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Rapimento e sequestro di persona: cos’è, come si punisce e cosa succede in acque internazionali

Cosa si intende per rapimento (o sequestro di persona), come viene punito e cosa succede se viene commesso in acque internazionali.

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Redazione deQuo
06 Maggio 2026
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  • Il sequestro di persona è punito dall’art. 605 c.p. con la reclusione da 6 mesi a 8 anni, ma diventa sequestro a scopo di estorsione (art. 630 c.p.) con pene fino a 30 anni se il fine è ottenere un riscatto.
  • Anche una brevissima privazione della libertà è sufficiente a integrare il reato.
  • In acque internazionali si applicano regole diverse, basate sul diritto del mare e sulla Convenzione UNCLOS del 1982.

Rapimento è una parola che evoca situazioni drammatiche – l’ostaggio tenuto in un luogo segreto, il riscatto chiesto alla famiglia, la trattativa con i sequestratori. In realtà, il diritto penale italiano distingue con precisione diverse fattispecie, con trattamenti sanzionatori molto differenti. Vediamo di comprendere meglio le differenze perché riguardano uno dei diritti più fondamentali: la libertà personale, tutelata dall’art. 13 della Costituzione.

Sequestro di persona (art. 605 c.p.): cos’è e come viene punito

Il sequestro di persona è disciplinato dall’art. 605 del Codice penale, che punisce “chiunque priva taluno della libertà personale” con la reclusione da 6 mesi a 8 anni.

L’oggetto materiale del reato è la persona, titolare del diritto fondamentale della libertà personale riconosciuto dall’art. 13 Cost. L’evento tipico è la privazione o restrizione della libertà personale, quale conseguenza della condotta criminosa. Può consistere nella privazione della libertà di movimento e di spostamento, realizzata, per esempio, legando gli arti di una persona o chiudendola in una stanza

L’elemento soggettivo è il dolo generico: l’agente deve avere la coscienza e la volontà di privare illegittimamente qualcuno della propria libertà, contro la sua volontà. Non serve nessuno scopo specifico. La pena sale alla reclusione da 1 a 10 anni se la vittima è un ascendente, un discendente o il coniuge.

Approfondisci leggendo Reato di sequestro di persona: definizione, pena, tempo apprezzabile

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Quanto deve durare la privazione della libertà?

Uno degli aspetti più discussi è la durata minima necessaria perché il reato si configuri. La risposta della giurisprudenza è chiara: non esiste una soglia temporale minima. La Suprema Corte, con sentenza n. 21314/2014, ha rafforzato il concetto in virtù del quale anche il limitato lasso di tempo comporta la consumazione del reato, aggiungendo che non osta alla sua configurabilità la circostanza che l’agente ponga in essere condotte che consentono alla vittima una rapida liberazione.

In un altro caso, la Cassazione ha ritenuto configurato il reato quando il soggetto aveva costretto la vittima a salire a bordo di un’auto sotto la minaccia di un’arma, anche per pochi attimi (sentenza n. 19548/2013).

Quando i soggetti agenti intimino ai presenti di non muoversi per prelevare del denaro, il reato di rapina assorbe quello di sequestro laddove la privazione della libertà privata abbia una durata limitata al tempo strettamente necessario per la realizzazione della rapina stessa.

LEGGI pure Reato di rapina: che differenza c’è tra rapina propria e impropria

Cos’è il sequestro a scopo di estorsione (art. 630 c.p.)?

Quando si parla di “rapimento” nel senso comune del termine – la persona tenuta in ostaggio per ottenere denaro – si fa riferimento all’art. 630 del Codice penale: il sequestro di persona a scopo di estorsione.

Chiunque sequestra una persona allo scopo di conseguire, per sé o per altri, un ingiusto profitto come prezzo della liberazione, è punito con la reclusione da venticinque a trenta anni. Se dal sequestro deriva comunque la morte, quale conseguenza non voluta dal reo, della persona sequestrata, il colpevole è punito con la reclusione di trenta anni. Se il colpevole cagiona la morte del sequestrato si applica la pena dell’ergastolo.

