01 set 2021
Esecuzione e Pignoramenti

La remissione del debito

Analisi della remissione del debito a partire dal Codice civile: come funziona e quali sono le opinioni della dottrina in merito a tutti gli aspetti giuridici che possono caratterizzarla.

La legge consente al creditore di rinunciare al credito verso il debitore, liberandolo così dall’obbligo di adempiere la prestazione.

La remissione del debito è, dunque, un modo di estinzione delle obbligazioni diverso dall’adempimento; essa, in particolare, ha natura non satisfattoria, in quanto non soddisfa un interesse del creditore.

Come previsto dall’art. 1236 c.c., la dichiarazione del creditore di rimettere il debito estingue l’obbligazione quando è comunicata al debitore, salvo che questi dichiari in un congruo termine di non volerne profittare.


Remissione del debito: l’opinione dominante


Secondo l’opinione dominante la remissione del debito è a tutti gli effetti un atto giuridico unilaterale; il mancato rifiuto del debitore, infatti, non può considerarsi come una accettazione dell’altrui proposta di remissione, quanto invece come una condizione di efficacia dell’atto.

Considerare la remissione come un contratto, infatti, renderebbe superflua la relativa disposizione, in quanto non consentirebbe di distinguere l’istituto della remissione da quello del mutuo dissenso. La possibilità per le parti di estinguere il rapporto obbligatorio mediante reciproco accordo, infatti, discende già dalla previsione contenuta nell’art. 1372 c.c., secondo il quale il contratto può sciogliersi per mutuo dissenso o per le altre cause previste dalla legge.

Opinione minoritaria


Per una parte minoritaria della dottrina, invece, la remissione sarebbe un contratto risolutorio: in tale ottica, la mancanza del rifiuto da parte del debitore assurgerebbe ad accettazione tacita e la dichiarazione del creditore di rimettere il debito varrebbe invece come proposta contrattuale.

La tesi si fonda sulle analogie sussistenti tra le remissione ed il contratto con obbligazioni del solo proponente, nel quale la proposta acquista efficacia nel momento in cui perviene all’indirizzo del destinatario, salva la facoltà di questo di rifiutarla; anche nella remissione, infatti, derivano obblighi solo a carico del proponente.

Inconvenienti


Tale interpretazione presenta però alcuni inconvenienti: in primo luogo, come detto, tende a ricostruire la remissione come una sorta di mutuo dissenso, ossia come un vero e proprio accordo delle parti teso ad estinguere il rapporto obbligatorio, rendendo superflua la relativa disposizione.

In secondo luogo, subordinando l’efficacia della remissione all’accettazione del debitore, ci si porrebbe in contrasto con la lettera della legge, la quale afferma espressamente che la remissione acquista efficacia nel momento in cui la relativa dichiarazione è comunicata al debitore.

Considerando il mancato rifiuto del debitore come accettazione tacita, ancora, occorrerebbe subordinare l’efficacia del negozio alla scadenza del termine ‘’congruo’’ previsto dalla norma, entro il quale il debitore ha facoltà di rinunciare. Ciò imporrebbe la necessità di determinare tale termine e, nello stesso tempo, di individuare l’organo deputato ad accertare la mancata opposizione entro la sua scadenza.

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Un’altra opinione della dottrina


Altra dottrina, ancora, ritiene che la remissione possa assumere strutture differenti, a seconda dell’interesse del debitore di opporvisi. In pratica essa potrebbe assurgere, a seconda dei casi, a contratto unilaterale, bilaterale o ad atto unilaterale.

La scelta, tuttavia, non può essere lasciata al mero arbitrio delle parti, dovendo invece dipendere dalla sussistenza di un interesse del debitore ad opporsi alla remissione. Ne discende, dunque, che in presenza di tale interesse la remissione deve necessariamente assumere struttura bilaterale e la sua efficacia deve essere subordinata all’accettazione del debitore; diversamente, la stessa può assumere natura di atto unilaterale.

Indipendentemente dalla disputa in ordina alla natura di contratto o di atto unilaterale della remissione, essa è in ogni caso un negozio giuridico, per il quale valgono, dunque, le norme in tema di capacità e vizi del consenso.

