L’assegno di mantenimento si paga anche se il reddito è basso?
Per i Giudici non rileva solo la dichiarazione dei redditi: l’assegno di mantenimento si calcola sulla reale capacità economica, ricostruita attraverso tenore di vita, patrimonio, spese e indagini finanziarie.
- Il reddito dichiarato al Fisco non basta per il calcolo dell’assegno di mantenimento: i Giudici valutano la capacità economica reale, considerando tenore di vita, patrimonio, spese da sostenere.
- Il mantenimento si adegua ai cambiamenti: se il tenore di vita migliora o peggiora in modo significativo e documentato, l’assegno può essere rivisto per garantire equilibrio e tutela dei figli.
- Anche le foto pubblicate sui social network possono essere utilizzate come prova del tenore di vita sostenuto.
Quando si parla di assegno di mantenimento, una delle domande più frequenti è: “Se guadagno poco, posso essere obbligato comunque a pagare?” La risposta, come spesso accade nel diritto di famiglia, non è mai un semplice sì o no. Se stai immaginando che una busta paga modesta o una dichiarazione dei redditi “leggera” possano ridurre o addirittura azzerare il contributo dovuto ai figli o all’ex coniuge sbagli perché la giurisprudenza racconta una storia molto diversa.
Negli ultimi anni, i Tribunali hanno sviluppato un approccio sempre più concreto e aderente alla realtà economica delle famiglie. Non basta più guardare ai numeri riportati al Fisco: ciò che conta è la capacità economica effettiva, valutata attraverso il tenore di vita, le spese sostenute, il patrimonio disponibile, le partecipazioni societarie e perfino gli aiuti familiari.
Le recenti decisioni della Cassazione e della Corte d’Appello di Torino confermano un principio ormai consolidato: non è possibile sottrarsi agli obblighi di mantenimento dichiarando redditi bassi se, nella vita quotidiana, si dispone di risorse ben più consistenti.
Questo orientamento tutela i figli e garantisce equità tra i genitori offrendo una bussola chiara per comprendere quando l’assegno può essere aumentato o ridotto, in base ai reali cambiamenti delle condizioni economiche.
Perché i social contano nella quantificazione dell’assegno di mantenimento
La Corte d’Appello di Torino, con la sentenza 337/2021, ha affrontato un caso emblematico: un padre dichiarava meno di 24.000 euro l’anno, ma su Instagram e Facebook pubblicava foto di vacanze a Capri, Saint-Tropez, Montecarlo e Versilia, viaggi internazionali, cene in ristoranti stellati e shopping in boutique di lusso.
Il Tribunale non ha considerato queste immagini come una semplice ostentazione dello stile di vita del genitore, ma come veri e propri indizi concreti di una capacità di spesa incompatibile con il reddito dichiarato all’Agenzia delle Entrate. Il risultato è stato l’aumento dell’assegno di mantenimento per i figli perché il Giudice ha ritenuto inattendibili le dichiarazioni fiscali.
L’Autorità Giudiziaria si è avvalsa delle pubblicazioni sui social per:
- verificare la coerenza tra reddito dichiarato e stile di vita;
- individuare eventuali entrate “non ufficiali”;
- valutare la reale disponibilità economica.
In altre parole: se mostri di poter spendere molto, il Tribunale presume che tu possa contribuire di più al mantenimento dei figli.
Tra l’altro, se stai pensando che possa esserci una violazione della privacy, ti stai sbagliando. Ciò che si pubblica è spontaneo e volontariamente reso noto a tutti. Siamo di fronte a del materiale che la stessa persona ha scelto di rendere visibile.
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I social come prova
La sentenza della Corte d’Appello Torinese costituisce un importante precedente poiché quanto pubblicato sui social costituisce una valida prova innanzi al Tribunale della reale capacità economica del genitore obbligato. Qualora emerga una discrepanza tra lo stile di vita reso noto e i risultati della dichiarazione dei redditi, il Giudice può considerare tali documenti inattendibili e dare maggior peso alle immagini e ai contenuti pubblicati nella determinazione dell’assegno di mantenimento.

L’assegno di mantenimento è dovuto anche in caso di reddito basso
Un altro punto importante è stato messo in luce dalla recente sentenza della Corte di Cassazione 25558 del 18 settembre 2025, che conferma l’assegno di mantenimento disposto dal Tribunale poiché conforme alla reale capacità contributiva del genitore obbligato.
La Corte Suprema chiarisce infatti che tale capacità deve essere valutata non solo tenendo conto delle dichiarazioni fiscali, ma anche a seguito delle indagini effettuate dalla Guardia di Finanza.
Condividendo un orientamento consolidato in materia, ha ribadito che le dichiarazioni fiscali non sono vincolanti. Il convincimento del Giudice può derivare da presunzioni semplici e elementi di fatto, come può essere il tenore di vita, le spese sostenute e la partecipazione a compagini societarie.
Nella fattispecie esaminata dalla Cassazione, il padre dichiarava circa 1.000 euro l’anno. Una cifra che, se presa alla lettera, lo avrebbe reso praticamente a incapace di contribuire al mantenimento delle figlie.
Eppure, lo stesso padre:
- sosteneva spese importanti senza ricorrere a prestiti;
- deteneva il 40% di una società di famiglia;
- effettuava investimenti aziendali rilevanti;
- manteneva un tenore di vita non compatibile con i redditi dichiarati.
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I controlli della Guardia di Finanza
La Guardia di Finanza, incaricata di verificare la situazione, aveva ricostruito un quadro completamente diverso da quello fiscale: il patrimonio e la capacità di spesa erano molto più elevati.
La Cassazione ha quindi confermato che:
- le dichiarazioni fiscali non vincolano il Giudice Civile;
- il Tribunale può basarsi su presunzioni, indagini finanziarie, stile di vita, disponibilità di beni;
- gli investimenti societari non occultano la ricchezza in quanto si limitano soltanto a spostare le risorse a disposizione.
In altre parole, non è sufficiente dichiarare poco per evitare di pagare l’assegno di mantenimento: si paga in base al proprio tenore di vita e non in base a quanto è stato dichiarato.

Quando l’assegno di mantenimento può variare
Il mantenimento, la cui misura non è finalizzata a pareggiare i redditi dei due coniugi, è una cifra che può essere modificata. Se uno dei genitori migliora sensibilmente la propria situazione economica, grazie a un nuovo lavoro, un’eredità, un’attività che decolla o una convivenza che riduce le spese, l’altro può chiedere la revisione dell’assegno.
Il principio è semplice: i figli hanno diritto a beneficiare del miglioramento economico del genitore, anche se avviene anni dopo la separazione.
Allo stesso modo, se la capacità economica peggiora in modo rilevante per malattia, perdita involontaria del lavoro, eventi non imputabili al genitore, il Giudice può disporre la riduzione dell’assegno. Ma sono necessarie prove concrete: non si può attuare una strategia per abbassare il reddito e tenere in considerazione soltanto le dichiarazioni fiscali. Un messaggio che deve essere chiaro: i figli non possono pagare per i comportamenti degli adulti.
Le due sentenze che abbiamo sopra citato tracciano una linea netta: il mantenimento dei figli è un dovere primario e non può essere aggirato con dichiarazioni fiscali alleggerite, investimenti societari o informazioni difformi. I Giudici guardano alla vita reale, non ai numeri sulla carta. Se il tenore di vita racconta una storia diversa, l’assegno si adegua.
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