Tutte le volte in cui il diritto internazionale è stato calpestato negli ultimi anni, tra neocolonialismo e timori bellici
Perché il diritto internazionale non riesce più a proteggere l'umanità dai soprusi? Perché l'ordine attuale subordina la giustizia alla stabilità geopolitica delle superpotenze. E finché queste ultime saranno al di sopra della legge, la legge sarà debole.
In questi giorni di grandi capovolgimenti nello scenario geopolitico mondiale, ho cercato di analizzare lo stato di salute del diritto internazionale pubblico, esaminando la sequenza di crisi sistemiche che hanno caratterizzato il quadriennio 2022-2026.
Il mio approfondimento risponde a quesiti fondamentali sulla tenuta dell’ordine globale dopo la fine della seconda guerra mondiale, interrogandosi se la frequenza e l’impunità delle violazioni commesse dalle grandi potenze abbiano svuotato di significato le norme che regolano la convivenza tra gli Stati.
Attraverso l’esame dettagliato dei conflitti in Ucraina, Gaza, Sudan e del recente intervento militare statunitense in Venezuela, stiamo assistendo a “decoupling” (disaccoppiamento) tra la norma giuridica e la realtà geopolitica. Mentre le istituzioni giudiziarie internazionali (come la Corte Penale Internazionale) hanno mostrato un attivismo senza precedenti, i meccanismi di esecuzione politica sono paralizzati.
Il mondo ha assistito non a semplici violazioni episodiche, ma a uno smantellamento sistematico delle architetture di sicurezza collettiva. Cosa possiamo fare di fronte al fallimento del diritto internazionale? C’è davvero il rischio che la legge crolli sotto la smania di conquista delle super potenze?
Anatomia delle violazioni: i teatri del collasso legale
La distinzione tra stato di pace e stato di guerra si è sempre più assottigliata, sostituita da una condizione permanente di conflitto ibrido, dove il diritto viene utilizzato strumentalmente come arma (“lawfare”) o ignorato in nome della “necessità esistenziale”.
Il 2025 si è chiuso con un bilancio drammatico di oltre 240.000 morti in conflitti violenti, il dato più alto degli ultimi decenni, confermando una tendenza all’escalation inarrestabile. Tuttavia, è l’evento del 3 gennaio 2026 – l’incursione militare statunitense in Venezuela – ad aver cristallizzato la percezione di un ritorno alla politica di potenza del XIX secolo, dove la sovranità è un privilegio dei forti e non un diritto degli uguali.
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La Federazione Russa in Ucraina: l’aggressione normalizzata
L’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, iniziata nel febbraio 2022, rimane la “ferita originaria” dell’attuale ciclo di illegalità. A quattro anni dall’inizio delle ostilità, la situazione presenta una normalizzazione delle violazioni che rischia di diventare consuetudine de facto.
L’azione russa costituisce una violazione continuata e flagrante dell’Articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che proibisce l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. Nonostante le ripetute condanne dell’Assemblea Generale ONU, la Russia mantiene l’occupazione di circa il 20% del territorio ucraino, incluse la Crimea e parti delle oblast di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia.
L’aspetto più grave sotto il profilo giuridico è il tentativo di annessione formale di questi territori. La Russia ha imposto il proprio sistema legale, educativo e amministrativo, costringendo la popolazione locale ad accettare la cittadinanza russa.

La guerra alle infrastrutture
La strategia militare russa ha preso di mira sistematicamente le infrastrutture energetiche e idriche, in violazione del principio di distinzione e del divieto di attaccare beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile. Alcuni report – come quello diffuso da Amnesty Internazionale, documentano l’uso diffuso della tortura e dei maltrattamenti contro i prigionieri di guerra ucraini e i civili detenuti arbitrariamente. Queste pratiche non appaiono come deviazioni di singole unità, ma come una politica istituzionalizzata volta a piegare la resistenza morale dell’avversario.
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Israele e Gaza: il fallimento del diritto umanitario
Il conflitto riesploso il 7 ottobre 2023 si è trasformato in uno dei banchi di prova più severi per il Diritto Internazionale Umanitario (DIU), cioè dell’insieme delle norme del diritto internazionale relative alla protezione delle vittime di guerra o dei conflitti armati.
