Board of Peace e il fallimento della ricostruzione a Gaza: analisi legale e geopolitica di un istituto di transizione
Il Board of Peace, del quale si sente parlare sempre meno, evidenzia l'inefficacia di una pace gestita come un'operazione finanziaria: ecco perché.
- Il Board of Peace (BoP) opera come un’autorità di transizione istituita per gestire la ricostruzione di Gaza sulla base della Risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza, ma la sua struttura accentrata e l’assenza di rappresentanza palestinese negli organi decisionali ne minano la legittimità internazionale.
- L’istituto introduce un modello di governance basato su contributi economici, dove la permanenza nel consiglio richiede il versamento di 1 miliardo di euro, trasformando la stabilizzazione in un sistema selettivo che esclude le nazioni meno abbienti e i principi di universalità dell’ONU.
- Nonostante l’annuncio della fine delle ostilità, i dati aggiornati al marzo 2026 confermano il fallimento degli aiuti umanitari, con 72.126 vittime totali e una carestia che colpisce il 90% della popolazione palestinese.
Il Board of Peace (BoP) è un’organizzazione internazionale istituita formalmente il 22 gennaio 2026 a Davos, con lo scopo dichiarato di supervisionare la ricostruzione della Striscia di Gaza e, in prospettiva, di intervenire in altri conflitti globali.
La sua creazione è il pilastro del “Piano globale del presidente Donald J. Trump per porre fine al conflitto di Gaza”, un documento in 20 punti che ha ricevuto l’avallo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite attraverso la Risoluzione 2803 del 17 novembre 2025. Ma ci sono tanti però, che vogliamo analizzare uno alla volta, partendo da una questione fondamentale: il riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina.
Il riconoscimento dello Stato di Palestina
Il dibattito sulla legittimità del Board of Peace (BOP) non può prescindere dall’analisi del riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina, un processo che nel marzo 2026 ha raggiunto una massa critica senza precedenti. Secondo i dati aggiornati, sono 156 su 193 i membri delle Nazioni Unite (ONU) che riconoscono formalmente la Palestina come Stato sovrano. Questo dato rappresenta circa l’80% della comunità internazionale e segna un isolamento diplomatico crescente per i Paesi che ancora si oppongono o si astengono, tra cui figurano l’Italia e gli Stati Uniti.
Il biennio 2024–2025 è stato il punto di svolta. Dopo il riconoscimento da parte di Spagna, Irlanda e Norvegia nel maggio 2024, il processo ha subito un’accelerazione nel settembre 2025. In occasione dell’Assemblea generale dell’ONU a New York, nazioni del G7 come Francia, Regno Unito e Canada hanno annunciato formalmente il riconoscimento, seguite da Australia e Portogallo. Altri Paesi europei, tra cui Belgio, Lussemburgo, Malta e il Principato di Monaco, hanno completato l’adesione tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.
In Italia, la posizione ufficiale rimane quella dell’astensione, come confermato dalle votazioni parlamentari del 2 marzo 2026, dove la risoluzione di maggioranza ha registrato 183 voti favorevoli e 122 contrari, confermando la linea del governo di non procedere al riconoscimento immediato, ma di partecipare come “osservatore” alle attività del Board of Peace.
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Come funziona il Board of Peace
Il funzionamento del Board si basa su una struttura gerarchica rigida che lo distingue nettamente dalle organizzazioni multilaterali tradizionali. Al vertice si trova l’Executive board, composto da sette membri scelti direttamente da Donald Trump – tra cui figurano figure chiave come Jared Kushner, Steve Witkoff e l’ex primo ministro britannico Tony Blair. Trump ricopre la carica di presidente a vita (Chairman for Life) e detiene poteri assoluti, tra cui il diritto di veto su ogni decisione del consiglio e l’autorità interpretativa finale sui punti di diritto sollevati da controversie interne.
Le fasi del piano previste per Gaza sono le seguenti:
- fase 1: attuazione del cessate il fuoco, ritiro delle truppe israeliane dietro la “linea gialla” (che lascia a Israele il controllo del 53% del territorio) e rilascio di tutti gli ostaggi e prigionieri, conclusasi ufficialmente nel gennaio 2026;
- fase 2: avvio della governance di transizione sotto il controllo del BoP, smilitarizzazione di Hamas e inizio della ricostruzione infrastrutturale con l’obiettivo di trasferire i poteri all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) entro la fine del 2027;
- fase 3: stabilizzazione a lungo termine e integrazione economica regionale, con la prospettiva di trasformare la costa di Gaza in un distretto commerciale e turistico.
