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Tatuaggi e lavoro: cosa dice la legge italiana

Quando i tatuaggi possono costituire un problema sul posto di lavoro e cosa prevede la normativa in vigore in Italia.

Tatuaggi e lavoro

Esiste una legge sui tatuaggi?

Nel corso degli anni sono state depositate diverse proposte di legge in Parlamento e sono attualmente in vigore alcune leggi regionali, per esempio in Toscana, Marche e Friuli. Tuttavia, a livello nazionale, in Italia non esiste una legge sui tatuaggi

Ci sono della Circolari rilasciate dal Ministero della Salute, in particolare la n. 2.9/156 del 5 febbraio 1998 e la n. 2.8/633 del 16 luglio 1998 contenenti le “Linee guida per l’esecuzione di procedure di tatuaggio e piercing in condizioni di sicurezza”. 

Nonostante non ci siano delle limitazioni previste dalla legge, avere dei tatuaggi nel nostro Paese potrebbe risultare problematico dal punto di vista lavorativo: vediamo di seguito qual è la situazione attuale. 

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Quando i tatuaggi sono vietati

Imporre il divieto di potersi tatuare sarebbe non solo contrario alla nostra Costituzione, ma anche allo Statuto dei lavoratori: per questo motivo non sono previste limitazioni né nella normativa italiana, né tantomeno in quella europea. 

L’unico divieto imposto dalla legge è quello che impedisce di fare tatuaggi (e piercing) ai minori di 18 anni senza che ci sia il consenso informato da parte dei genitori, oppure del tutore legale. In alcune Regioni è imposto il divieto per i tatuaggi ai minori di 14 anni, anche in presenza dell’assenso dei loro genitori. 

Per quanto riguarda la situazione lavorativa, i tatuaggi sul lavoro non sono proibiti, sebbene si possa incontrare una certa ostilità nei confronti di quelli che mostrano messaggi offensivi, in particolar modo di tipo razzista o dal contenuto osceno. 

L’unico caso previsto dalla legge nel quale si è obbligati a non avere tatuaggi visibili sul proprio corpo, è quello in cui si ha intenzione di entrare a far parte delle Forze dell’ordine: ecco cosa prevede la normativa in merito.

Tatuaggi e lavoro

Tatuaggi e Forze dell’ordine

Se da un lato chi ha uno o più tatuaggi può partecipare senza alcuna limitazione ai concorsi pubblici, la situazione cambia per chi è interessato a fare carriera tra le Forze dell’ordine, quindi a diventare militare, poliziotto, carabiniere, finanziere, e così via. 

Non a caso, nel bando dell’esercito italiano si legge proprio che “In sede di visita medica generale, le commissioni per gli accertamenti psico-fisici e attitudinali giudicheranno inidonei i candidati che presentino tatuaggi quando, per la loro sede, siano contrari al decoro dell’uniforme (e quindi visibili con l’uniforme di servizio estiva) ovvero, se posti nelle zone coperte dall’uniforme risultino, per contenuto, di discredito alle istituzioni”.

I tatuaggi, dunque, non devono essere visibili al di fuori delle uniformi; in più, sono assolutamente inaccettabili quelli che manifestano una personalità abnorme. Per i militari in missione, inoltre, risulta indispensabile non essere riconosciuti per i simboli presenti sulla pelle. La presenza di una delle due condizioni comporta quindi l’esclusione dal bando di gara. 

Un militare non può essere licenziato per i tatuaggi

A questo proposito risulta molto interessante citare la sentenza n. 432 29 giugno 2020 del Tar Emilia Romagna, grazie alla quale un appuntato che era stato sanzionato dal Ministero della difesa della “perdita del grado per rimozione” a causa della presenza di tatuaggi che coprivano entrambi gli avambracci. L’Arma dei Carabinieri in Italia non vieta, ma sconsiglia la presenza di tatuaggi su zone visibili del corpo, in particolar modo le braccia, le mani o il viso. 

Il ricorso dell’appuntato è stato accolto dal Tar, il quale ha considerato la sanzione inflitta irragionevole e sproporzionata rispetto alla condotta incriminata, considerata ancor più grave in quanto la foto degli avambracci tatuati era stata pubblicata sui social. 

