o regolamenti esplicitamente le terapie riparative. Non ci sono sanzioni per chi le pratica, non ci sono tutele specifiche per i minori che vi vengono sottoposti, non esiste un registro dei casi. Un vuoto normativo che più volte è stato denunciato in Parlamento – anche dall’ex senatore Alessandro Zan – senza che si sia arrivati a una legge.

LEGGI pure Si può cambiare nome senza cambiare sesso? Ecco come funziona la procedura in Italia

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Cosa può fare un minore o un genitore in Italia

In assenza di una norma specifica, chi subisce o teme di subire pratiche di conversione in Italia non è del tutto privo di tutele. Il nostro ordinamento offre alcune strade, cioè:

  • le pratiche che causano danni psicologici documentati possono configurare il reato di maltrattamenti (art. 572 del Codice penale) o di lesioni personali (art. 582 c.p.), specie se commesse ai danni di un minore;
  • il Codice di deontologia medica vieta ai medici di praticare interventi non fondati su evidenza scientifica e potenzialmente dannosi per il paziente;
  • in ambito civile, il Codice civile (artt. 330 e 333) consente al giudice di intervenire sulla responsabilità genitoriale quando i genitori espongono il figlio minore a situazioni di pregiudizio grave.

Se sei un genitore preoccupato per tuo figlio, o se sei un giovane che ha subito queste pratiche, il primo passo è rivolgerti a un medico o a uno psicologo per documentare i danni, e poi consultare un avvocato per valutare le azioni percorribili.

La sentenza della Corte Suprema americana è un campanello d’allarme anche per noi: aspettare che il danno sia fatto non è una politica sanitaria. È una scelta.

Fonti:

  • sentenza Chiles v. Salazar, Corte Suprema USA, 31 marzo 2026;
  • Trevor Project, Report febbraio 2026;
  • Tran et al., Lancet Psychiatry;
  • FRA – Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, 2024.
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