Un aspetto unico del BoP è il meccanismo di finanziamento e partecipazione. La permanenza nel Board non è un diritto derivante dalla sovranità, ma una concessione legata a un contributo economico. I Paesi che desiderano ottenere un seggio permanente devono versare 1 miliardo di euro entro un anno dall’adesione. Chi non versa tale somma può partecipare solo con mandati triennali senza poteri decisionali di rilievo. Questo modello ha portato diversi analisti a definire il Board come un “luxury club” o una “holding della sicurezza”, dove il potere è proporzionale alla capacità di spesa.

Perché il Board of Peace viene definito un organismo farlocco?
L’accusa di essere un “organismo farlocco” nasce da profonde incongruenze tra il mandato conferito dalla Risoluzione 2803 e lo statuto (Charter) effettivamente firmato a Davos. Esperti di diritto internazionale e organizzazioni come Amnesty International hanno evidenziato come il Board cerchi di trarre legittimità dall’ONU per poi agire in modo autonomo e spesso contrario ai principi della Carta ONU.
Le critiche principali si concentrano su tre pilastri:
- l’inflazione del mandato: mentre la Risoluzione 2803 limita l’autorità del Board alla ricostruzione di Gaza fino al 2027, lo statuto istitutivo si auto-attribuisce un mandato globale e indefinito per intervenire in qualsiasi area colpita da conflitti, agendo di fatto come un tribunale e un organo esecutivo parallelo alle Nazioni Unite;
- l’esclusione della rappresentanza palestinese: nonostante il Board debba governare Gaza, non vi è alcun rappresentante palestinese nell’Executive board o nel Full board. L’unico organo con presenza locale è il National committee for the administration of Gaza (NCAG), composto da tecnocrati guidati da Ali Shaath, che però è subordinato gerarchicamente alle decisioni del BoP e non ha potere di veto;
- il conflitto di interessi: la presenza di figure come Marc Rowan (CEO di Apollo Global Management) e lo sviluppatore immobiliare Yakir Gabay solleva dubbi sulla natura della ricostruzione. Si teme che Gaza non venga ricostruita per i suoi abitanti, ma per investitori stranieri attirati dal potenziale valore della costa, stimato in 50 miliardi di euro.
Sotto il profilo strettamente giuridico, il Board agisce ultra vires (oltre i propri poteri). Secondo il principio di diritto internazionale consolidato, un organo delegato non può esercitare poteri superiori a quelli dell’organo delegante. Poiché l’ONU non ha il potere di cedere la sovranità di un popolo a un ente privato o a un singolo individuo (Trump come presidente a vita), l’intera struttura del Board è considerata da molti giuristi come “giuridicamente mostruosa”.
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Gestione sicurezza e militarizzazione della Striscia
La sicurezza nella fase di transizione è affidata alla International Stabilization Force (ISF), una forza militare multinazionale posta sotto il comando del Board of Peace. La ISF è guidata dal maggiore generale statunitense Jasper Jeffers III e ha il compito di sostituire gradualmente l’esercito israeliano, addestrare una nuova polizia palestinese “vettata” (ovvero sottoposta a controlli di sicurezza) e garantire la smilitarizzazione totale della Striscia.
Il processo di smilitarizzazione prevede che Hamas e le altre fazioni consegnino ogni tipo di arma, dalle munizioni leggere ai lanciarazzi, in cambio di un programma di reintegrazione civile finanziato dal Board – ma questo punto rappresenta il principale fallimento operativo. Hamas ha ufficialmente negato di aver accettato il disarmo unilaterale finché l’occupazione israeliana persiste su oltre il 50% del territorio.
La ISF opera inoltre in un vuoto legale riguardante le immunità. Mentre i caschi blu dell’ONU godono di tutele definite da trattati internazionali, il personale della ISF risponde solo allo statuto del Board, creando incertezza su chi debba giudicare eventuali crimini o abusi commessi dai militari nei confronti della popolazione civile.

Perché la pace a Gaza non è reale
Nonostante i proclami ufficiali sulla “fine della guerra”, i dati raccolti dall’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) e dall’agenzia per i rifugiati palestinesi (UNRWA) dimostrano che la popolazione di Gaza vive in una condizione di conflitto latente e degrado sistematico. Al marzo 2026, la situazione umanitaria è definita dagli esperti dell’ONU come un “fallimento dell’umanità”.
