Gli eredi di Enrico Mattei diffidano Meloni: ecco cosa è successo
Pietro Mattei, nipote del fondatore dell'Eni, ha inviato una PEC a Palazzo Chigi chiedendo di rimuovere il cognome dalla strategia africana del Governo.
Lo scorso 27 marzo, Pietro Mattei, nipote ed erede del fondatore dell’Eni, ha inviato una formale diffida alla presidenza del Consiglio chiedendo di togliere il cognome dal piano strategico con cui il Governo Meloni intende rafforzare i legami economici, energetici e diplomatici con il continente africano – il “piano Africa”. Se Palazzo Chigi non dovesse rispondere, Pietro annuncia di essere pronto ad agire in sede civile e penale. Vediamo quali sono i motivi.
Perché Meloni è stata diffidata dalla famiglia Mattei
La contestazione non è solo nominale: è di merito. Enrico Mattei, scomparso nel 1962 in circostanze mai del tutto chiarite, fu l’artefice di una politica energetica italiana fondata su accordi “paritari” con i Paesi produttori, in aperto contrasto con il cartello delle cosiddette “Sette Sorelle” e con gli interessi americani nel settore petrolifero.
È proprio su questo punto che il nipote impugna il confronto: il Governo attuale, a suo giudizio, si muove in direzione esattamente opposta. “Mattei aveva sfidato gli americani, non era loro servo”, ha dichiarato Pietro. E ancora: “Meloni non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?”.
Nella diffida, l’azione dell’esecutivo viene definita “in totale antitesi” con il pensiero dello zio e l’uso del suo nome “finalizzato a scopi di propaganda”. Il coordinamento del Piano è affidato al consigliere diplomatico Fabrizio Saggio e fa capo direttamente a Palazzo Chigi.
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Le vicende patrimoniali dei Mattei
Accanto alla disputa politica corre una battaglia legale sul patrimonio materiale. Gli eredi hanno avviato una causa civile a Macerata contro Eni per petizione ereditaria, reclamando la restituzione di opere d’arte – tra cui due nature morte di Giorgio Morandi, datate 1919 e 1941 – e di documenti appartenuti al fondatore.
Rosy sostiene che molti di quei beni furono acquistati dallo zio prima ancora della nascita dell’Eni, e rientrerebbero quindi nel patrimonio familiare. Eni ribatte che si tratta di patrimonio aziendale e che difenderà tale posizione in giudizio.
La vicenda si fa ancora più intricata sul fronte dei cimeli: Rosy risulta indagata per la presunta sottrazione di alcuni oggetti appartenuti allo zio, accusa che lei contesta. E non riconosce il Museo Casa Natale di Mattei ad Acqualagna, cui Eni avrebbe ceduto alcuni beni.
Due piani si sovrappongono, dunque: l’uno simbolico – chi ha il diritto di invocare il nome di Mattei e con quale significato – l’altro concreto, fatto di quadri, lettere e cimeli custoditi nei caveau di un’azienda che lo Stato italiano controlla tuttora. Sarà la magistratura, e forse anche la politica, a stabilire dove finisce la memoria e dove inizia la propaganda.
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Come funziona una diffida e cosa può succedere ora
La diffida, inviata in questo caso tramite PEC, che le conferisce valore legale certificato, è formalmente un atto stragiudiziale con cui si intima a un soggetto di cessare un comportamento ritenuto lesivo, pena il ricorso alle vie legali. Non ha forza coercitiva immediata: Palazzo Chigi non è obbligato a rispondere né a rimuovere il nome.
Costituisce però un passaggio necessario per dimostrare, in un eventuale giudizio, che la parte lesa ha tentato una soluzione bonaria prima di adire il tribunale. Se il governo dovesse ignorarla (come appare probabile), Pietro Mattei potrebbe procedere su due fronti.
Sul piano civile, potrebbe chiedere il risarcimento del danno per utilizzo non autorizzato del nome e dell’immagine del defunto, facendo leva sulle norme a tutela della reputazione post mortem e dei diritti dei congiunti. Sul piano penale, l’ipotesi più percorribile sarebbe quella della diffamazione o dell’appropriazione indebita dell’identità altrui, sebbene si tratti di fattispecie difficili da applicare a un atto di Governo.
Gli esperti sono scettici sulle possibilità di successo: la giurisprudenza italiana riconosce ai familiari una tutela limitata sul nome di un personaggio storico diventato, nel tempo, patrimonio collettivo. Il risultato più probabile, dunque, non è una sentenza, ma una pressione politica: la diffida serve soprattutto a mettere agli atti il dissenso della famiglia e ad alimentare il dibattito pubblico sull’uso (e l’abuso) della memoria di Enrico Mattei.
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