Acquiescenza al testamento: cos’è, quando si fa e quanto costa
Accettare il testamento significa rinunciare a impugnarlo? La guida all'acquiescenza: quando scatta, quali atti la configurano e come tutelare i propri diritti ereditari.
L’acquiescenza al testamento non è un istituto molto noto, ma può avere conseguenze molto concrete su chi eredita. In parole semplici, si tratta dell’atto con cui un erede – o un legittimario, cioè chi ha diritto a una quota di eredità per legge – sceglie di accettare le disposizioni testamentarie senza contestarle, anche quando queste potrebbero essere impugnate. Esaminiamolo più nel dettaglio.
Cos’è l’acquiescenza al testamento
Nel diritto italiano, l’acquiescenza non è disciplinata da una norma specifica in materia successoria, ma si ricava dai principi generali del Codice civile e, per analogia, dall’art. 329 del Codice di procedura civile, che la prevede espressamente in ambito processuale come rinuncia a impugnare una sentenza.
In materia di testamento, l’acquiescenza si manifesta quando un legittimario leso – cioè un erede che ha ricevuto meno di quanto gli spetta per legge – decide consapevolmente di non esercitare l’azione di riduzione prevista dall’art. 557 del Codice civile. Questo è il caso più comune e rilevante nella pratica.
L’acquiescenza può essere:
- espressa: il soggetto dichiara formalmente di accettare le disposizioni del testamento, rinunciando a qualsiasi contestazione;
- tacita: il comportamento tenuto dall’erede lascia intendere in modo inequivocabile che ha accettato le disposizioni, ad esempio eseguendole volontariamente o traendo vantaggio da esse senza riserve.
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Quando si fa l’acquiescenza al testamento
L’acquiescenza al testamento si fa – o meglio, si produce – dopo la morte del testatore, quando il testamento viene aperto e i beneficiari ne conoscono il contenuto.
Il momento più delicato è quello in cui un legittimario si rende conto che il testamento lede la sua quota di legittima, cioè la porzione di eredità che la legge (artt. 536 e seguenti del Codice civile) riserva al coniuge, ai figli e, in certi casi, agli ascendenti.
In questa situazione, l’erede ha due strade:
- esercitare l’azione di riduzione entro il termine di prescrizione ordinario di 10 anni dalla morte del testatore;
- oppure accettare – tacitamente o espressamente – quanto il testamento dispone.
L’acquiescenza espressa, quella formalizzata con un atto, si fa di solito quando le parti vogliono mettere un punto fermo sulla questione, evitare contenziosi futuri e regolare i rapporti tra coeredi in modo chiaro. Spesso accompagna accordi più ampi, come una divisione ereditaria stragiudiziale.
Quali sono gli effetti dell’acquiescenza
L’effetto principale dell’acquiescenza al testamento è la perdita del diritto di impugnare le disposizioni testamentarie. Chi ha prestato acquiescenza non può più esercitare l’azione di riduzione per ottenere la propria quota di legittima, né può in seguito contestare la validità delle disposizioni a cui ha aderito.
Gli effetti si estendono anche ai terzi acquirenti dei beni ereditari: se un legittimario ha prestato acquiescenza, i soggetti che hanno acquistato beni da un erede testamentario si trovano al sicuro da eventuali azioni di recupero, a differenza di quanto accade quando l’azione di riduzione viene esercitata (art. 563 c.c.).
Sul piano pratico, questo significa che:
- i beni donati o legati in violazione della legittima rimangono definitivamente al beneficiario;
- si evitano anni di contenzioso e spese legali;
- la certezza dei trasferimenti immobiliari ereditari aumenta notevolmente, con benefici anche per chi ha comprato o comprerà quei beni.
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Qual è la differenza tra acquiescenza e rinuncia all’eredità?
È un errore comune confondere l’acquiescenza con la rinuncia all’eredità. Sono istituti profondamente diversi. La rinuncia all’eredità (artt. 519-527 c.c.) è infatti l’atto con cui un chiamato all’eredità decide di non accettarla affatto: rinuncia a ogni diritto sull’asse ereditario, come se non fosse mai stato chiamato. Si tratta di un atto formale, che deve essere ricevuto da un notaio o dal cancelliere del Tribunale, ed è – in linea di principio – irrevocabile.
L’acquiescenza al testamento, invece, non significa rinunciare all’eredità. L’erede accetta il patrimonio ereditario, ma rinuncia a contestare le specifiche disposizioni testamentarie che potrebbero averlo leso.
In sostanza:
- con la rinuncia, si esce dall’eredità del tutto;
- con l’acquiescenza, si entra nell’eredità accettando le condizioni poste dal testamento, anche se non le più favorevoli.
Un’altra differenza riguarda la forma: la rinuncia richiede sempre un atto formale; l’acquiescenza può essere anche tacita, cioè desunta dal comportamento dell’erede.
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Quanto costa l’atto di acquiescenza
Quando l’acquiescenza viene formalizzata per iscritto – cosa consigliabile per evitare contestazioni future – si ricorre di solito a un atto notarile o a una scrittura privata autenticata.
Il costo varia in base a diversi fattori:
- il valore dei beni ereditari coinvolti, che influisce sull’onorario del notaio secondo le tariffe di riferimento della categoria;
- la complessità dell’atto, soprattutto se inserito in una divisione ereditaria più ampia;
- le imposte eventualmente dovute sulla divisione o sui trasferimenti che ne conseguono.
In linea generale, per un atto notarile di acquiescenza semplice, i costi partono da alcune centinaia di euro, ma possono salire significativamente se i beni in gioco hanno un valore elevato o se l’atto è collegato a una divisione ereditaria con immobili. A questi si aggiungono le imposte di registro, ipotecaria e catastale quando l’atto coinvolge beni immobili.
Prima di firmare qualsiasi atto, vale sempre la pena farsi assistere da un avvocato esperto in diritto successorio, che possa valutare se l’acquiescenza sia davvero conveniente rispetto all’alternativa di esercitare l’azione di riduzione. Le situazioni familiari sono spesso complesse, e ciò che sembra una rinuncia ragionevole può rivelarsi un passo che incide in modo significativo sul patrimonio finale.
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