Le statistiche aggiornate rivelano la portata della crisi:
- vittime totali: tra il 7 ottobre 2023 e il 16 febbraio 2026, sono stati uccisi 72.063 palestinesi e 171.726 sono rimasti feriti;
- morti post-cessate il fuoco: dalla firma dell’accordo del 10 ottobre 2025, sono stati registrati 1.591 decessi dovuti a violazioni della tregua, bombardamenti mirati e incidenti legati a ordigni inesplosi;
- disoccupazione: il tasso di senza lavoro ha superato l’80% della popolazione attiva, azzerando il potere d’acquisto delle famiglie e rendendole totalmente dipendenti dagli aiuti esterni;
- distruzione abitativa: circa il 70% (o più) delle infrastrutture civili è distrutto o inagibile, con oltre 1.900.000 persone che vivono in rifugi di fortuna o tende.
Il Board of Peace ha promesso l’ingresso di 600 camion di aiuti al giorno, ma la realtà operativa è drasticamente diversa. Tra il 5 e il 10 febbraio 2026, solo il 59% dei camion carichi di aiuti ha ricevuto l’autorizzazione a scaricare la merce ai valichi. Le autorità israeliane, che mantengono il controllo degli accessi in coordinamento con il Board, continuano a negare l’ingresso di beni definiti “dual-use” (a doppio uso, civile e militare), che includono generatori elettrici, tubature per l’acqua e persino materiale scolastico di base.
La crisi idrica è un esempio lampante del fallimento gestionale. La fornitura d’acqua attuale è di circa 7.000 metri cubi al giorno, una cifra che rappresenta solo il 50% dei livelli pre-conflitto e che costringe la popolazione a utilizzare fonti contaminate, con un conseguente aumento del 300% dei casi di malattie gastrointestinali tra i bambini sotto i cinque anni.
Cos’è il National Commitee for the Administration of Gaza
Il National Committee for the Administration of Gaza (NCAG) è l’organo che dovrebbe rappresentare il volto palestinese della transizione. È guidato da Ali Shaath, un ingegnere civile nato a Khan Younis e già vice-ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, scelto per il suo profilo tecnico e la sua equidistanza dalle fazioni politiche. Il compito del NCAG è la gestione quotidiana dei servizi pubblici: rimozione delle macerie, ripristino delle reti elettriche e coordinamento degli ospedali.
Tuttavia, il NCAG opera in una condizione di totale impotenza politica e operativa. I limiti principali sono:
- mancanza di accesso fisico: nel mese di febbraio 2026, diversi membri del comitato risiedevano ancora al Cairo poiché Israele non ha concesso loro i visti d’ingresso per stabilirsi a Gaza;
- subordinazione finanziaria: il NCAG non ha un bilancio proprio, ma deve richiedere ogni spesa al Board of Peace, che decide quali progetti finanziare in base a criteri di opportunità politica;
- crisi di legittimità: la popolazione di Gaza vede Shaath e il suo comitato come funzionari imposti dall’esterno, privi di un mandato elettorale. Le proteste contro il NCAG sono aumentate dopo il decreto del presidente Abu Mazen che ha rinviato le elezioni previste per l’aprile 2026.
Ali Shaath ha dichiarato che la sola rimozione delle macerie richiederà almeno tre anni di lavoro ininterrotto, mentre la ricostruzione completa delle abitazioni (circa 400.000 unità) richiederà oltre sette anni. Senza un reale potere di negoziare direttamente con Israele e senza il controllo dei valichi, il governo tecnocratico rimane una sovrastruttura burocratica che serve a depoliticizzare la questione palestinese, trasformandola da una lotta per i diritti nazionali a un problema di gestione dei rifiuti e delle fognature.
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Perché nessuno interviene?
Il paradosso di Gaza nel 2026 è che, nonostante la presenza di decine di organizzazioni internazionali e di un nuovo organismo di pace, il sostegno reale alla popolazione sta diminuendo. Questo fenomeno è dovuto a una combinazione di blocchi legislativi, tagli ai fondi e strategie geopolitiche.
