Ddl dissenso: quando una parola ribalta la prospettiva (in peggio)
La scomparsa della parola consenso nel testo di modifica all’art. 609-bis del Codice penale (tristemente rimpiazzata da "dissenso") rischia di avere un epilogo funebre: quello di rendere lo stupro più difficilmente perseguibile.
C’è un video sul consenso che, negli ultimi giorni, ha spopolato su Instagram. Una ragazza è al ristorante. La cameriera al bancone le rovescia addosso un piatto, imbrattandole la maglietta di sugo. La ragazza si lamenta con la titolare che stravolge la situazione. Vorresti accusare la nostra miglior cameriera? Le hai detto no? Qualcuno ha visto quello che è successo? Puoi provare che è stata lei?, le chiede. La clip termina con la frase “Non lo accetteresti a cena. Ma le vittime di violenza sessuale devono sopportarlo ogni giorno“. L’insensatezza della scena colpisce allo stomaco, attiva il nostro bisogno di giustizia, che si esaurisce subito in un sospiro. Profondo. Collettivo. Rauco. In uno scenario da teatro dell’assurdo come quello attuale, non rabbrividire di fronte a ciò che è successo con il disegno di legge sulla violenza sessuale è la norma. Spiegare il Ddl dissenso, però, è necessario più che mai.
La riforma del reato di violenza sessuale: una dark comedy all’italiana
Era tutto pronto da tempo, scritto nero su bianco. A novembre la Camera aveva votato all’unanimità le modifiche all’art. 609-bis del Codice penale (quello sulla violenza sessuale, per l’appunto).
Nel nuovo testo compariva per la prima volta l’espressione «consenso libero e attuale». Una vera rivoluzione che mirava a superare il vecchio schema. Quello in base al quale, oggi, la legge riconosce la violenza sessuale solo se l’atto avviene con coercizione, violenza manifesta o abuso di autorità.
Un’occasione buttata al vento. Quello gelido delle cose che invece di andare avanti, fanno migliaia di passi indietro. Quello che ti taglia in due quando ti avevano promesso una giornata di sole, comincia a piovere e tu, ovviamente, non hai l’ombrello.
La sostituzione della parola consenso con dissenso non è entusiasmante come un gioco de’ La settimana enigmistica. È una beffa linguistica che trasforma la vittima nell’unica responsabile. Perché non importa che tu non abbia dato il consenso. Diventa colpa tua se non hai manifestato in modo chiaro il dissenso.
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Nella rete del dissenso sguazza la vittimizzazione secondaria
Prima d’ora, la parola dissenso veniva principalmente utilizzata dai difensori degli imputati, quale (infida) strategia di difesa. La conseguenza? Una forma di violenza ancora più subdola. Quella che ti raggela dall’interno perché arriva da chi dovrebbe difenderti e tutelarti. La narrazione dominante. Lo Stato. La società.
La vittimizzazione secondaria della donna che è stata violentata è l’alibi dato al carnefice. Che scava nell’anima di chi fa fatica a trovare le parole per raccontare. Farlo significa dover ripercorrere, nella mente, quello che ha vissuto.
Le domande che arrivano sono taglienti come un diamante. “Come mai non ha reagito?” e in un attimo arriva lo tsunami del ricordo. La vittima va in apnea e si ritrova lì. Immobile. Incapace di emettere suoni o di muovere arti.
Il dissenso rende legittima questa strategia. Il reato cambia faccia e diventa più o meno grave in relazione alla reazione della vittima. Rendendo praticamente impossibile garantire la tutela di chi vittima lo è davvero.
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Dal consenso al dissenso: la sovversione del racconto inizia sempre dalle parole
Le parole sono importanti. Non lo sa (benissimo) solo chi le accarezza dolcemente ogni giorno – chi di mestiere fa il copywriter, il traduttore, il poeta. Ma anche chi deve usarle per comunicare informazioni ben precise. Positivo e negativo assumono tutto un altro significato con in mano un esame istologico.
Così, nel giro di pochi mesi, si è passati dal libero consenso in assenza del quale si configura uno stupro a un cambio di prospettiva che silenzia il dolore delle donne che fanno fatica a denunciare. E mette sul banco il problema degli uomini accusati ingiustamente di violenza sessuale – un mito mediatico senza evidenze statistiche.
L’accesso alla giustizia diventa un terreno fangoso in cui la direzione da seguire viene indicata da una donna – la senatrice leghista Giulia Bongiorno – mentre stringe tra le mani l’effigie del patriarcato. Un vicolo cieco che manda a quel paese la Convenzione di Istanbul, un pasticciaccio brutto che è caos dell’ingiustizia (e che Gadda non me ne voglia per questa semicitazione).
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