21 set 2021
Diritto Penale

Il reato impossibile: cos’è, punibilità e misure di sicurezza

Tutto quello che c'è da sapere sul reato impossibile: dal Codice penale, alle interpretazioni date dalla Cassazione e della giurisprudenza.

Come previsto dall’art. 49, comma 2, c.p., la punibilità deve essere esclusa quando, per inidoneità dell’azione o per l’inesistenza dell’oggetto di essa, è impossibile l’evento dannoso o pericolo del reato.

Tuttavia, qualora concorrano nel fatto gli elementi costitutivi di un reato diverso, si applica la pena stabilita per il reato effettivamente commesso (art. 49, comma 3, c.p.).

Il reato impossibile, quindi, si realizza nel momento in cui un fatto risulti inoffensivo per impossibilità di verificazione dell’evento dannoso o pericoloso integrante il reato, dovuta a inidoneità dell’azione o alla mancanza del suo oggetto.

Qui il termine ‘’evento’’ sembra intenso in senso giuridico, ossia come offesa o pericolo per il bene tutelato dal legislatore attraverso la predisposizione della norma penale incriminatrice.

Per tale ragione si ritiene che il reato impossibile costituisca espressione del principio di necessaria offensività, secondo il quale non può esservi reato in mancanza di una lesione o di un pericolo per il bene giuridico tutelato.


Reato impossibile: il principio di offensività


Secondo la giurisprudenza di legittimità il principio di offensività opera su due piani, rispettivamente della previsione normativa, sotto forma di precetto rivolto al legislatore di prevedere fattispecie che esprimano in astratto un contenuto lesivo o comunque la messa in pericolo di un bene o interesse oggetto di tutela penale (offensività in astratto), e dell’applicazione giurisprudenziale (offensività in concreto), quale criterio interpretativo/applicativo affidato al giudice, tenuto ad accertare che il fatto di reato abbia effettivamente leso o messo in pericolo il bene o l’interesse tutelato.

In ossequio a tale principio inteso nella sua accezione concreta, dunque, spetta al giudice verificare se la condotta, di volta in volta contestata all’agente ed accertata, sia assolutamente inidonea a porre a repentaglio il bene giuridico protetto risultando in concreto inoffensiva.

reato impossibile

La natura giuridica del reato impossibile: come tentativo inidoneo o come figura autonoma di reato


Secondo l’interpretazione tradizionale, l’art. 49, comma 2, c.p. sarebbe sostanzialmente superfluo in quanto si limiterebbe a riesprimere ‘’in negativo’’ i requisiti positivamente richiesti per la punibilità del tentativo.

In questo senso il reato impossibile è visto come un tentativo inidoneo e, come tale, non punibile.

Anche in mancanza della norma citata, infatti, l’inidoneità dell’azione o l’insussistenza dell’oggetto materiale avrebbero comunque giustificato l’impunità alla stregua degli stessi principi che regolano la rilevanza penale del delitto tentato; inoltre, altrettanto superflua è la menzione esplicita dell’inesistenza dell’oggetto, in quanto la mancanza di quest’ultimo altro non sarebbe che una ipotesi specifica di inidoneità dell’azione.

Ciò premesso, però, non mancano autori che pretendono di desumere dall’art. 49 c.p. un principio non limitato al campo del tentativo, ma estendibile all’intero sistema penale. Si tratterebbe, in particolare, del principio generale in base al quale non può esservi reato senza lesione o messa in pericolo del bene protetto.

In base a tale interpretazione, l’art. 49, comma 2, c.p. non sarebbe un inutile doppione in negativo del tentativo, ma si riferirebbe a tutti quei casi in cui alla condotta conforme alla fattispecie astratta di reato non corrisponda la lesione o la messa in pericolo del bene tutelato.

La disposizione in parola, dunque, avrebbe la funzione di escludere la punibilità in tutte quelle ipotesi in cui, benché sia realizzato in astratto un reato consumato, questo non sia idoneo a pregiudicare il bene tutelato e, pertanto, si assista ad uno scarto tra tipicità ed offensività (si pensi, per esempio, al furto di un chiodo arrugginito).

In quest’ottica l’art. 49 c.p. costituirebbe il fondamento normativo del principio di necessaria offensività della condotta, avente la funzione di escludere la punibilità quando una condotta, sebbene tipica, non sia offensiva, non sia cioè idonea a ledere o a mettere in pericolo l’interesse protetto dalla norma penale incriminatrice.

Tale tesi risulta dalla preoccupazione politico/criminale di ancorare la punibilità alla tutela effettiva dei beni giuridici e si fonda su di una serie di argomenti di natura testuale, i quali porrebbero in evidenza le differenze e quindi l’autonomia dell’art. 49, comma 2, c.p. rispetto all’art. 56 c.p.