Mentre la popolazione civile di Gaza veniva a poco a poco decimata, infrastrutture, luoghi di sapere e ospedali totalmente rasi al suolo e la striscia trasformata in un ammasso di polvere, le accuse di genocidio sono diventate sempre più evidenti. Nel corso del 2024 e 2025, le agenzie umanitarie hanno riportato la sospensione ripetuta delle consegne di aiuti, portando a condizioni di carestia e malnutrizione catastrofica, specialmente nel nord della Striscia. L’uso della fame come strumento di guerra è stato ribadito dalla Risoluzione n. 2417 del 2018 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Il dibattito legale si è concentrato sull’interpretazione israeliana del principio di proporzionalità. Israele sostiene che l’uso di scudi umani da parte di Hamas (un crimine di guerra in sé) renda legittimi target che altrimenti sarebbero civili. Tuttavia, la comunità giuridica internazionale ha largamente respinto l’idea che la presenza di combattenti possa giustificare la distruzione di intere aree urbane, argomentando che l’eccesso di danni collaterali svuota di senso il principio di protezione dei civili.
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Stati Uniti vs Venezuela: ritorno al passato
L’operazione del 3 gennaio 2026 rappresenta forse la sfida più diretta all’ordine legale post-1945, in quanto perpetrata dalla potenza che di quell’ordine è stata la principale architetta. Come ben sappiamo, forze speciali statunitensi, supportate da raid aerei su Caracas e altre città, hanno catturato il Presidente in carica Nicolás Maduro e sua moglie, trasferendoli forzatamente a New York per affrontare processi per narco-terrorismo.
Sotto il profilo del diritto internazionale, questa azione viola molteplici norme consuetudinarie e pattizie, quali:
- il divieto dell’uso della forza: non vi è stata alcuna autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU, né l’azione rientra nei parametri dell’autodifesa (art. 51), mancando un attacco armato imminente da parte del Venezuela contro gli USA. Esperti come Geoffrey Robertson KC hanno definito l’invasione un “crimine di aggressione”;
- l’immunità sovrana – il diritto consuetudinario garantisce ai Capi di Stato in carica l’immunità assoluta dalla giurisdizione penale straniera e dall’arresto (immunità ratione personae). L’azione USA demolisce questa garanzia, creando il precedente che un’accusa unilaterale di criminalità (narco-terrorismo) possa annullare la sovranità statale.
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Il diritto internazionale si è svuotato di valore?
La frequenza e la gravità di queste violazioni a livello mondiale pongono la domanda centrale: il diritto internazionale ha perso il suo valore? I giuristi distinguono tra l’efficacia (il rispetto della norma) e la validità (l’esistenza della norma). L’omicidio è illegale in ogni codice penale, eppure avviene quotidianamente; ciò non rende il codice penale “vuoto di valore”. Tuttavia, nel diritto internazionale, la mancanza di un’autorità centrale di polizia rende questa distinzione più fragile.
Esperti come Oona Hathaway sostengono che non stiamo assistendo alla morte del diritto, ma alla sua trasformazione in uno strumento di potere. Quando gli USA invocano la Carta ONU per difendere l’Ucraina, ma la violano per attaccare il Venezuela, non stanno negando il diritto, lo stanno “weaponizzando” (usando come arma).1 Questo cinismo svuota la legge della sua autorità morale, trasformandola in una retorica per giustificare le azioni dei forti contro i deboli.
Analizzando quello che è successo negli ultimi anni (meriterebbe uno spazio importante anche il Sudan, dove è in corso una delle peggiori crisi umanitarie della storia) e ha reso impossibile ignorare il “doppio standard” occidentale. La reazione della Germania ai mandati di arresto della CPI è emblematica: mentre Berlino ha sostenuto con forza il mandato contro Putin, il Cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato nel 2025 che Netanyahu avrebbe potuto visitare la Germania senza essere arrestato, citando la “ragion di Stato”.