Da quanto la remissione del debito acquista efficacia?


Si discute in ordine al momento in cui la remissione acquista la propria efficacia, ossia con riguardo all’individuazione del termine dal quale l’obbligazione deve considerarsi estinta.

Come detto, considerando la remissione come un negozio giuridico necessariamente bilaterale, essa non può che acquisire efficacia dal momento in cui è accettata dal debitore o, comunque, è trascorso il termine congruo previsto dalla legge senza che sia pervenuto al creditore il rifiuto del debitore.

Viceversa, qualificando la remissione come un atto giuridico unilaterale, il mancato rifiuto del terzo assurgerebbe a condizione, sospensiva o risolutiva, della dichiarazione di remissione posta in essere dal creditore.

Secondo una parte minoritaria della dottrina, il mancato rifiuto da parte del debitore integra una condizione sospensiva della dichiarazione di remissione del creditore, la quale acquisterà quindi efficacia solo decorso il termine previsto dall’art. 1236 c.c.

Per l’opinione maggioritaria, invece, che trae il proprio fondamento nella lettera della legge, il mancato rifiuto assurge a condizione risolutiva della remissione, la quale acquista pertanto efficacia dal momento in cui la relativa dichiarazione è comunicata al debitore, salvo poi risolversi nel caso in cui il debitore abbia dichiarato di non volerne profittare.

Secondo l’opinione dominante, quindi, la remissione è un atto unilaterale recettizio, ossia un atto che produce i propri effetti dal momento in cui viene comunicato al debitore, salva la facoltà di rifiutare di quest’ultimo, la quale assurge, pertanto, a condizione risolutiva della remissione. La natura recettizia di un atto deriva proprio dal fatto che esso è destinato ad un soggetto determinato e, pertanto, non può che assumere efficacia da quando è ad egli comunicato.

Come si determina il termine per la remissione?


Con specifico riguardo al termine congruo previsto dalla legge, ci si chiede come esso debba essere determinato. Chi ravvisa nella remissione un contratto con obbligazioni del solo proponente, ritiene che detto termine debba essere individuato facendo riferimento alla natura della prestazione o agli usi, in analogia con quanto affermato dall’art. 1333 c.c.

Al contrario, chi ricostruisce la remissione come un atto unilaterale, sostiene che la determinazione del suddetto termine non possa avvenire facendo riferimento alla prestazione dovuta o agli usi, ma debba essere individuato riferendosi alla qualità e alle condizioni del singolo debitore.

La remissione può avvenire solo a titolo gratuito?


Ci si chiede, inoltre, se la remissione possa avvenire solo a titolo gratuito o se, invece, possa essere anche a titolo oneroso.

Secondo parte della dottrina, la remissione è necessariamente un negozio giuridico a titolo gratuito, in quanto la rinuncia ad un credito dietro il pagamento di un corrispettivo non può costituire una remissione, quanto piuttosto un negozio differente ed, in particolare, una novazione o una datio in solutum.

Nell’ambito di chi sostiene la natura necessariamente gratuita della remissione, vi è poi chi ritiene che la stessa sia inevitabilmente una liberalità e, in specie, una donazione indiretta, come tale soggetta alle norme dettate dal legislatore in tema di collazione, riduzione e revocazione.

Tale opinione va sicuramente disattesa, in quanto non tutti gli atti a titolo gratuito sono necessariamente delle liberalità. Per aversi liberalità, infatti, è necessario che il soggetto abbia agito in assenza di qualsivoglia interesse patrimoniale al compimento dell’atto, ossia per mero spirito di liberalità, mentre non è dirimente la natura gratuita di questo.

Nella pratica è invece possibile che la remissione del debito non sia una liberalità, ma sia funzionale al raggiungimento di un interesse patrimoniale del creditore. Si pensi al caso, per esempio, del socio che rinuncia gratuitamente al credito nei confronti della società di cui è membro: qui, nonostante la remissione sia a titolo gratuito, non può considerarsi una liberalità.