In primo luogo, si sostiene che l’idoneità di cui all’art. 49 c.p. non è riferita, come nell’art. 56 c.p., agli atti bensì all’azione: il reato impossibile, dunque, a differenza del tentativo inidoneo, presupporrebbe l’esaurimento della condotta tipica.

Per i sostenitori di tale recente dottrina, quindi, se un soggetto compie singoli atti concretamente inidonei a produrre l’evento, si avrà tentativo non punibile; se, invece, l’agente pone in essere l’intera condotta, ma questa è inidonea ad offendere il bene, si avrà reato impossibile.

In applicazione di tale criterio, la Cassazione ha precisato che la coltivazione di piante da stupefacente può essere ritenuta non punibile solo se, una volta esclusa la destinazione ad uso di terzi, risulti in concreto inoffensiva, cioè inidonea a porre a repentaglio il bene giuridico tutelato. Ciò che può verificarsi, secondo la Suprema Corte, in caso di coltivazione di una sola pianta da cui possa estrarsi un esiguo quantitativo di sostanza stupefacente insufficiente a provocare un apprezzabile stato stupefacente.

In secondo luogo, l’art. 56 c.p. si riferisce solo ai delitti, mentre l’art. 49 c.p. parla di ‘’reati’’, per cui è applicabile anche alle contravvenzioni. Da ciò dunque, considerato che l’art. 49, comma 2, c.p. consente con riferimento ai reati in generale e quindi anche alle contravvenzioni l’applicazione di una misura di sicurezza, mentre l’art. 56 c.p. considera il tentativo idoneo di contravvenzione non punibile, interpretare l’art. 49, comma 2, c.p. come un doppione dell’art. 56 c.p. porterebbe alla inaccettabile conclusione che mentre il tentativo idoneo di contravvenzione non è punibile, il tentativo inidoneo di contravvenzione dà invece luogo all’applicazione di una misura di sicurezza.

L’interpretazione del reato impossibile come figura autonoma è però criticata da altra  parte della dottrina, secondo la quale essa si porrebbe in contrasto con il principio di legalità poiché, ricostruendo l’offesa come autonoma rispetto alla tipicità, porterebbe a far riferimento a criteri extralegislativi.

D’altra parte, il suo accoglimento potrebbe costituire una fonte di grave pericolo per lo Stato di diritto: se infatti il giudice dovesse far seguire alla già accertata corrispondenza tra fatto e modello legale un secondo giudizio, relativo all’effettiva lesività della condotta, si finirebbe per minacciare la certezza del diritto e, nello stesso tempo, sorgerebbe il rischio di confondere le distinte funzioni giudiziaria e legislativa.

Del resto, si sostiene che il fine pratico a cui tende, cioè quello di evitare la punibilità nei casi di scarto tra tipicità ed offensività, può essere soddisfatto per altre vie, ossia escludendo la stessa tipicità della condotta. Nel caso del furto del chiodo arrugginito, dunque, non si dovrebbe parlare di scarto tra tipicità ed offensività, ma di difetto di tipicità.

La giurisprudenza, dal canto suo, ritiene che l’inidoneità degli atti, valida per l’integrazione della figura del tentativo non punibile, sia diversa da quella necessaria per la sussistenza del reato impossibile: quest’ultima, infatti, deve essere assoluta per inefficienza strutturale e strumentale del mezzo usato e tale da non consentire neppure in via eccezionale l’attuazione del proposito criminoso.

Detto questo, si deve però escludere che l’art. 49, comma 2, c.p. rifletta il mero aspetto negativo del tentativo.

Secondo attenta dottrina, infatti, dedicando una apposita disposizione al reato impossibile, il legislatore ha inteso fugare ogni dubbio in ordine alla rilevanza penale del tentativo assolutamente inidoneo in concreto a mettere in pericolo il bene protetto, in omaggio alla concezione secondo la quale il pericolo insito nel tentativo deve essere esistito come fatto, vale a dire come possibilità non soltanto supposta, ma reale di offesa.

In quest’ottica, dunque, per accertare se il bene in questione abbia corso un pericolo reale, non ci si può accontentare del giudizio prognostico su base parziale effettuato dall’art. 56 c.p. nella sola ottica del soggetto agente. A questa prima verifica, infatti, se ne deve in realtà aggiungere una seconda, compiuta questa volta nell’ottica della vittima come titolare del bene posto in pericolo; il criterio della prognosi postuma, quindi, verrà ora applicato tenendo conto, non soltanto delle circostanze conosciute o conoscibili dall’agente al momento dell’azione, ma anche di tutte le circostanze presenti nella situazione concreta, indipendentemente dal momento nel quale vengono conosciute.

reato impossibile

L’inidoneità dell’azione e l’inesistenza dell’oggetto


Come previsto dall’art. 49 c.p., l’impossibilità di verificazione dell’evento del reato può derivare dall’inidoneità dell’azione, ovvero dall’inesistenza dell’oggetto.

