Foodinho, la società che gestisce il marchio Glovo in Italia, accusata di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro
L'indagine della Procura di Milano ipotizza un sistema di caporalato algoritmico che coinvolgerebbe circa 40.000 rider su tutto il territorio nazionale. Il provvedimento mira a normalizzare le condizioni lavorative dei fattorini, garantendo il rispetto dei minimi tabellari e delle tutele previste dalla Costituzione italiana.
Il 9 febbraio 2026, il Pubblico Ministero Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario per la sede italiana di Glovo. Al centro dell’accusa vi è la gestione dei lavoratori tramite un algoritmo capace di monitorare costantemente i rider tramite GPS e penalizzare chi non accetta ordini o accumula ritardi.
Secondo i dati raccolti dagli inquirenti, il 75% dei casi monitorati presentava retribuzioni al di sotto della soglia di povertà. Le testimonianze dei lavoratori evidenziano paghe medie di 2,50 euro o 3 euro a consegna, cifre che portano la remunerazione oraria effettiva a circa 5 euro, ovvero il 50% in meno rispetto ai 10 euro lordi previsti dai parametri di una corretta contrattazione collettiva.
La magistratura contesta inoltre:
- la mancata copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni;
- orari di lavoro estenuanti, spesso spalmati su sette giorni settimanali;
- il trasferimento totale del rischio d’impresa sul lavoratore, costretto a farsi carico di costi di manutenzione, furti e danni ai mezzi propri;
- l’approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori, in larga parte cittadini stranieri.

Cos’è il caporalato e come viene punito
Il caporalato non è più un fenomeno limitato esclusivamente al settore agricolo. Nel linguaggio giuridico, si configura come il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, disciplinato dall’articolo 603 bis del Codice penale.
La norma punisce chiunque recluti manodopera o utilizzi lavoratori sottoponendoli a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno.
Per determinare se sussista lo sfruttamento, il giudice valuta quattro indici fondamentali:
- la corresponsione di retribuzioni palesemente difformi dai contratti collettivi nazionali;
- la reiterata violazione della normativa sull’orario di lavoro e sui periodi di riposo;
- la violazione delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro;
- la sottoposizione a metodi di sorveglianza o situazioni alloggiative degradanti.
Nel caso di Glovo, la Procura parla di caporalato digitale o algoritmico, poiché la funzione di “caporale” (colui che organizza e controlla la manodopera in modo oppressivo) sarebbe esercitata direttamente dal software di gestione delle consegne.
Approfondisci leggendo Nuova legge contro il caporalato: pene più gravi contro chi sfrutta i lavoratori

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Cosa rischia Glovo a livello legale e amministrativo
Le conseguenze per la società sono pesanti e si muovono su due binari: penale e amministrativo. L’amministratore unico dell’ente è indagato per la fattispecie penale di caporalato, che prevede la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 500 euro a 1.000 euro per ogni lavoratore reclutato.
Sotto il profilo aziendale, si applica il Decreto Legislativo n. 231 del 2001, che regola la responsabilità amministrativa degli enti. Essendo il caporalato un reato presupposto inserito nell’articolo 25-quinquies, l’azienda rischia quanto riportato nella tabella che segue.
| Tipologia di sanzione | Entità e dettagli |
| Sanzione pecuniaria | Da 400 a 1.000 quote (ogni quota può valere fino a 1.549 euro) |
| Sanzioni interdittive | Divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione o sospensione delle licenze |
| Amministrazione giudiziaria | Nomina di un commissario che affianca i vertici per almeno un anno per regolarizzare l’assetto organizzativo |
| Confisca | Obbligatoria per il profitto derivante dal reato o per i beni utilizzati per commetterlo |
L’obiettivo immediato del Tribunale di Milano non è la chiusura della società, ma l’imposizione di nuovi assetti capaci di garantire il rispetto dell’articolo 36 della Costituzione, che sancisce il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e sufficiente ad assicurare un’esistenza dignitosa.
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