Il Tribunale amministrativo ha stabilito che “l’incisione di tatuaggi, ove per dimensioni e contenuto siano deturpanti della persona e indice di personalità abnorme, può sicuramente costituire un illecito sul piano disciplinare in quanto in contrasto con il Regolamento sulle uniformi per l’Arma dei Carabinieri, oltre che con il Testo unico”, ma le sanzioni disciplinari devono “conformarsi a parametri di ragionevolezza e proporzionalità”. 

La sanzione è stata considerata sproporzionata “dal momento che anche ove i tatuaggi per le relative dimensioni siano obiettivamente deturpanti della persona, non si ravvisa per ciò solo il venir meno del rapporto fiduciario con l’Amministrazione”, “la ragionevolezza della massima sanzione espulsiva”.

Nella sentenza si legge infine che “la condotta addebitata seppur non di lieve entità, non appare inadempimento di gravità tale da non consentire la prosecuzione del rapporto, tenuta in considerazione sia la possibilità di impiego presso unità operative ove non è imposta l’uniforme a maniche corte, sia della stessa rimozione ove volontaria dei tatuaggi”.

Tatuaggi e lavoro

Si può essere licenziati per un tatuaggio?

Quanto descritto fin qui, porta a un interrogativo davvero molto interessante, ovvero quella della liceità di un licenziamento a causa di un tatuaggio. Alcune ricerche hanno dimostrato che molte aziende tendono a giudicare negativamente la presenza di tatuaggi sul corpo di un candidato. 

In pratica, a parità di curriculum, chi ha un tatuaggio finisce in fondo alla classifica e abbassa le sue possibilità di essere assunto. Questo non succede di solito nelle aziende dove la maggior parte dei dipendenti sono giovani: in questi casi è anche possibile che lo stesso fondatore della società abbia dei tatuaggi. 

Dal punto di vista lavorativo, da un lato troviamo la libertà di espressione e una società che ci permette di “dipingere” il nostro corpo a nostro piacimento, dall’altro, invece, il sussistere di discriminazioni sul lavoro a causa i tatuaggi, una realtà che, alle volte, si può concretizzare:

  • con la decisione di non assumere una persona per i suoi tatuaggi, nonostante le sue competenze vadano bene per una determinata posizione;
  • con la possibilità di creare dei regolamenti interni nei quali viene imposto ai dipendenti di non mostrare i tatuaggi alla clientela

Il licenziamento per tatuaggio potrebbe eventualmente avvenire solo nel caso in cui esistano delle direttive interne da seguire e il dipendente si sia rifiutato di farlo.

Leggi anche: “Come impugnare un licenziamento“.

Ad ogni modo, l’applicazione di una sanzione disciplinare a un dipendente con tatuaggi può avvenire solo nel caso in cui la regola presente nel regolamento aziendale sia antecedente alla sua assunzione. In caso contrario, i dipendenti con tatuaggi non possono rischiare di essere licenziati.

È legale tatuarsi il volto? 

I tatuaggi sul viso stanno diventando sempre più una moda nel nostro Paese, da quando alcuni rapper li hanno fatti diventare mainstream: nonostante ciò, a livello sociale, in Italia la presenza di un tatuaggio sul volto viene ancora fortemente stigmatizzata. Chi ce l’ha viene subito associato a concetti negativi e considerato una persona da emarginare. 

Se, dunque, i tatuaggi – in particolare alcune tipologie – possono ancora oggi essere causa di discriminazione sociale e lavorativa, la legge non esclude la possibilità di tatuarsi la parte del corpo che si desidera. Rispondendo alla domanda “è legale tatuarsi la faccia?”, la risposta è “Sì”.

Prima di tatuarsi il volto, però, è bene informarsi per tempo del fatto che i contratti collettivi nazionali potrebbero prevedere il divieto di mostrare i tatuaggi ai clienti: nasconderne uno sul viso sarebbe praticamente impossibile. 

Avere un tatuaggio sul volto, comunque, non può autorizzare le Forze dell’ordine a condurre qualcuno in questura o alla stazione più vicina: al massimo, avranno come sempre la facoltà di richiedere le proprie generalità e, eventualmente, i documenti. 

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Maria Saia
Esperta di diritti delle donne
Ha respirato per più di 20 anni la stessa aria di Falcone e Borsellino e ne condivide, ancora oggi, il sogno utopico di un mondo senza mafie e ingiustizie. Non a caso, “È la giustizia, non la carità, che manca nel mondo” è una delle sue citazioni preferite. Su deQuo, scrive di bonus e agevolazioni statali e di diritti della persona - in particolare, di diritti delle donne.
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