Questa posizione ha devastato la credibilità dell’Occidente come custode dell’ordine basato su regole. Per il sud globale, il messaggio è chiaro: le regole sono vincolanti per i nemici dell’Occidente e facoltative per i suoi alleati. Questo ha portato a una perdita di legittimità delle istituzioni internazionali agli occhi di miliardi di persone.
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Chi dovrebbe far rispettare la legge?
La responsabilità dell’esecuzione ricade su istituzioni che oggi appaiono strutturalmente inadeguate. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU è l’unico organo con il potere di autorizzare l’uso della forza e sanzioni vincolanti. Tuttavia, è paralizzato dal potere di veto da parte di cinque Paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina).
Perché fallisce? Il sistema è stato progettato nel 1945 per mantenere la pace tra le grandi potenze garantendo che l’ONU non agisse mai contro i loro interessi vitali. Oggi, poiché le principali minacce alla pace provengono proprio da loro (Russia in Ucraina, USA in Venezuela), il sistema funziona esattamente come progettato (bloccandosi), ma non come necessario per la giustizia.
La CPI ha cercato di colmare il vuoto di impunità, emettendo mandati contro leader di potenze nucleari e loro alleati (Putin, Netanyahu). La Corte, però, non ha una forza di polizia e dipende dagli Stati per gli arresti. Quando Stati Parte come l’Ungheria o la Germania annunciano preventivamente che non eseguiranno i mandati, o quando gli USA (non membro) sanzionano i funzionari della Corte, l’autorità della CPI viene minata. La giustizia internazionale diventa “geograficamente selettiva”: efficace contro signori della guerra africani o leader di stati paria, ma impotente contro l’Occidente e i suoi protetti.
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C’è davvero il rischio di una terza guerra mondiale?
La domanda sulla “Terza Guerra Mondiale” non è più iperbolica. Gli indicatori di rischio sistemico sono ai massimi dalla crisi dei Missili di Cuba. Non assistiamo a guerre isolate, ma a teatri interconnessi. L’Iran fornisce droni alla Russia per l’Ucraina; la Russia minaccia escalation nucleare per proteggere le sue rotte petrolifere; gli USA intervengono militarmente in Sud America mentre sostengono Israele e Ucraina. Si stanno delineando due blocchi contrapposti: l’Occidente a guida USA e un asse revisionista (Cina, Russia, Iran, Nord Corea).
L’intervento USA in Venezuela ha creato un precedente pericolosissimo per l’Asia. Analisti cinesi e internazionali avvertono che Pechino sta studiando attentamente l’operazione. Se Washington può giustificare un “cambio di regime chirurgico” contro un governo ostile invocando la sicurezza nazionale e ignorando la sovranità, la Cina potrebbe usare la stessa logica per un’operazione “di polizia” contro la leadership di Taiwan, definendoli “separatisti criminali” piuttosto che attori statali.
In questo panorama oscuro, esistono vettori di speranza che indicano che l’umanità non ha abbandonato l’idea di giustizia. Mentre gli Stati vacillano, la società civile globale ha assunto il ruolo di custode delle norme. Organizzazioni non governative, gruppi di avvocati e collettivi di cittadini hanno documentato crimini di guerra in Ucraina, Gaza e Sudan con una precisione forense senza precedenti, creando archivi digitali che impediranno la negazione futura.
L’indignazione globale sta generando una spinta concreta per la riforma dell’ONU. Proposte che sembravano utopiche – come l’espansione del Consiglio di Sicurezza o la limitazione del veto in caso di atrocità di massa – stanno guadagnando trazione diplomatica, spinte da potenze medie e dal Sud del mondo. L’attuale crisi di legittimità potrebbe essere il catalizzatore necessario per rifondare le istituzioni globali su basi più democratiche, simili al momento costituente del 1945.
A conti fatti, dunque, il diritto internazionale non si è svuotato di valore normativo; i popoli del mondo invocano le Convenzioni di Ginevra e la Carta ONU con più passione che mai. Ha però perso certezza esecutiva. Siamo entrati in un periodo pericoloso in cui le vecchie strutture di enforcement sono collassate sotto il peso dell’ipocrisia delle grandi potenze, e le nuove non sono ancora emerse.
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