Remissione del debito a titolo oneroso


Secondo altra parte della dottrina, invece, la remissione del debito può avvenire anche a titolo oneroso; è possibile, dunque, che il creditore rinunci al proprio diritto dietro il pagamento di un corrispettivo, senza che ciò comporti la necessità di definire la fattispecie come una datio in solutum o come una novazione, ossia come un vero e proprio contratto a prestazioni corrispettive.

Una ipotesi di remissione a titolo oneroso, d’altra parte, sarebbe rinvenibile nell’art. 1240 c.c., secondo il quale il creditore che ha rinunciato, verso corrispettivo, alla garanzia prestata da un terzo deve imputare al debito principale quanto ha ricevuto, a beneficio del debitore e di coloro che hanno prestato garanzia per l’adempimento dell’obbligazione.

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Forma della remissione


Quanto alla forma della remissione, si discute se essa debba o meno rivestire la stessa forma del negozio dal quale è sorto il credito che ne costituisce l’oggetto.

Secondo l’opinione dominante, la remissione è un atto a forma libera che, come tale, può desumersi anche da comportamenti concludenti del creditore, dai quali dedurre la volontà di questo di rinunciare al proprio credito.

Costituirebbero remissione tacita le ipotesi previste dall’art. 1237 c.c., secondo il quale la restituzione volontaria del titolo originale del credito, fatta dal creditore al debitore, costituisce prova della liberazione anche rispetto ai condebitori in solido; nello stesso tempo, se il titolo del credito è in forma pubblica, la consegna volontaria della copia spedita in forma esecutiva fa presumere la liberazione, salva la prova contraria.

L’art. 1237 c.c., pertanto, contemplerebbe due ipotesi di remissione tacita, desunte, cioè, da un comportamento del titolare assolutamente incompatibile con la volontà di conservare ed esercitare il diritto.

Parte della dottrina, invece, contesta la natura di remissione tacita dell’ipotesi prevista nel primo comma dell’art. 1237 c.c., in quanto la restituzione indicata dalla norma integrerebbe un comportamento tipico, e non un negozio giuridico, al quale la legge riconnette necessariamente una certa conseguenza giuridica, senza che possa essere accertata una volontà contraria.

Al contrario, la spedizione del titolo in forma esecutiva è considerata da tutti come un vero e proprio negozio giuridico e, per tale ragione, la presunzione di liberazione non può considerarsi assoluta, come invece avviene nel caso previsto dal primo comma, risultando possibile dimostrare la sussistenza di una volontà contraria.

Viceversa, secondo alcuni autori, in ossequio al principio di simmetria dei negozi accessori, la remissione dovrebbe rivestire la stessa forma dell’atto dal quale è sorto il credito che ne costituisce l’oggetto, trattandosi comunque di negozio avente efficacia risolutoria.

Conseguenze della remissione


Attraverso la remissione si determina l’estinzione del credito, comprensivo di tutti gli accessori, tra i quali le garanzie. Al contrario, come previsto dall’art. 1238 c.c., la rinuncia alle garanzie dell’obbligazione non fa presumere la remissione del debito, stante la natura dipendente di queste rispetto all’obbligazione principale.

È dibattuto, piuttosto, se la rinuncia del debito principale comporti anche la remissione degli interessi. Secondo alcuni autori tali debiti sono e devono rimanere distinti, di conseguenza, la remissione del debito riguardante una delle due obbligazioni non fa presumere anche la remissione dell’altra.

Altri autori, invece, ritengono che la rinuncia al capitale comporti necessariamente anche la rinuncia agli interessi, stante la natura accessoria di questi rispetto al capitale. Altri, ancora, affermano la necessità di ricercare l’effettiva volontà delle parti caso per caso.

In linea di massima, si ritiene che oggetto della remissione possa essere qualsiasi credito, salvo particolari divieti imposti dalla legge. Per esempio, per espressa affermazione del legislatore costituzionale, non sono suscettibili di remissione alcuni diritti fondamentali, quali il diritto alle ferie o al riposo settimanale del lavoratore. Si ritiene, inoltre, che non sia passibile di remissione il credito agli alimenti.

Oggetto della remissione, d’altra parte, può anche essere un debito futuro; salvo, tuttavia, il divieto di patti successori di cui all’art. 458 c.c.

