Sanzioni USA contro la Corte penale internazionale: cosa è successo e perché i magistrati protestano
Le sanzioni Usa contro la Corte penale internazionale colpiscono per la prima volta l'intero tribunale con sede a L'Aia. L'Associazione internazionale dei magistrati le ha condannate come un'interferenza inaccettabile nell'indipendenza della giustizia.
- Le sanzioni USA contro la Corte penale internazionale del 9 ottobre 2026 colpiscono il tribunale come istituzione, dopo le misure già adottate in precedenza contro 13 tra giudici e procuratori.
- Il Consiglio centrale dell’Associazione internazionale dei magistrati (Iaj), riunito a Lisbona, ha condannato le misure di Washington.
- Ha inoltre chiesto ai 125 Stati che ne fanno parte di proteggere la Corte.
Le sanzioni USA contro la Corte penale internazionale segnano un salto di livello nello scontro tra Washington e il tribunale che ha sede a L’Aia. Il 9 ottobre 2026, lo stesso giorno in cui è stato assegnato il Nobel per la pace all’ex giudice della Corte Navi Pillay, gli Stati Uniti hanno inserito l’intera Corte nella lista dei soggetti sanzionati. La base giuridica è l’Executive Order 14203 del 6 febbraio 2025. Finora le misure colpivano singole persone, adesso toccano l’istituzione nata dallo Statuto di Roma per giudicare genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimine di aggressione. Vediamo cosa è successo più nel dettaglio e come ha reagito l’Associazione internazionale dei magistrati.
Quali sanzioni hanno applicato gli Stati Uniti alla Corte penale internazionale?
Il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato le misure sanzionatorie contro la Corte penale internazionale il 9 ottobre 2026. Lo stesso giorno l’OFAC, l’ufficio del Tesoro americano che gestisce le sanzioni economiche, ha iscritto la Corte nella lista dei soggetti bloccati (la cosiddetta SDN List).
È un passaggio senza precedenti, che arriva dopo una serie di designazioni contro tredici giudici e procuratori. Tra loro c’è anche la presidente della Corte, la giapponese Tomoko Akane, sanzionata nell’agosto 2026. L’Executive Order 14203 autorizza il governo americano a colpire chi partecipa alle attività della Corte contro cittadini statunitensi o di Paesi alleati che non hanno accettato la sua giurisdizione.
In pratica, le nuove sanzioni comportano:
- il blocco dei beni e degli interessi patrimoniali della Corte che si trovano negli Stati Uniti o sono controllati da soggetti americani;
- il divieto di fornire fondi, beni o servizi alla Corte o a suo vantaggio;
- l’esclusione della normale esenzione per le donazioni umanitarie;
- il rischio di essere sanzionato per chiunque offra supporto finanziario o materiale al tribunale.
L’impatto riguarda un’istituzione con circa 900 dipendenti e possono finire nel mirino anche le imprese che lavorano con la Corte, come banche, fornitori di software e servizi cloud.
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Il periodo transitorio
Il divieto non scatta tutto insieme. Insieme alla designazione, l’OFACha rilasciato quattro licenze generali: la più rilevante, la n. 13, consente fino al 7 aprile 2027 le operazioni necessarie alla gestione ordinaria o alla chiusura di contratti e rapporti con la Corte. Vi rientrano, per esempio, i contributi degli Stati parte, gli stipendi e l’assicurazione sanitaria del personale. Si tratta quindi di una finestra di circa sei mesi. Una licenza separata, la n. 14, riguarda telecomunicazioni, software e servizi informatici e non indica una data di scadenza.
Per i soggetti americani che violano le sanzioni, la legge federale sui poteri economici di emergenza (IEEPA) prevede pene fino a 20 anni di reclusione e multe fino a 1 milione di dollari. Chi non è americano rischia le cosiddette sanzioni secondarie, cioè l’iscrizione a sua volta nelle liste del Tesoro.
Nel testo dell’ordine esecutivo, l’amministrazione Trump accusa la Corte di azioni illegittime e infondate contro gli Stati Uniti e Israele. Né Washington, né Israele hanno aderito allo Statuto di Roma, è risaputo.
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La condanna dell’Associazione internazionale dei magistrati
La risposta più dura del mondo giudiziario è arrivata da Lisbona. Il Consiglio centrale dell’IAJ, l’Associazione internazionale dei magistrati di cui fa parte anche l’Associazione nazionale magistrati (ANM), ha approvato il 19 ottobre 2026 una risoluzione durante la 68ª riunione annuale, definendo le sanzioni un’interferenza «senza precedenti e inaccettabile» nell’indipendenza della giurisdizione.