Un fattore determinante è stata la messa al bando dell’UNRWA. Il 28 ottobre 2024, il parlamento israeliano ha approvato leggi che vietano le operazioni dell’agenzia sul proprio territorio e impediscono qualsiasi contatto tra funzionari israeliani e personale UNRWA. Di conseguenza, dall’inizio del 2025, Israele ha smesso di rilasciare visti al personale internazionale dell’agenzia e ha bloccato i convogli alimentari pre-posizionati ai confini. Poiché l’UNRWA era l’unica struttura capace di distribuire farina e medicinali a 2 milioni di persone, la sua eliminazione ha creato un vuoto che il Board of Peace non è stato in grado di colmare.
Il Governo israeliano ha imposto nuove regole di registrazione per le organizzazioni non governative (ONG). Nel dicembre 2025, sono state sospese le licenze a oltre 20 organizzazioni – tra cui Medici Senza Frontiere e CARE, con l’accusa di non aver fornito liste dettagliate del personale locale per il controllo di sicurezza. Questo ha ridotto la presenza di medici internazionali a Gaza del 60% rispetto all’anno precedente.
La comunità internazionale appare divisa: da un lato gli Stati che hanno riconosciuto la Palestina e chiedono l’applicazione delle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, dall’altro i partecipanti al Board of Peace, che preferiscono una gestione pragmatica guidata dagli Stati Uniti. In questo scenario, la popolazione di Gaza è diventata ostaggio di una diplomazia transazionale dove l’aiuto umanitario è usato come moneta di scambio per ottenere concessioni politiche o militari.
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Quali sono i rischi legali per i Paesi che aderiscono al Board of Peace?
L’adesione al Board of Peace comporta rischi significativi sotto il profilo del diritto internazionale e costituzionale, specialmente per i Paesi europei. Il principale punto di attrito riguarda il disprezzo del Board per le decisioni delle corti internazionali. Il Board ha ufficialmente ignorato il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) del luglio 2024, che dichiarava illegale la presenza di Israele nei territori occupati e chiedeva l’immediata cessazione dell’occupazione.
Gi Stati Uniti hanno imposto sanzioni ai funzionari della Corte Penale Internazionale (CPI), tra cui il procuratore Karim Khan e diversi giudici, per aver perseguito indagini sui crimini di guerra a Gaza. I Paesi che siedono nel Board si trovano quindi a collaborare con un ente che attacca attivamente i meccanismi di responsabilità globale.
Le principali critiche giuridiche includono:
- violazione del diritto all’autodeterminazione: il Board impone un governo a un popolo senza il suo consenso, violando una norma di diritto internazionale;
- complicità in occupazione: avallando la “linea gialla” che lascia il 53% di Gaza a Israele, il Board e i suoi membri diventano garanti di un’occupazione illegale secondo la CIG;
- erosione del diritto internazionale: la trasformazione degli aiuti in contratti per investitori privati nega il principio di umanità e neutralità che deve guidare la protezione dei civili in zone di guerra.
Board of Peace: quando la pace è solo una parola
Il fallimento del Board of Peace non è solo tecnico, ma concettuale. L’idea che si possa ricostruire una società distrutta da due anni di bombardamenti (quella che gli esperti chiamano “domicidio”, ovvero la distruzione sistematica dell’habitat umano) senza affrontare le cause profonde del conflitto è definita dagli analisti come una “farsa”.
I motivi strutturali del probabile fallimento sono:
- l’assenza di un orizzonte politico: il piano Trump non garantisce la creazione di uno Stato Palestinese sovrano e contiguo, ma parla solo di una “pathway” (percorso) condizionata a riforme e requisiti di sicurezza indefiniti;
- la permanenza del blocco: nonostante la tregua, Israele mantiene il controllo totale dei confini terrestri, marittimi e aerei di Gaza, impedendo lo sviluppo di un’economia autonoma;
- la radicalizzazione interna: l’imposizione di una leadership tecnocratica (Shaath) e la marginalizzazione delle forze politiche locali alimentano il consenso per i gruppi radicali, che vedono nel Board un’estensione dell’occupazione straniera.
In pratica, l Board of Peace appare più come un meccanismo per congelare il conflitto che per risolverlo. La pace celebrata a Davos è una pace di facciata, dove la stabilità è garantita da mercenari e soldati stranieri (ISF) e la ricostruzione è un affare per pochi eletti. Nel frattempo, i numeri dell’OCHA confermano che ogni giorno a Gaza continuano a morire civili per fame, malattie e violenze sporadiche, in un silenzio diplomatico interrotto solo dalle grida di aiuto di una popolazione che non riconosce nel Board il proprio salvatore, ma l’ennesimo amministratore della propria tragedia.
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