Obbligo di soccorso in mare: cos’è e quando prevale sul diritto nazionale
L’obbligo di soccorso in mare è un dovere giuridico codificato in più convenzioni internazionali, il quale vincola comandanti e Stati. Ha natura umanitaria e consuetudinaria, non può essere subordinato a valutazioni di nazionalità o status delle persone soccorse e si completa con lo sbarco in un luogo sicuro.
L’obbligo di soccorso in mare rappresenta un pilastro fondamentale del diritto marittimo, che vincola ogni comandante a prestare assistenza a chiunque si trovi in pericolo di vita. Tale dovere trova una disciplina rigorosa sia nelle convenzioni sovranazionali, sia nell’ordinamento interno, con sanzioni penali che possono raggiungere gli 8 anni di reclusione.
Le recenti evoluzioni normative italiane hanno introdotto requisiti specifici per il coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio, specialmente per le navi non governative. In questi giorni se ne è sentito parlare molto in relazione alla sentenza del Tribunale di Palermo sul risarcimento da parte del Governo italiano alla nave Sea Watch. Vediamo meglio come funziona.
Obbligo di soccorso nel diritto internazionale
Il dovere di prestare assistenza è sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), firmata a Montego Bay nel 1982 e ratificata dall’Italia con la legge n. 689 del 1994. L’articolo 98 della convenzione impone a ogni Stato di esigere che il comandante di una nave battente la sua bandiera presti soccorso a chiunque si trovi in mare in condizioni di pericolo, a condizione che l’intervento non metta a repentaglio l’imbarcazione stessa, l’equipaggio o i passeggeri.
Accanto all’UNCLOS, operano altre fonti cruciali, cioè:
- la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS), che obbliga il comandante a procedere con tutta rapidità al soccorso delle persone in pericolo non appena riceve un’informazione di necessità;
- la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (SAR), siglata ad Amburgo nel 1979, che definisce l’organizzazione delle operazioni di soccorso e la cooperazione tra Stati per garantire l’assistenza nelle rispettive zone di competenza;
- la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, la quale, all’articolo 33, sancisce il principio di non-refoulement (divieto di respingimento), il quale impedisce di sbarcare naufraghi in luoghi dove la loro vita o libertà sarebbe minacciata.
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Cosa prevede l’ordinamento italiano per l’omissione di soccorso in mare
Nel nostro sistema interno, l’obbligo è regolato principalmente dal Codice della navigazione, il quale distingue tra assistenza e salvataggio.
L’articolo 489 stabilisce che il soccorso a persone in pericolo sia obbligatorio e prioritario rispetto a quello di beni o navi. Se un comandante viene a conoscenza di una situazione di emergenza, deve intervenire tempestivamente, annotando ogni manovra nel giornale di bordo.
La violazione di questo dovere configura un reato specifico. L’articolo 1158 del cod. nav. punisce il comandante, sia nazionale, sia straniero, che ometta di prestare assistenza o di tentare il salvataggio nei casi previsti dalla legge. Sebbene il Codice penale italiano contenga una norma generale sull’omissione di soccorso (articolo 593), in ambito marittimo prevale la disciplina speciale della navigazione per il principio di specialità.
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Natura dell’obbligo
L’obbligo di soccorso in mare è generalmente qualificato come:
- obbligo giuridico positivo (non solo morale);
- obbligo di mezzi, non di risultato (si richiede di fare tutto il possibile secondo le circostanze);
- morma considerata da parte della dottrina come espressione di un principio umanitario fondamentale del diritto internazionale.
Il comandante può esimersi solo se il soccorso comporterebbe un grave pericolo per la propria nave o per le persone a bordo, oppure se è stato informato che l’assistenza non è più necessaria.
Quali sono le sanzioni per chi non presta assistenza?
Le conseguenze per chi ignora una richiesta di soccorso o non coordina correttamente le operazioni sono severe e scalano in base agli effetti della condotta. Il responsabile rischia non solo la reclusione, ma anche sanzioni civili legate al risarcimento del danno verso i superstiti o i familiari delle vittime.
| Reato | Pena prevista (reclusione) |
| Omissione semplice di soccorso | fino a 2 anni |
| Omissione con conseguente lesione personale | da 1 a 6 anni |
| Omissione con conseguente morte | da 3 a 8 anni |
| Fatto commesso per colpa (senza dolo) | fino a 6 mesi |
Nel diritto internazionale, l’obbligo di soccorso ha natura prioritaria rispetto alle politiche di controllo migratorio. Gli Stati mantengono sovranità sui porti, ma tale sovranità incontra limiti derivanti dagli obblighi internazionali in materia di tutela della vita umana. La tensione tra soccorso e gestione dei flussi migratori è una questione di prassi applicativa e interpretazione, non di inesistenza dell’obbligo.
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Le navi non governative e il decreto Piantedosi
Negli ultimi anni, il legislatore italiano è intervenuto per regolamentare l’attività delle Organizzazioni non governative (ONG) impegnate nel Mediterraneo. Il decreto legge n. 1 del 2023, convertito nella legge n. 15 del 2023 (noto come decreto Piantedosi), ha introdotto requisiti stringenti per evitare sanzioni amministrative e il fermo delle navi.
In particolare, è stato previsto:
- il possesso di autorizzazioni rilasciate dallo Stato di bandiera;
- l’obbligo di richiedere immediatamente, dopo il soccorso, l’assegnazione di un porto sicuro (POS);
- il dovere di raggiungere il porto assegnato senza ritardi, evitando soccorsi multipli sistematici se non coordinati dall’autorità nazionale.
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