Cos’è l’ICE e cosa sta facendo in America
In questi giorni di grandi tumulti, nei quali la democrazia trema, una guida sull'origine e l'evoluzione dell'ICE - e una riflessione a cuore aperto.
Quando succede qualcosa di eclatante e i media si svegliano per essere i primi nella corsa all’informazione fast food – quella che ingurgiti di fretta senza farti domande e che, se non sei abituato a fartele, dai per buona – faccio sempre una cosa. Leggo i commenti sui social. Tra la fine di sabato 31 gennaio e le prime ore del mattino del 1° febbraio, ne ho letti diversi sotto ai post della manifestazione tenutasi a Torino contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Una delle frasi ricorrenti era questa “vogliamo l’ICE“. Mi è tornato subito in mente il cappellino blu di Liam Conejo Ramos, arrestato all’età di 5 anni per essere nato nel posto sbagliato (adesso, comunque, è stato liberato). E mi sono detta che forse c’è ancora poca informazione su cosa sia (davvero) l’ICE. Ecco le mie 200 lire alla causa.
Cos’è l’ICE?
ICE – acronimo di Immigration and customs enforcement – non è un’invenzione di Trump. Si tratta di un’agenzia federale di polizia che riceve “ordini” direttamente dal dipartimento di Sicurezza nazionale.
È stata creata dopo l’attacco alle Torri gemelle e la sua missione ufficiale era quella di condurre indagini penali, far rispettare le leggi sull’immigrazione, preservare la sicurezza nazionale e proteggere la sicurezza pubblica.
Donald Trump la sta utilizzando (principalmente) per combattere l’immigrazione illegale e attuare una politica di deportazioni di massa, con modalità più che discutibili: chi viene trovato privo di documenti, viene arrestato da agenti pesantemente armati. Facendo un esempio, nella sola giornata del 4 giugno 2025 sono state arrestate ben 2.200 persone.
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Quali sono i poteri dell’ICE?
In termini di dimensioni, l’ICE rappresenta la seconda agenzia investigativa federale degli Stati Uniti – al primo posto c’è l’FBI. Nasce più precisamente nel 2003, dalla fusione tra le unità investigative del servizio doganale e quello per l’immigrazione.
L’ICE di fatto non si occupa soltanto di contrastare l’immigrazione irregolare, ma anche di combattere il terrorismo e il traffico di essere umani.
In pratica, è formata da due sottogruppi:
- l’Ero, Enforcement and removal opertions, che si occupa di identificare, arrestare e deportare le persone senza documenti. Ci sono dei veri e propri centri di detenzione civile, che sono separati dalle carceri penali;
- l’Hsi, cioè l’Homeland security investigations, il quale si occupa invece di crimini transnazionali – in particolare di traffico di droga e armi, terrorismo, tratta di esseri umani, crimini informatici e finanziari.
L’ICE può operare anche all’estero (presenta sedi in più di 50 Paesi). A livello investigativo, la sua “cifra stilistica” è questa: gli agenti possono condurre indagini senza copertura e – come si può intuire dalle notizie che arrivano dall’altro lato del mondo – possono arrestare i civili per violazioni delle politiche sull’immigrazione, anche se non ci sono accuse penali contro di loro; la presenza irregolare sul territorio degli Stati Uniti non è un reato, ma un illecito amministrativo (ça va sans dire).
L’ICE di Trump: cosa è andato storto
Se, sulla carta, l’ICE sta semplicemente facendo quello per cui è stata creata, a livello pratico basta pensare ai volti di Renée Nicole Good e di Alex Pretti, entrambi uccisi senza una motivazione reale dagli agenti dell’ICE nel mese di gennaio 2026, per iniziare a sentire la gamba che trema sulla sedia (senza essere ADHD).
La politica anti-immigrazione di Trump ha superato ogni limite: gli agenti dell’ICE non hanno bisogno di mandati per fermare, detenere o arrestare qualcuno. Possono detenere e perquisire anche chi sta semplicemente attraversando il confine con gli Stati Uniti. È sufficiente il sospetto che ci si trovi negli USA in modo irregolare.
“Solo quando necessario”, ovvero (in base alle linee guida del dipartimento per la Sicurezza nazionale) quando la persona che hanno di fronte rappresenta “una minaccia imminente di morte o lesioni gravi“, possono uccidere. Peccato che né Renée Nicole Good, né Alex Pretti avessero l’aria di essere dei brutti ceffi dal comportamento minaccioso…
E mentre le denunce contro le violazioni dei diritti civili aumentano e le strade si riempiono di striscioni con la scritta “OUT ICE”, crescono anche le violenze. Nel 2025, gli agenti ICE hanno tolto la vita a 32 persone. Nel 2026, fino al momento in cui scrivo, hanno ammazzato 7 persone. La loro morte è stata, per la legge, “oggettivamente ragionevole”.
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Perché gli agenti dell’ICE non sono stati condannati?
Nessuno degli agenti dell’ICE che ha sparato è stato condannato per omicidio (colposo o doloso che sia). E nessuno è riuscito a dimostrare che gli agenti dell’ICE abbiano violato la Costituzione (e i diritti delle vittime). Ma perché?
In teoria, gli agenti dell’ICE americana possono essere perseguiti. Nella pratica, è molto difficile che accada. Se si dimostra che hanno agito “svolgendo il loro dovere”, infatti, il caso viene archiviato prima ancora che possa arrivare davanti a una giuria popolare.
In più, il cosiddetto Bivens Gap impedisce ai cittadini di poter fare causa contro gli agenti federali nell’ipotesi di violazioni costituzionali (tra le quali rientra l’uso eccessivo della forza). E se oggi godono di immunità qualificata, il sogno di Trump è quello di farla diventare “totale”.
Perché si scende in piazza contro l’ICE a Milano-Cortina
Dopo un simpatico valzer di conferme e smentite, alla fine la stessa ICE ha assicurato la sua presenza ai Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026, per fornire supporto nelle operazioni di sicurezza. Le proteste (pacifiche) non si sono fatte mancare.
Ora, mettendo totalmente da parte le considerazioni politiche legate a questa scelta e le facili battute, vedendo quello che sta succedendo in America, mi sorge spontaneo un interrogativo. Se un agente dell’ICE dovesse sparare a qualcuno che sta protestando in modo opposto a quello che ci hanno insegnato i monaci buddisti, in Italia, farebbe bene?
Perché forse, prima di scrivere, con nome e cognome, su uno spazio pubblico, certe affermazioni, si dovrebbe ragionare sul fatto che se alla violenza rispondi con altra violenza (anche solo da tastiera) non l’hai fermata perché sei più forte. La stai solo alimentando.
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