Si discute, poi, se possa costituire oggetto della remissione anche una obbligazione naturale: secondo l’opinione maggioritaria che trae il proprio fondamento dalla lettera dell’art. 2035 c.c., ciò non sarebbe possibile in quanto l’obbligazione naturale non è suscettibile di produrre alcun effetto giuridico, ad eccezione dell’irripetibilità della prestazione spontaneamente realizzata.

La remissione è una rinuncia al credito?


Ci si chiede, in dottrina, se la remissione possa o meno identificarsi come una rinuncia al credito o se, invece, remissione e rinuncia siano in realtà fattispecie differenti.

Secondo alcuni tra la remissione e la rinuncia vi è completa identità, con entrambe si provvede alla dismissione di un diritto da parte del suo titolare.

Tra la rinuncia e la remissione vi sarebbe, in particolare, un rapporto di genere a specie: la remissione sarebbe, infatti, solo una particolare forma di rinuncia, caratterizzata per aver ad oggetto un debito.

Al contrario, vi è chi sostiene che tra i due istituti vi sarebbero delle fondamentali differenze, riscontrabili nell’ipotesi in cui l’obbligazione sia caratterizzata dalla sussistenza di una pluralità di soggetti, siano essi debitori o creditori.

In presenza di più debitori, infatti, la remissione fatta ad uno dei condebitori – così come previsto dall’art. 1301 c.c. – ha effetto anche nei confronti degli altri, il cui debito deve essere ridotto della parte del condebitore a favore del quale è stata posta in essere la remissione.

La rinuncia, invece, non potrebbe esplicare alcuna efficacia nei confronti degli altri condebitori, in quanto con essa il creditore rinuncerebbe solo a chiedere il pagamento del credito al condebitore in favore del quale è stata fatta, conservando la facoltà di chiedere l’adempimento dell’intero agli altri.

Ugualmente, in presenza di più concreditori la rinuncia di uno di essi non libera nemmeno in parte il debitore, il quale continuerà ad essere obbligato per l’intero, mentre la remissione libererà il debitore per la parte del concreditore remittente, a norma dell’art. 1301 c.c.

Tale opinione è tratta dall’efficacia che l’ordinamento riconosce alla rinuncia al legato: qui, infatti, la parte del legatario rinunciante si accresce agli altri, i quali conservano il diritto di ottenere l’adempimento integrale del legato da parte dell’erede.

D’altra parte, mentre la rinuncia non può essere impedita, la remissione è invece efficace salvo l’opposizione del debitore.

Differenza tra remissione e pactum de non petendo


La remissione, infine, non deve essere confusa con il pactum de non petendo, con il quale il creditore si impegna a non chiedere quanto dovuto dal debitore per un determinato periodo di tempo, o anche a tempo indeterminato.

Secondo parte della dottrina, tuttavia, la differenza tra i due istituti sarebbe rinvenibile solo nell’ipotesi in cui il patto valga per un periodo limitato di tempo o solo in presenza di determinate circostanze; nel caso in cui, al contrario, sia stato stipulato per un tempo indeterminato, lo stesso si identifica in tutto e per tutto con la remissione.

Tale opinione non può essere condivisa, in quanto i due istituti presentano notevoli differenze. Con il pactum de non petendo, infatti, si rinuncia esclusivamente all’azione volta all’adempimento del credito, ma non al credito stesso; viceversa, la remissione costituisce un modo di estinzione dell’obbligazione diverso dall’adempimento e, pertanto, influisce direttamente sul credito, determinandone l’estinzione.

Anche in questo caso, la differenza si rinviene in presenza di una obbligazione caratterizzata dalla presenza di più soggetti, debitori o creditori.

Nel caso in cui, infatti, il creditore rimetta il debito nei confronti di uno solo dei debitori, la parte dovuta dagli altri dovrà essere diminuita della quota gravante su colui a favore del quale è stata fatta la remissione; se, invece, il creditore stipula un pactum de non petendo con uno dei debitori, il debito continuerà a sussistere per intero nei confronti degli altri, solo che il creditore non potrà chiederne l’adempimento al debitore con cui ha stipulato il relativo patto.

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