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Partita IVA senza fatturato: quanto costano i contributi minimi e quando conviene chiuderla

Artigiani e commercianti pagano i contributi INPS anche a fatturato zero. Ecco quanto costa nel 2026 tenere aperta la partita IVA senza incassi e quali sono le alternative alla chiusura.

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  • Artigiani e commercianti versano i contributi INPS minimi anche con reddito pari a zero.
  • Alla contribuzione fissa si aggiungono il diritto camerale e le altre spese di gestione dell’impresa, dovute a prescindere dagli incassi.
  • La sospensione dell’attività, il regime forfettario e la cessazione temporanea sono le strade percorribili per chi non riesce più a sostenere questi costi.

Capita all’artigiano che ha aperto la sua attività da poco e aspetta ancora i primi clienti. Capita al commerciante che ha chiuso il negozio per qualche mese, sperando di ripartire con la stagione successiva. In entrambi i casi arriva la stessa sorpresa: gli avvisi INPS con importi da pagare, anche se in cassa non è entrato un euro. Chi ha una partita IVA senza fatturato scopre spesso solo in quel momento che l’iscrizione alla gestione artigiani o commercianti comporta un costo fisso, indipendente dai risultati dell’attività. Vediamo meglio come funziona questo meccanismo per aiutarti a decidere se tenere aperta la partita IVA, sospenderla o chiuderla.

Perché si paga anche senza incassi?

Chi è iscritto alla gestione INPS artigiani e commercianti non versa i contributi solo in percentuale sul reddito dichiarato. La legge fissa un reddito minimo convenzionale sul quale i contributi sono comunque dovuti, indipendentemente dal fatturato reale dell’impresa.

Per il 2026 questo minimale è pari a 18.808 euro annui, calcolato moltiplicando per 312 il minimale giornaliero di retribuzione degli operai del settore artigianato e commercio (58,13 euro) e sommando l’importo fisso previsto dalla legge 31 dicembre 1991, n. 415. Lo ha confermato l’INPS con la circolare n. 14 del 9 febbraio 2026.

Applicando le aliquote previste, il contributo fisso annuo dovuto sul minimale, comprensivo del contributo di maternità, è pari a:

  • 4.521,36 euro per gli artigiani, con aliquota del 24%;
  • 4.611,64 euro per i commercianti, con aliquota del 24,48%, comprensiva della quota destinata all’indennizzo per la cessazione dell’attività commerciale.

Questo importo va versato in quattro rate fisse, con scadenze il 18 maggio, il 20 agosto, il 16 novembre 2026 e il 16 febbraio 2027. Se il reddito d’impresa supera i 18.808 euro, sulla parte eccedente si applica la stessa aliquota (24% o 24,48%) fino al limite di 56.224 euro, con versamento alle scadenze IRPEF.

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La riduzione del 35% per chi sceglie il regime forfettario

Chi applica il regime forfettario può chiedere una riduzione del 35% dei contributi dovuti alla gestione artigiani e commercianti. La domanda va presentata all’INPS entro i termini previsti e produce effetto dall’anno in cui viene esercitata l’opzione. Per chi vuole rinunciare alla riduzione, l’istanza va presentata entro il 28 febbraio, con effetto dal 1° gennaio dello stesso anno.

LEGGI ANCHE Gestione INPS artigiani e commercianti: quali sono i contributi dovuti per il 2026

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Gli altri costi fissi: diritto camerale e spese di gestione

Oltre ai contributi INPS, chi ha una partita IVA con iscrizione al Registro delle Imprese deve versare ogni anno il diritto camerale, previsto dall’articolo 18 della legge 29 dicembre 1993, n. 580. Per le imprese individuali l’importo è fisso e varia a seconda della Camera di Commercio competente: a titolo di esempio, per la CCIAA di Ferrara e Ravenna è pari a 63 euro nel 2026, ma può cambiare da provincia a provincia.