La condanna riguarda sia le misure contro la Corte come istituzione, sia quelle già adottate contro singoli giudici e funzionari. Il documento fissa alcuni principi chiari, in quanto ribadisce che:
- le pressioni politiche o economiche di qualsiasi governo non devono condizionare il perseguimento dei crimini più gravi;
- congelare i conti dei giudici, negare loro i servizi finanziari e imporre divieti di viaggio mina le basi dell’ordine giuridico internazionale e dello Stato di diritto;
- i tribunali indipendenti devono lavorare senza timore di ritorsioni, sia a livello nazionale sia nel diritto penale internazionale.
L’IAJ chiude con un appello diretto ai 125 Stati aderenti alla Corte: chiede loro di proteggere il tribunale, i giudici e il personale dalle conseguenze delle sanzioni a ogni livello possibile.
Perché i magistrati parlano di un attacco allo Stato di diritto
Il commento pubblicato da La Magistratura insiste su una distinzione precisa: le decisioni della Corte restano criticabili, anche in modo radicale. La critica, però, non può trasformarsi nella punizione personale di chi ha esercitato in modo legittimo una funzione giudiziaria.
Il timore riguarda il precedente: se un giudice deve mettere in conto ritorsioni sulla propria vita privata, l’indipendenza smette di essere una garanzia reale. Il richiamo alle giurisdizioni nazionali non è casuale. In Italia, per esempio, l’art. 104 della Costituzione stabilisce che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.
Non a caso, il 12 agosto 2026, l’IAJ aveva firmato a Bruxelles una dichiarazione congiunta con la Rete europea dei Consigli di giustizia, ACA-Europe e la Rete dei presidenti delle Corti supreme dell’Unione europea. Già allora, le quattro reti avevano sottolineato che l’indipendenza dei giudici non è un privilegio, ma una garanzia per i diritti di tutti.
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Le reazioni della Corte, dell’Onu e dei governi
La Corte penale internazionale ha respinto le sanzioni con fermezza, definendole un attacco allo Stato di diritto e un tentativo di ostacolare il corso della giustizia. La presidente Akane ha assicurato che il tribunale continuerà a svolgere il proprio mandato con indipendenza e imparzialità, sulla base della legge e delle prove.
Anche le Nazioni Unite hanno preso posizione in merito:
- il segretario generale António Guterres ha condannato le misure contro la Corte come istituzione;
- ungruppo di esperti indipendenti dell’Onu, in un comunicato dell’Alto Commissariato per i diritti umani, ha parlato di un attacco all’amministrazione della giustizia internazionale.
Sul fronte europeo, il 10 ottobre l’Alto rappresentante dell’Unione ha espresso profondo rammarico e chiesto a Washington di revocare le misure. L’Italia ha firmato con Canada, Danimarca, Germania, Francia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri, confermando il sostegno all’indipendenza, all’imparzialità e all’integrità della Corte e totale contrarietà alle sanzioni.
Cosa succede adesso?
Il prossimo appuntamento è l’Assemblea degli Stati che hanno aderito alla CPI, prevista a dicembre 2026. La Commissione internazionale dei giuristi e oltre 120 organizzazioni hanno agli Stati, in una dichiarazione congiunta, di garantire alla Corte e a chi collabora con essa l’accesso ai servizi bancari e di dare certezza giuridica ai fornitori europei.
Le sanzioni americane non vincolano in modo diretto le imprese europee. Il rischio di sanzioni secondarie, però, può spingere banche e fornitori a interrompere i rapporti con la Corte per prudenza. Gli esperti dell’Onu chiedono proprio agli Stati di evitare questa “sovra-conformità” da parte delle aziende sotto la loro giurisdizione.
Il periodo transitorio previsto fino ad aprile 2027 lascia spazio alla diplomazia. Resta da vedere se gli Stati parte sapranno tradurre le dichiarazioni di sostegno in misure concrete.
Riferimenti normativi
- Executive Order 14203 del 6 febbraio 2025;
- 31 CFR part 528;
- 50 U.S.C. § 1705;
- artt. 5, 40 e 112 Statuto di Roma della Corte penale internazionale;
- art. 104 Cost.;
- legge 12 luglio 1999, n. 232;
- legge 20 dicembre 2012, n. 237.
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