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19 feb 2020
Tasse e imposte

Criptovalute e fisco: come funziona la tassazione della moneta virtuale

Quali sono le regole giuridiche che disciplinano le monete virtuali e cosa deve essere indicato in fase di dichiarazione dei redditi.

Le criptovalute, ovvero le monete virtuali, sono in genere utilizzate per la creazione di portafogli digitali, con l’obiettivo di investire nel tempo, per essere scambiate o vendute nel breve periodo a scopi speculativi o adoperate per fare acquisti online.





Il tema fiscalità relativo alle criptovalute non è semplicissimo, nella misura in cui la legislazione si è mossa in ritardo rispetto ai soggetti operanti nel mercato delle monete virtuali. Vediamo di seguito quali sono le norme che in Italia regolano il mondo delle criptovalute dal punto di vista civilistico e fiscale.







Criptovalute: le
tasse sulla moneta virtuale





La situazione fiscale inerente la moneta virtuale cambia in relazione ai diversi Paesi. Negli Stati Uniti, per esempio, le tasse sulle criptovalute variano a seconda che il guadagno in Bitcoin sia stato ottenuto da un’azienda o da una persona fisica. Il quadro normativo è chiaro e ben delineato anche in altri Stati, nei quali è già previsto il pagamento delle tasse sui profitti derivanti dalle criptovalute, ovvero:









Il quadro fiscale relativo alle criptovalute è stato normato anche in Russia e Polonia, e i Governi di India e Corea del Sud sono alle prese con la creazione di una regolamentazione in materia. I Paesi che godono delle migliori condizioni in tema di criptovalute sono:









Criptovalute: la normativa fiscale in Italia





In questo momento, non esiste una normativa ad hoc sulle criptovalute in Italia: si fa pertanto riferimento alla Risoluzione n. 72/E/2016, documento nel quale le monete virtuali vengono assimilate ai fini fiscali alle valute estere tradizionali. Quello che bisogna considerare ai fini della dichiarazione dei redditi, è l’obiettivo in base al quale chi utilizza le criptovalute sta operando.





A tal proposito, bisogna fare riferimento al DPR n. 917/86, nel quale le plusvalenze che si realizzano con la cessione a titolo oneroso di valute estere sono rilevanti nel caso in cui siano:





  1. oggetto di cessione a termine;
  2. derivanti da conti correnti o da depositi.




In base a quanto detto, emerge che:









norme fiscali sulle criptovalute




Criptovalute e
imponibilità





L’attività di trading dalla quale derivano delle plusvalenze viene tassata con aliquota al 26%. Il comma 1-ter dell’articolo 67 del DPR n. 917/85 esclude l’imponibilità nei casi in cui “la giacenza complessiva di tutti i depositi e conti correnti in valuta non sia superiore a 51.645,69 euro per almeno sette giorni lavorativi continui”.





Per effettuare il calcolo delle plusvalenze, il trader deve utilizzare le certificazioni che vengono rilasciate dagli intermediari, ovvero dalle piattaforme di trading che utilizza in quanto, ai fini della dichiarazione dei redditi o di eventuali controlli fiscali, non sono valide le autocertificazioni.





Questo passaggio è caratterizzato attualmente dalle maggiori lacune, in quanto:









Cos’è il regime del
risparmio amministrato





La gestione fiscale delle criptovalute potrebbe essere in qualche modo semplificata attraverso il regime del risparmio amministrato, il quale consiste in un regime di tassazione che viene applicato dall’intermediario, sulla base del D.lgs. n. 461/97.





L’intermediario deve possedere alcuni requisiti, ovvero:





  1. deve essere identificato in Italia e operare tramite una sede italiana;
  2. deve avere un’organizzazione stabile in Italia.




Con questo regime la tassazione è ugualmente pari al 26%:









Questo sistema sarebbe una soluzione ideale se non fosse che non ci sono al momento intermediari che gestiscono criptovalute con sede in Italia, quindi nella pratica il regime del risparmio amministrato non può essere applicato. Un altro dei tanti paradossi all’interno di un sistema che necessita, al più presto, di una vera e propria regolamentazione.





