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Coronavirus: l’azienda può mettermi in ferie?

Cosa spetta ai lavoratori che non possono recarsi al lavoro a causa dell'emergenza coronavirus.

coronavirus e ferie

La diffusione del coronavirus in Italia ha portato, a partire dall’ultima settimana di febbraio, molte aziende all’applicazione della modalità di lavoro agile, il cosiddetto smart working. Successivamente, con un nuovo decreto emanato l’11 marzo, è stata stabilita la sospensione di tutte le attività lavorative, fatta eccezione per quelle che si occupano della vendita e della produzione di beni di prima necessità.

Per questi settori non è possibile applicare lo smart working, trattandosi di attività che prevedono la presenza fisica nelle varie sedi aziendali. Quali sono le condizioni contrattuali che il datore di lavoro può mettere in pratica in relazione alla peculiarità di questa situazione fuori dall’ordinario? Per esempio:

  • l’azienda può mettere in ferie obbligatoria il dipendente a causa del coronavirus?
  • al lavoratore è garantita la retribuzione per tutto il periodo della quarantena?

Facciamo il punto dell’attuale situazione in Italia per comprendere come stiano effettivamente le cose e cosa è consentito fare al datore di lavoro.

Coronavirus: il datore di lavoro può mettere in ferie i propri dipendenti?

Nel nuovo decreto che ha previsto la chiusura della maggior parte degli esercizi commerciali, si legge che “si raccomanda, durante il periodo di efficacia del presente decreto, la fruizione da parte dei lavoratori dipendenti dei periodi di congedo ordinario e di ferie“.

Come già anticipato, lo smart working non è una modalità operativa che può essere messa in pratica da tutti i dipendenti. Nel decreto del governo non esiste alcun obbligo di ferie, ma un suggerimento a mettere in pratica gli istituti esistenti a livello contrattuale. Le ferie non sono dunque obbligatorie, ma rappresentano una possibilità.

Tornando alla domanda iniziale, il datore di lavoro può mettere in ferie i propri dipendenti per il coronavirus? La risposta è affermativa: può mettere in ferire unilateralmente i suoi dipendenti, salvo che ha il dovere di comunicare la propria decisione per tempo.

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L’articolo 2109 del Codice Civile

In merito all’unilateralità con la quale il datore di lavoro può decidere di mettere i propri dipendenti in ferie, è possibile fare riferimento all’articolo 2109 del Codice Civile, nel quale si legge che il lavoratore ha diritto alle ferie “nel tempo che l’imprenditore stabilisce, tenuto conto delle esigenze dell’impresa e degli interessi del prestatore di lavoro”.

Si tratta di una misura lecita, anche se le aziende la cui attività è stata sospesa in modo obbligatorio in seguito al decreto dell’11 marzo 2020, sono in attesa di eventuali integrazioni salariali.

La legittimità di un’eventuale decisione del datore di lavoro relativa alle ferie è confermato dalla stessa giurisprudenza. Nella sentenza n. 21918/2014 della Cassazione è stata confermato che

fermo il diritto irrinunciabile e costituzionalmente garantito del lavoratore al godimento di ferie annuali retribuite, ai sensi dell’art. 2.109 c.c. l’esatta determinazione del periodo feriale, presupponendo una valutazione comparativa di diverse esigenze, spetta unicamente all’imprenditore, quale estrinsecazione del generale potere organizzativo e direttivo dell’impresa; al lavoratore compete soltanto la mera facoltà di indicare il periodo entro il quale intende fruire del riposo annuale”.

La comunicazione di fruizione delle ferie

Posto che il datore di lavoro ha il diritto di poter mettere in ferie i propri dipendenti, per farlo è tenuto a consegnare a mano, via PEC o tramite raccomandata A/R, la comunicazione di fruizione delle ferie ai propri dipendenti.

Di seguito un facsimile che può essere utilizzato come modello.

Gentile …,

ai sensi dell’articolo 2109 del Codice Civile, tenuto conto di quanto previsto dalla contrattazione collettiva applicata, dei regolamenti aziendali nonché delle disposizioni straordinarie dell’art. 1 co. 1 lett. S del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’8 marzo 2020, si comunica che godrà di un periodo di ferie a partire da… e fino al… incluso, al fine di un pieno recupero delle Sue energie psico-fisiche e tenuto conto del momento di difficoltà organizzativa attraversato dalla scrivente società a causa dell’emergenza sanitaria in atto.

Cordialmente,

Luogo e Data

Il datore di lavoro

Cosa succede nel caso di ferie non maturate dal dipendente

La legge stabilisce che il lavoratore abbia diritto a un periodo minimo di 4 settimane di ferie annuali, che sono retribuite e irrinunciabili. Almeno 2 delle 4 settimane devono essere godute durante il periodo di maturazione, mentre le altre 2 entro i 18 mesi successivi dalla fine dell’anno di maturazione.

Nel caso di ferie già maturate, il datore di lavoro può decidere di mettere in ferie i propri dipendenti. Cosa accade, invece, nel caso di ferie non ancora maturate? In questa evenienza, sarebbe necessario il consenso del lavoratore poiché le ferie forzate sono vietate e perché le ferie dovrebbe servire a garantire l’effettivo riposo del dipendente. Non dovrebbero essere la soluzione a un problema da risolvere.

