Cos’è la nassa delle forze dell’ordine tra gestione dell’ordine pubblico e abuso
Dopo i cortei di Torino e Milano, la nassa delle forze dell’ordine torna al centro del dibattito: vediamo di cosa si tratta e se è legittima.
Sabato 24 ottobre, a Torino, si è tenuta una manifestazione, partecipata e sentita da migliaia di persone, contro il riarmo e il carovita. Tre punti di ritrovo e una città blindata: camionette sparse qua e là, nastri rossi e bianchi per bloccare le vie di passaggio del corteo, forze dell’ordine con scudi, caschi e manganelli in posizione d’assetto. Una data che il giorno dopo ricordi solo per quello che è andato male, con le solite voci opposte che si parlano l’una sopra l’altra. Tra lacrimogeni lanciati su gente inerme, momenti di tensione, qualche ferito e assenza di danni collaterali ai commercianti (nessuna vetrina è stata maltrattata) c’è anche altro da raccontare: si chiama nassa e non è la prima volta che viene messa in atto dalle forze dell’ordine. Vediamo di cosa si tratta e qual è il confine tra la corretta gestione dell’ordine pubblico e l’abuso di autorità.
Cos’è la nassa?
La parola “nassa” (o kettling) indica una tecnica di contenimento (nota come corralling) adoperata dalle forze dell’ordine con l’obiettivo di bloccare una folla nel corso di una manifestazione.
In inglese, kettle è il bollitore: si riferisce metaforicamente alla pressione che la polizia o i carabinieri vogliono mettere sui manifestanti, accerchiandoli. Corral, invece, indica la recinzione per il bestiame e il senso di come la nassa viene messa in atto è identico.
In pratica funziona così: le forze dell’ordine chiudono i manifestanti in uno spazio ben preciso, una piazza o una strada, trattenendoli al suo interno, senza lasciare via d’uscita, come in un recinto. È successo a Torino il 24 ottobre 2026, ma era già accaduto a Milano il 17 ottobre, e a Parigi.
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Qual è l’obiettivo della nassa?
La nassa è una pratica già nota. Uno dei casi più conosciuti risale al 1° maggio 2001: a Oxford Circus, a Londra, la polizia aveva trattenuto per 7 ore migliaia di persone, lasciandole senza acqua, cibo o la possibilità di andare in bagno. Persone qualunque, per intenderci, anche passanti che si trovavano lì per caso.
Il fine è uno solo: quello di far stancare chi protesta, mettendolo nella condizione di desistere e tornare a casa sfinito. Nonostante sia stata ampiamente criticata perché consiste nella detenzione indiscriminata di cittadini e rappresenta, di fatto, una violazione della libertà di circolazione e della libertà di riunione (come confermato dalla stessa CEDU), viene “normalmente” adoperata come forma di repressione del dissenso.
Repressione che, negli ultimi tempi, ha assunto tinte sempre più nere: non solo idranti e manganelli, ma anche identificazioni nelle ore antecedenti le manifestazioni, comprensive di fotografie delle persone fermate assieme al loro documento di identità (con grossi dubbi sul rispetto della trasparenza del trattamento dei dati personali), fermi preventivi di minorenni (spesso razzializzati) e sequestro di materiali considerati indice di condotte illecite (scaldacollo, berretti, mascherine, Maalox, volantini e persino temibilissimi adesivi).
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Cosa puoi fare durante una manifestazione?
Il kettling delle forze dell’ordine è un chiaro esempio di abuso di autorità, ben lontano dalla semplice gestione dell’ordine pubblico usata come scusa per giustificare ogni eccesso, che ostacola il diritto di partecipare democraticamente a una manifestazione.
E in un contesto in cui anche indossare una felpa col cappuccio è diventato sinonimo di eversione, forse un po’ di chiarezza è d’obbligo. Ecco allora cosa puoi fare se vai a manifestare:
- farlo anche se sei minorenne, senza avere il permesso né dei tuoi genitori, né di un tutore legale (nessuno deve accompagnarti, in pratica);
- filmare o fotografare le forze dell’ordine, che non hanno il diritto di vietartelo, né di confiscarti lo smartphone;
- portare con te megafono, cartelli, bandiere, striscioni per esprimere, in modo creativo, ciò che senti.
Se ti chiedono le generalità (nome, cognome, data e luogo di nascita, residenza), devi fornirle: il rifiuto è un reato (art. 651 c.p.). Se poi ti chiedono anche il documento, mostralo senza ribattere. Ti eviti l’accompagnamento in questura per l’identificazione, che può arrivare fino a 24 ore (art. 11 D.L. 59/1978). Se reputi il controllo illegittimo, potrai contestarlo dopo, con il supporto di un avvocato.
Renditi riconoscibile e ricorda che le forze dell’ordine possono usare la forza solo per motivazioni previste dalla legge, per uno scopo legittimo e se l’uso è necessario e proporzionato. Tutto il resto è illegittimo.
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La manifestazione del 24 ottobre 2026 a Torino
Avevo già preso impegni quel giorno e non ho potuto partecipare. Seguivo sui social l’evoluzione della sfilata pacifica in scontri diretti, ma non avevo idea di quale fosse il percorso del corteo. Tornando verso casa, in bici, ho trovato la strada di accesso sbarrata. Due camionette dei Carabinieri bloccavano il ponte a pochi metri dal mio palazzo, il traffico paralizzato, tanti manifestanti ancora in giro.
Non era una nassa, ma mentre cercavo di passare, con difficoltà, nell’intercapedine tra la camionetta e la ringhiera del ponte, un agente mi ha fermata, chiedendomi dove dovessi andare. Erano le 20. Volevo solo andare a casa. Mi ha fatto passare solo dopo avergli mostrato il mio documento d’identità, con annesso indirizzo di residenza. Sapevo che la sua richiesta era legittima, stavolta, non era un abuso.
Credo fermamente nella potenza e nell’importanza delle manifestazioni, ma mi è tornata in mente una frase che avevo sentito qualche giorno prima: «Il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale, con la matita in mano».
Fonti:
- La gestione delle manifestazioni in Italia
- Il kettling sui manifestanti è illegittimo
- Kettling illegittimo
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