Criptovalute e
dichiarazione dei redditi





I redditi prodotti da un contribuente attraverso la cessione a titolo oneroso di criptovalute devono essere indicati nel quadro RT della dichiarazione dei redditi, considerando l’imposta sostitutiva del 26%. Le criptovalute non vengono tassate con l’IVAFE, che è un’imposta applicabile unicamente ai depositi e ai conti correnti che hanno natura bancaria, relativi alle attività finanziarie detenute all’estero.





Gli importi inseriti nella dichiarazione dei redditi devono essere indicati in euro: come si fa a calcolare il corretto tasso di cambio delle criptovalute? Abbiamo detto che l’Agenzia delle Entrate ha equiparato le valute virtuali alle valute estere. Il problema consiste nel fatto che:





  1. nel caso della valuta estera, la Banca d’Italia rilascia un documento relativo al tasso di cambio ufficiale su base giornaliera;
  2. questo documento non esiste nel caso delle criptovalute e non è neanche facile individuare il giusto tasso di cambio considerato che sono soggette a grande volatilità.




Come regola generale:









L’articolo 4 del Dl 167/90 prevede poi che le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici debbano compilare il Quadro RW del modello dichiarativo, che è relativo al monitoraggio fiscale, in caso di “investimenti all’estero ovvero di attività estere di natura finanziaria suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia”. Dal 2018, tra le istruzioni al quadro RW, è stata infatti inclusa quella delle valute virtuali tra le attività che devono essere indicate al suo interno.





bitcoin e fisco




Criptovalute e fisco:
la situazione dei traders





L’attuale situazione fiscale per i soggetti impegnati in attività di trading online non è stata definita del tutto e appare in molti casi lacunosa e contraddittoria. I soggetti che fanno trading online in Italia sono tenuti a dichiarare quanto guadagnano in quanto la loro attività con l’utilizzo di valuta virtuale viene considerata, dall’Agenzia delle entrate, assimilabile ai guadagni ottenuti con valuta estera.





La contraddizione principale consiste nel fatto che in caso di controllo da parte del Fisco, i traders devono presentare la documentazione che hanno ottenuto direttamente dalla piattaforma di trading utilizzata per speculare. Nella pratica:









Questa situazione crea un controsenso per il quale il trader
più onesto, che abbia tutte le intenzioni di dichiarare quanto guadagnato, nel
caso in cui finisse nel mirino del Fisco potrebbe non passarla liscia perché
non avrebbe gli strumenti necessari per dichiarare ufficialmente i suoi
profitti. Quello che manca, dunque, in Italia è un quadro normativo più
definitivo, che permetta di colmare i vuoti esistenti in questo momento. 





Criptovalute e fisco:
la situazione dei miners





Ancor più intricata è la situazione relativa alle attività di mining, ovvero quelle attraverso le quali è possibile ottenere Bitcoin dalla rete, per la quale non esiste un codice ATECO. Nel concreto:









Per questo motivo, le strade per i miners nel nostro Paese
sono fondamentalmente due:









Criptovalute –
Domande frequenti





Che tassazione viene applicata all’attività di trading?

Le attività di trading online vengono tassate con un’aliquota al 26%.

Come viene considerata la valuta virtuale dall’Agenzia delle Entrate?

L’agenzia delle Entrate assimila la moneta virtuale a una valuta estera, ma sulle criptovalute non viene applicata l’IVAFE, che è l’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero.

Come vengono tassate le aziende che utilizzano i Bitcoin?

Le aziende che operano utilizzando i Bitcoin vengono tassate con le stesse regole che sarebbero applicate nel caso in cui operassero in euro.

Le imposte sulle plusvalenze relative alle criptovalute si pagano sempre?

Le imposte sulle criptovalute devono essere pagate nel momento in cui viene superata una giacenza di 51.645,69 euro per almeno sette giorni lavorativi continui.