A questo si aggiungono, in base alla situazione concreta:

  • l’imposta di bollo, se dovuta sui documenti fiscali emessi;
  • le spese per la tenuta della contabilità, anche minime nel regime forfettario;
  • eventuali quote associative o assicurative legate all’esercizio dell’attività.

Nessuna di queste voci dipende dal fatturato prodotto: si tratta di costi fissi che gravano sull’impresa anche quando l’attività è ferma.

Ti consigliamo anche Malattia partita IVA in regime forfettario: come funziona l’indennità INPS per chi è iscritto alla Gestione Separata

Ha senso tenere aperta la partita IVA senza fatturato?

La risposta dipende dalla prospettiva temporale con cui guardi alla situazione. Tenere aperta la partita IVA può avere senso se la mancanza di fatturato è temporanea e circoscritta: un’attività stagionale in attesa della riapertura, un periodo di avvio in cui i primi clienti tardano ad arrivare, oppure una sospensione dovuta a maternità, malattia o servizio militare, situazioni per cui l’ordinamento prevede specifiche tutele.

Se l’assenza di fatturato si protrae per mesi senza una prospettiva concreta di ripresa, il costo fisso dei contributi (oltre 4.500 euro l’anno) rischia di trasformarsi in un debito difficile da sostenere. In questi casi, prima di accumulare arretrati, ha senso valutare in modo concreto se proseguire l’attività sia ancora sostenibile.

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Quali sono le alternative alla chiusura definitiva della Partita IVA?

Chiudere la partita IVA non è l’unica strada. Esistono soluzioni intermedie, da valutare in base alla situazione specifica, cioè:

  • la sospensione dell’attività presso la Camera di Commercio, comunicata tramite il Registro delle Imprese, è ammessa per un periodo massimo di dodici mesi; non comporta però automaticamente l’esonero dai contributi INPS, dovuti anche durante la sospensione salvo i casi particolari previsti per le attività stagionali, il congedo parentale o il servizio militare – per le imprese artigiane iscritte all’albo, la sospensione dall’iscrizione trova riferimento nella disciplina della legge 25 gennaio 1994, n. 82, che regola i requisiti di permanenza nell’albo delle imprese artigiane;
  • l’adesione al regime forfettario, con la riduzione contributiva del 35%, riduce il peso dei costi fissi per chi prevede comunque una ripresa dei ricavi;
  • la cessazione dell’attività, con possibilità di riaprire una nuova partita IVA in un momento successivo, resta l’opzione più netta quando la sostenibilità economica non c’è più.

rima di decidere se sospendere, mantenere aperta o chiudere la partita IVA, ti conviene rivolgerti a un avvocato o a un commercialista di fiducia, per valutare la soluzione più adatta alla tua situazione specifica.

Partita IVA senza fatturato – Domande frequenti

Devo pagare i contributi INPS anche se non ho fatturato?

Sì. Artigiani e commercianti versano i contributi calcolati sul reddito minimo convenzionale, anche con fatturato pari a zero.

Posso sospendere la partita IVA invece di chiuderla?

Puoi sospendere l’attività presso la Camera di Commercio per un massimo di dodici mesi, comunicandolo tramite il Registro delle Imprese.

Conviene chiudere la partita IVA se non fattura da mesi?

Dipende dalla prospettiva di ripresa dell’attività: se i costi fissi superano stabilmente le entrate previste, la chiusura va valutata con un professionista.

Riferimenti normativi

  • legge 31 dicembre 1991, n. 415, sul minimale contributivo di artigiani e commercianti;
  • circolare INPS n. 14 del 9 febbraio 2026, sugli importi contributivi per l’anno 2026;
  • legge 29 dicembre 1993, n. 580, articolo 18, sul diritto camerale annuale;
  • legge 23 dicembre 2014, n. 190, sul regime forfettario;
  • legge 25 gennaio 1994, n. 82, legge quadro sull’artigianato.
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Gregorio Gentile
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