Decreti sicurezza del Governo Meloni: quanti sono e cosa dice la Costituzione sull’urgenza
Perché i decreti sicurezza del governo Meloni sono così tanti? Dal suo insediamento l’esecutivo ne ha emanati sei, più un correttivo: ecco cosa chiede l’art. 77 della Costituzione su necessità e urgenza e quali dubbi sollevano i giuristi.
- I decreti sicurezza del governo Meloni adottati come decreto-legge, dall’ottobre 2022 all’ottobre 2026, sono sei, a cui si aggiunge un decreto correttivo.
- L’art. 77 della Costituzione consente al Governo di fare leggi per decreto solo nei casi straordinari di necessità e d’urgenza, con conversione in legge entro 60 giorni.
- Costituzionalisti, penalisti, l’Ufficio del Massimario della Cassazione e alcuni giudici contestano l’uso del decreto-legge per introdurre nuovi reati, soprattutto quando il testo era già all’esame del Parlamento.
I decreti sicurezza sono i provvedimenti d’urgenza con cui l’esecutivo Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022, ha modificato il Codice penale, il Codice di procedura penale e le regole sull’ordine pubblico. Il primo arriva nove giorni dopo il giuramento, l’ultimo il 22 ottobre 2026, dopo gli scontri di Milano. In mezzo ci sono rave party, scafisti, baby gang, blocchi stradali, coltelli e cortei. Il filo comune è lo strumento scelto, il decreto-legge, che la Costituzione riserva a situazioni eccezionali e che entra in vigore prima del voto delle Camere. È proprio questo il punto di partenza di questa nostra riflessione.
Quanti decreti sicurezza sono stati approvati dal Governo Meloni?
L’espressione decreto sicurezza non ha un valore giuridico: è il nome con cui stampa e politica indicano i provvedimenti su reati e ordine pubblico. Solo tre decreti-legge del governo Meloni hanno la sicurezza pubblica nel titolo ufficiale: il D.L. 48/2025, il D.L. 23/2026 e il D.L. 190/2026.
Gli altri nascono con un’etichetta diversa. Il decreto anti-rave parla soprattutto di benefici penitenziari e riforma Cartabia, il decreto Cutro di flussi migratori, il decreto Caivano di disagio giovanile e criminalità minorile. Tutti, però, introducono nuovi reati o misure penali più severe, e per questo vengono letti come parti dello stesso filone. Il D.L. 55/2026 riguarda invece i rimpatri volontari: rientra nel conto perché ha modificato il decreto sicurezza 2026 subito dopo la sua conversione.
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Il decreto anti-rave del 2022
Il D.L. n. 162 del 2022 nasce dopo il raduno di Modena di fine ottobre 2022. Introduce un nuovo reato per l’invasione di terreni o edifici con pericolo per la salute o l’incolumità pubblica, oggi all’art. 633-bis c.p., con la reclusione da tre a sei anni.
Lo stesso decreto tratta però anche di ergastolo ostativo, rinvio della riforma Cartabia, giustizia sportiva e obblighi vaccinali anti Covid. Proprio questa varietà di contenuti è al centro delle critiche sulla mancanza di omogeneità.
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I decreti Cutro del 2023
Il D.L. n. 20 del 2023 arriva dopo il naufragio di Cutro del 26 febbraio 2023. Tra le altre misure introduce il reato di morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina, all’art. 12-bis del D.Lgs. 286/1998 (Testo unico sull’immigrazione).
Il decreto Caivano del 2023
Il D.L. n. 123 del 2023, noto come decreto Caivano, arriva dopo le violenze subite da due bambine nel Parco Verde di Caivano, nell’estate 2023. In pratica, prevede il contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, e la sicurezza dei minori online.
Contro le baby gang, per esempio, il decreto amplia per i ragazzi dai 14 anni i casi di fermo, arresto in flagranza e custodia cautelare, estende loro il Daspo urbano e consente al questore di ammonire anche chi ha tra 12 e 14 anni. Contro la dispersione scolastica introduce un reato a carico dei genitori, l’art. 570-ter c.p., con la reclusione fino a due anni se il figlio non viene iscritto a scuola.