Secondo la Suprema Corte, in materia di reato impossibile, l’inidoneità dell’azione va valutata in relazione alla condotta originaria dell’agente la quale, per inefficienza strutturale o strumentale e del mezzo usato e indipendentemente da cause estranee e estrinseche, deve essere priva in modo assoluto di determinazione causale nella produzione dell’evento.

D’altra parte, l’accertamento di tale requisito non può prescindere dalla considerazione del caso concreto e dal riferimento alla fattispecie legale e deve, pertanto, avere riguardo all’inizio dell’azione, la cui inidoneità deve essere assoluta, nel senso che rispetto ad essa il verificarsi dell’evento si profili come impossibile e non soltanto come meramente improbabile.

Ai fini dell’art. 49 c.p., dunque, l’inidoneità dell’azione deve essere assoluta, intrinseca ed organica.

La valutazione di tale inidoneità deve avvenire, secondo l’opinione prevalente, con giudizio ex ante, ossia riportandosi al momento iniziale della condotta, ed essere condotta in concreto, cioè prendendo in considerazione non soltanto le circostanze conosciute o conoscibili dall’agente al momento dell’azione, bensì tutte le circostanze presenti nella situazione, quale che sia il momento in cui vengono conosciute.

Quanto alla seconda ipotesi di reato impossibile, la giurisprudenza ha ritenuto che l’inesistenza dell’oggetto del reato dia luogo a reato impossibile solo quando l’oggetto sia inesistente in rerum natura o si tratti di inesistenza originaria ed assoluta, non quando invece l’oggetto sia mancante solo in via temporanea o per cause accidentali.

L’inesistenza è originaria quando sussiste dal momento dell’inizio dell’attività criminosa, mentre è assoluta quando manchi qualsiasi possibilità che in quel contesto di tempo la cosa possa trovarsi in un determinato luogo.

Il giudizio circa l’inesistenza dell’oggetto, al di fuori delle ipotesi di inesistenza in rerum natura, deve essere accertata con giudizio ex ante (prognosi postuma): il giudice deve infatti porsi nella stessa condizione in cui si trovava l’agente ed escludere, in relazione alle concrete circostanze ed alle maggiori conoscenza dell’agente stesso, la sussistenza del reato, soltanto quando l’esistenza dell’oggetto appariva improbabile al momento dell’azione.

Per esempio, secondo la giurisprudenza non si configura un reato impossibile nel caso in cui il bene, oggetto delitto di rapina, abbia un modesto valore patrimoniale, ovvero costituisce tentativo punibile, e non reato impossibile, il comportamento di chi si introduce in una vettura per commettere un furto di cose nella stessa contenute posto che, con valutazione ex ante, nella vettura sono normalmente contenute cose che possono essere oggetto di furto.

Il trattamento sanzionatorio


L’art. 49 c.p. esclude espressamente la punibilità del reato impossibile ma, nello stesso tempo, consente al giudice di ordinare che l’imputato prosciolto sia sottoposto a misure di sicurezza.

L’applicazione delle misure di sicurezza richiede l’esistenza di due diversi presupposti, uno oggettivo, costituito dalla commissione di un fatto previsto dalla legge come reato, uno soggettivo, fondato sull’accertamento della pericolosità del reo.

La scelta di ancorare l’applicazione di tali misure ad un elemento oggettivo (la commissione di un fatto di reato) è dettata dalla necessità di evitare arbitri del giudice connessi all’accertamento della pericolosità sociale del reo; si è così inteso ridurre la discrezionalità del giudice nell’effettuare tale valutazione, legando la verifica ad un elemento di fatto, ritenuto di per sé sintomatico della pericolosità.

In ipotesi tassativamente indicate dalla legge, tuttavia, l’applicazione della misura di sicurezza non è subordinata alla previa commissione di un illecito: si parla in tali casi di quasi reato.

Ai sensi dell’art. 202, comma 2, c.p., infatti, la legge penale determina i casi nei quali a persone socialmente pericolose possono essere applicate misure di sicurezza per un fatto non preveduto dalla legge come reato.

Tali ipotesi si caratterizzano per la mancanza di un fatto penalmente rilevante ma, nello stesso tempo, per la presenza in capo all’agente di un proposito criminoso sintomo di una certa pericolosità sociale.

Costituisce quasi reato, in particolare, l’accordo criminoso non eseguito o l’istigazione a commettere un delitto non accolta (art. 115 c.p.). Il puro accordo o la semplice istigazione, infatti, possono essere indice di pericolosità sociale e rendere perciò opportuno il ricorso ad una misura di sicurezza.

Hai bisogno di una consulenza legale su questo argomento?
Invia la tua richiesta, hai a disposizione più di 1000 avvocati pronti a rispondere!