Nei casi in cui il dipendente non abbia arretrati di ferie o permessi, è comunque possibile fare ricorso all’aspettativa retribuita: l’assenza dal lavoro non dipende dalla volontà del dipendente, ma da una misura imposta dall’autorità. Di conseguenza, il lavoratore avrebbe il diritto di ricevere la retribuzione ordinaria giornaliera.

Il lavoratore obbligato a restare in casa per il coronavirus va pagato?

La situazione nella quale si trovano i lavoratori che hanno l’obbligo di assentarsi dal lavoro per l’esistenza di un’ordinanza pubblica non dipende dalla loro volontà, ma è necessaria per il rispetto di un provvedimento emanato da un’autorità e per la tutela della salute pubblica e delle persone.

Di conseguenza, l’assenza del lavoratore dal posto di lavoro è giustificata e dovrebbero essere previste delle integrazioni salariali, che le aziende stanno aspettando da parte dello Stato.

Un’altra situazione che può verificarsi in questo periodo è quella nella quale il lavoratore viene obbligato, in seguito a una visita medica, a restare a casa in quanto è risultato positivo oppure ha dei sintomi riconducibili alla malattia. Il dipendente risulterebbe, in questo caso, assente per l’azienda.

La sua assenza per quarantena viene così ricondotta dal contratto collettivo del lavoro al ricovero in seguito a una patologia: il lavoratore viene quindi considerato una persona sottoposta a un trattamento sanitario.

A seconda delle condizioni contrattuali, l’assenza del lavoratore per la quarantena da coronavirus sarà considerata:

  • assenza per malattia: si avrà dunque diritto a non perdere il proprio posto di lavoro e alla retribuzione;
  • ricovero ospedaliero, nel caso di dipendenti pubblici.

Chi si assenta per timore di contagio è giustificato?

Come abbiamo visto, ci sono determinate categorie di lavoratori, come per esempio chi lavora nei supermercati o nelle farmacie, che devono continuare a prestare la propria attività lavorativa, al fine di garantire la presenza di prodotti di prima necessità.

Il lavoratore che decida, volontariamente, di isolarsi senza avere alcun sintomo, ma solo per il timore di contrarre il coronavirus, è giustificato? In questo caso l’assenza del dipendente sarà ingiustificata perché non è legata a un motivo oggettivo.

Di conseguenza il lavoratore che sceglie di rimanere a casa:

  1. non avrà diritto alla retribuzione;
  2. rischierebbe un provvedimento disciplinare che, nei casi peggiori, potrebbe consistere nel licenziamento.

Come funziona lo smart working

Per le attività lavorative che possono essere svolte a distanza, potrà essere applicato lo smart working semplificato, fino al 31 luglio 2020. Con il termine semplificato si intende che per tutta la durata del periodo dell’emergenza, non sarà necessario l’accordo scritto fra l’azienda e il lavoratore per poter mettere in pratica le forme di telelavoro possibili.

Coronavirus e ferie – Domande frequenti

Il datore di lavoro ha facoltà di imporre le ferie ai propri dipendenti?

In genere le ferie vengono stabilite dal datore di lavoro quando si tratta di chiusura aziendale. In questa particolare situazione, nella quale la sospensione del lavoro è imposta da un provvedimento dell’autorità, il datore di lavoro può mettere i propri dipendenti in ferie, inviando loro la relativa comunicazione, nell’attesa dell’arrivo di integrazioni salariali, come la Cassa integrazione guadagni in deroga.

Il datore di lavoro può disporre le ferie dei propri dipendenti per ragioni di oggettiva prudenza?

Sì, in quanto il compito del datore di lavoro è proprio quello di adottare tutte le misure necessarie per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori: nel caso in cui ci fossero delle motivazioni oggettive per le quali la salute dei dipendenti potrebbe essere compromessa, può decidere di metterli in ferie, disponendo la chiusura dell’attività aziendale…

Come funziona lo smart working?

In situazioni standard, lo smart working, chiamato anche lavoro agile, ovvero un’attività lavorativa che può essere svolta anche a distanza, necessita di un accordo scritto fra azienda e lavoratore e di una comunicazione obbligatoria da depositare sul portale istituzionale del Ministero del Lavoro. Nel periodo dell’emergenza coronavirus, lo smart working può essere applicato anche senza accordo da tutte quelle aziende per le quali il lavoro a distanza è sostenibile.

Cosa succede se non vado al lavoro perché temo di prendere il coronavirus?

Il lavoratore che sceglie, autonomamente, di non presentarsi al lavoro solo per timore di un possibile contagio non ha una valida motivazione per assentarsi: in questo caso la sua assenza sarebbe considerata ingiustificata e potrebbe rischiare un provvedimento disciplinare da parte del proprio datore di lavoro.

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Maria Saia
Esperta di diritti delle donne
Ha respirato per più di 20 anni la stessa aria di Falcone e Borsellino e ne condivide, ancora oggi, il sogno utopico di un mondo senza mafie e ingiustizie. Non a caso, “È la giustizia, non la carità, che manca nel mondo” è una delle sue citazioni preferite. Su deQuo, scrive di bonus e agevolazioni statali e di diritti della persona - in particolare, di diritti delle donne.
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