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Il decreto-legge 48/2025
Il caso più discusso è il D.L. n. 48 del 2025: i suoi contenuti nascono, infatti, come disegno di legge del Governo, approvato dalla Camera nel settembre 2024 e poi fermo al Senato. Il 4 aprile 2025 il Consiglio dei ministri trasferisce quel testo in un decreto-legge, pubblicato l’11 aprile ed entrato in vigore il giorno dopo.
Il decreto introduce, tra l’altro, il reato di occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui (art. 634-bis c.p.), il reato di rivolta in istituto penitenziario (art. 415-bis c.p.) e nuove aggravanti per i reati contro le forze di polizia. L’art. 18 vieta inoltre il commercio delle infiorescenze di canapa.
Il decreto-legge 23/2026
Il D.L. n. 23 del 2026 punisce con la reclusione fino a tre anni il possesso di coltelli fuori casa senza giustificato motivo. Prevede anche una sanzione fino a 1.000 euro per i genitori di minori autori di reati legati alle armi e il Daspo urbano nelle zone individuate dal Prefetto.
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Il nuovo decreto-legge 190/2026
L’ultimo provvedimento è il D.L. 22 ottobre 2026, n. 190, in vigore dal 23 ottobre, approvato dopo i disordini di Milano del 17 e 18 ottobre. Introduce il nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, estende il fermo preventivo ai luoghi con forte afflusso di persone e rende procedibili d’ufficio le lesioni, anche lievi, contro agenti e ufficiali di polizia.
Il decreto contiene anche una presunzione di imputabilità per i minori dai 14 anni fino al giorno prima del compimento dei 18 anni, per i quali, salvo prova contraria, vale la presunzione relativa di capacità. Fino a questo decreto, l’art. 98 c.p. seguiva la regola opposta, cioè l’accertamento della capacità caso per caso.
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Cosa dice la Costituzione sul decreto-legge
In Italia la funzione legislativa spetta alle Camere (art. 70 Cost.) e il Governo non può fare leggi senza una delega del Parlamento (art. 76 e 77, primo comma, Cost.). Il decreto-legge è l’eccezione. L’art. 77, secondo comma, Cost. consente al Governo di adottare provvedimenti provvisori con forza di legge solo “in casi straordinari di necessità e d’urgenza”, sotto la sua responsabilità. Lo stesso giorno il decreto va presentato alle Camere per la conversione in legge.
La Costituzione non elenca i casi in cui il Governo può usare il decreto. La formula, però, contiene tre condizioni che la dottrina legge in modo congiunto:
- la straordinarietà, cioè una situazione fuori dall’ordinario, non prevedibile o non gestibile con gli strumenti normali;
- la necessità, cioè il bisogno concreto di intervenire con una norma di legge;
- l’urgenza, cioè l’impossibilità di attendere i tempi del procedimento parlamentare ordinario.
Se le Camere non convertono il decreto entro sessanta giorni dalla pubblicazione, il provvedimento perde efficacia fin dall’inizio (art. 77, terzo comma, Cost.). Le Camere possono però regolare con legge i rapporti sorti nel frattempo.
Le regole della legge n. 400 del 1988
La legge 23 agosto 1988, n. 400, all’art. 15, fissa alcuni paletti in più. Il decreto deve indicare nel preambolo le circostanze straordinarie che ne giustificano l’adozione. Deve contenere misure di immediata applicazione, e il suo contenuto deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo.
Queste regole stanno in una legge ordinaria, non nella Costituzione. La Corte costituzionale le considera comunque un’esplicitazione dei limiti dell’art. 77, e le usa come criterio per valutare la coerenza interna dei decreti.
Il controllo della Corte costituzionale
Per decenni si è ritenuto che la conversione in legge “sanasse” ogni vizio del decreto. La svolta arriva con la sentenza della Corte costituzionale n. 171 del 2007, la prima a dichiarare illegittima una norma di un decreto già convertito per evidente mancanza dei presupposti. Secondo la massima ufficiale, il difetto dei requisiti diventa un vizio in procedendo della legge di conversione, che non lo cancella.