Si tratta di un reato autonomo – non di un’aggravante del sequestro semplice – caratterizzato dal dolo specifico: lo scopo di ottenere un profitto ingiusto come prezzo della liberazione. Il reato si consuma anche se il riscatto non viene mai pagato. È classificato come reato permanente: dura fintanto che la vittima rimane privata della libertà.

La legge prevede anche una dissociazione premiante: il concorrente che si distacca dagli altri e consente la liberazione della vittima – senza che questa avvenga grazie al pagamento del riscatto – viene punito con le pene più lievi previste dall’art. 605 c.p.

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Rapimento in acque internazionali: cosa cambia?

Quando un sequestro di persona avviene in alto mare – cioè al di fuori delle acque territoriali di qualsiasi Stato – le regole cambiano significativamente, perché si entra nel campo del diritto internazionale del mare.

Il principio cardine è quello della libertà d’alto mare: in acque internazionali, una nave è soggetta esclusivamente alla giurisdizione dello Stato di cui batte bandiera. In alto mare, nessun altro Stato – salvo casi specifici previsti dalla Convenzione, come la pirateria, la tratta degli schiavi o il traffico di droga – può fermare, abbordare o sequestrare un’imbarcazione straniera.

Il riferimento normativo principale è la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), firmata a Montego Bay il 10 dicembre 1982 e ratificata dall’Italia con la Legge 2 dicembre 1994, n. 689. Se il sequestro avviene a bordo di una nave battente bandiera italiana, l’Italia esercita piena giurisdizione su quanto accade a bordo, e i reati commessi sono perseguibili secondo il diritto italiano.

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Sequestro di persona in acque internazionali: cos’è la pirateria

Quando il sequestro avviene in acque internazionali ad opera di privati – tipicamente per motivi di profitto – si può parlare di pirateria, una delle pochissime fattispecie che consentono a qualsiasi Stato di intervenire in alto mare, indipendentemente dalla bandiera della nave.

La definizione di pirateria si desume dall’art. 101 della Convenzione UNCLOS, ratificata in Italia con la l. n. 689/1994, il cui testo originale definisce la condotta come “any illegal acts of violence or detention, any act of depredation”, ossia qualsiasi atto di violenza o sequestro, o qualsiasi atto di depredazione.

Il termine “detention” – detenzione, cioè privazione della libertà personale – è esplicitamente ricompreso nella definizione di pirateria ai sensi dell’UNCLOS. Questo significa che il sequestro di persona in alto mare, commesso da privati a fini di profitto e rivolto contro un’altra nave, integra contemporaneamente il reato di pirateria sul piano internazionale e, per la parte italiana, può essere perseguito ai sensi dell’art. 1135 del Codice della navigazione.

Sul piano della giurisdizione, l’art. 105 UNCLOS stabilisce che ogni Stato può sequestrare una nave pirata e arrestare le persone a bordo in alto mare, e che gli organi giurisdizionali dello Stato che ha disposto il sequestro hanno il potere di decidere la pena da infliggere.

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Cosa cambia se il sequestro è compiuto da una nave militare?

Una questione più complessa emerge quando il sequestro in acque internazionali è compiuto da navi militari di un altro Stato, e non da privati. In quel caso la definizione classica di pirateria non si applica automaticamente, ma la condotta può comunque costituire una grave violazione del diritto internazionale – in particolare dell’art. 9 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e dell’art. 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Può quindi dare origine a procedimenti penali nello Stato di bandiera della nave vittima. Un caso molto recente e discusso riguarda la Global Sumud Flotilla, con la Procura di Roma che ha aperto un fascicolo proprio per sequestro di persona commesso in acque internazionali su imbarcazioni battenti bandiera italiana.

Se sei coinvolto in una vicenda di questo tipo – come vittima, familiare di una vittima o indagato – la consulenza di un avvocato penalista specializzato è il primo passo da fare.

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