La Corte ha poi chiarito, con la sentenza n. 22 del 2012, che il decreto deve avere un contenuto omogeneo per materia o per finalità, e che la legge di conversione non può introdurre norme estranee all’oggetto del decreto. Ad ogni modo, la Corte interviene solo quando la mancanza dei presupposti è evidente, e riconosce al Governo un margine di scelta politica ampio: per questo le dichiarazioni di illegittimità per difetto di urgenza sono rare.
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Quali sono le perplessità dei giuristi sull’uso del decreto-legge
Le critiche al metodo non riguardano la scelta politica di intervenire sulla sicurezza, che spetta al Governo e al Parlamento, ma riguardano lo strumento adoperato di volta in volta. Prendiamo, per esempio, il D.L. 48/2025: se un testo è in discussione in Parlamento da oltre un anno, per i critici è difficile sostenere che esista un’urgenza straordinaria sopravvenuta.
La legge n. 400 del 1988 chiede che il preambolo indichi le circostanze concrete che giustificano l’urgenza. Nel D.L. 48/2025 il preambolo si limita a dichiarare la “necessità e urgenza” di adottare misure nelle diverse materie, con formule che riprendono i titoli dei capi del decreto. Su questa base alcuni difensori e, in un caso, la Procura di Foggia hanno chiesto ai giudici di sollevare la questione di legittimità.
L’art. 25, secondo comma, Cost. stabilisce che nessuno può essere punito se non in forza di una legge entrata in vigore prima del fatto. La giurisprudenza costituzionale ammette che anche un decreto-legge possa introdurre norme penali, perché ha forza di legge.
Una parte della dottrina contesta questa impostazione. Il penalista Emilio Dolcini sostiene, per esempio, che il decreto-legge non dovrebbe essere fonte di norme penali. Il motivo è che il reato entra in vigore prima del dibattito parlamentare e spesso senza un periodo di conoscibilità per i cittadini.
Un altro punto sollevato ha a che fare con l’omogeneità: alcuni decreti sicurezza mettono insieme armi, manifestazioni, stupefacenti, carceri, immigrazione e processo penale, tenuti insieme solo dalla nozione ampia di “sicurezza pubblica”. Per i critici questo contrasta con l’art. 15 della legge n. 400 del 1988 e con i principi della sentenza n. 22 del 2012.
Per saperne di più leggi anche Che differenza c’è tra decreto legislativo e decreto legge
Cosa succede se un decreto sicurezza è dichiarato incostituzionale?
Se la Corte costituzionale dichiara illegittima una norma, questa cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione (art. 136 Cost.). L’art. 30 della legge 11 marzo 1953, n. 87 prevede che, se una condanna irrevocabile si fonda su una norma dichiarata incostituzionale, cessano l’esecuzione e tutti gli effetti penali. Chi è stato condannato o è sotto processo per uno dei nuovi reati ha quindi interesse a seguire le decisioni della Corte. Nei procedimenti in corso, la difesa può chiedere al giudice di sollevare la questione di legittimità, come è già successo con il D.L. 48/2025.
Riferimenti normativi
- art. 25 Cost.;
- art. 70 Cost.;
- art. 76 Cost.;
- art. 77 Cost.;
- art. 136 Cost.;
- art. 15 L. 23 agosto 1988, n. 400;
- art. 30 L. 11 marzo 1953, n. 87;
- art. 98 c.p.;
- art. 415-bis c.p.;
- art. 633-bis c.p.;
- art. 634-bis c.p.;
- art. 12-bis D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286;
- D.L. 31 ottobre 2022, n. 162;
- D.L. 10 marzo 2023, n. 20;
- D.L. 15 settembre 2023, n. 123;
- D.L. 11 aprile 2025, n. 48;
- D.L. 24 febbraio 2026, n. 23;
- D.L. 24 aprile 2026, n. 55;
- D.L. 22 ottobre 2026, n. 190.
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