Stato di necessità: cos’è, esempi pratici e differenze con la legittima difesa
Lo stato di necessità è uno di quei concetti giuridici che chiunque, almeno una volta nella vita, ha sentito nominare - spesso in modo confuso, associandolo alla legittima difesa o usandolo come sinonimo di "situazione di emergenza". In realtà, ha un significato tecnico preciso, con regole e conseguenze ben definite sia nel diritto penale che in quello civile.
Lo stato di necessità è la situazione in cui una persona compie un atto che normalmente costituirebbe un reato – o comunque un fatto illecito – perché costretta dalla necessità di salvare sé stessa o altri da un pericolo grave e imminente, che non ha provocato e che non può evitare in altro modo.
In parole semplici: hai fatto qualcosa di “sbagliato”, ma lo hai fatto perché non avevi altra scelta per evitare un danno peggiore. La legge, in questi casi, ti tratta diversamente rispetto a chi ha agito liberamente.
La norma di riferimento nel diritto penale è l’articolo 54 del Codice penale, che recita: “
Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo.
Nel diritto civile, invece, la norma è l’articolo 2045 del Codice civile, che non esclude la responsabilità per i danni causati, ma la riduce: chi ha agito in stato di necessità deve comunque pagare un’indennità al danneggiato, nella misura che il giudice ritiene equa.
Quali sono gli elementi costitutivi dello stato di necessità?
Per applicare lo stato di necessità occorre che ricorrano, insieme, alcune condizioni specifiche. Mancando anche una sola di esse, la norma non può essere invocata. Analizziamole nel dettaglio.
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1. Il pericolo attuale di un danno grave alla persona
Il pericolo deve essere reale e presente nel momento in cui si agisce – non futuro, non ipotetico. Il danno temuto, poi, deve riguardare la persona (vita, incolumità fisica, salute), non semplicemente i beni materiali. Chi distrugge la proprietà altrui per salvare la propria automobile non si trova, di regola, in stato di necessità.
2. Il pericolo non deve essere stato volontariamente causato
Chi ha provocato il pericolo non può poi invocare lo stato di necessità per giustificare il proprio comportamento. Se hai causato tu stesso la situazione di emergenza, la legge non ti protegge.
3. Il pericolo non deve essere altrimenti evitabile
Questo è il requisito della cosiddetta necessità in senso stretto: non doveva esserci altra via d’uscita. Se potevi salvarti – o salvare altri – senza commettere nessun fatto illecito, non puoi invocare questa causa.
4. La proporzionalità tra il fatto commesso e il pericolo
L’azione compiuta deve essere proporzionata alla gravità del pericolo. Non si può cagionare un danno sproporzionato rispetto a quello che si voleva evitare.
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Esempi pratici di stato di necessità
Per capire meglio il concetto, qualche esempio concreto aiuta più di qualunque definizione astratta. Tizio, durante un’escursione in montagna, viene sorpreso da una tempesta. Per ripararsi e sopravvivere alla notte, sfonda la porta di un rifugio privato chiuso. Ha commesso il reato di violazione di domicilio e danneggiamento, ma agisce in stato di necessità: c’era un pericolo grave e attuale per la sua vita, non lo aveva causato lui e non aveva altra via di scampo.
Caio, alla guida di un’autovettura, per evitare di travolgere un bambino che attraversa improvvisamente la strada, sterza bruscamente e urta un veicolo parcheggiato. Il danno all’auto altrui è causato in stato di necessità.
Sempronia, infermiera, somministra un farmaco senza prescrizione medica a un paziente in condizioni critiche, nell’impossibilità di raggiungere un medico in tempo utile. Lo stato di necessità può escludere o ridurre la sua responsabilità.
Stato di necessità: scriminante o scusante?
Una scriminante (o causa di giustificazione) è una circostanza che rende il fatto lecito fin dall’origine: chi agisce in presenza di una scriminante non commette nessun illecito. Una scusante, invece, lascia il fatto illecito ma esclude la colpevolezza del soggetto: il fatto rimane vietato, ma la persona non è punibile perché si trovava in una situazione che rendeva inesigibile un comportamento diverso.
Lo stato di necessità disciplinato dall’art. 54 c.p. è tradizionalmente classificato come scusante – e non come scriminante – almeno quando il pericolo è diretto verso terzi (il cosiddetto “stato di necessità differenziale”, in cui si salva sé stessi a danno di un innocente). In queste ipotesi, il fatto rimane antigiuridico, ma la persona non è punibile.
Diverso è il caso in cui il pericolo incombe sulla stessa vittima del danno: qui alcuni autori parlano di vera e propria causa di giustificazione. In ogni caso, la distinzione ha rilievo pratico: se lo stato di necessità è una scusante, chi subisce il danno ha diritto a un risarcimento (seppur ridotto, come prevede l’art. 2045 c.c.); se fosse una piena scriminante, la situazione sarebbe più complessa.

Stato di necessità e urgenza
Il requisito dell’urgenza è strettamente legato a quello dell’attualità del pericolo. Non si può invocare lo stato di necessità per un pericolo passato o futuro: il pericolo deve essere presente, incombente, tale da non lasciare il tempo per ricorrere ad altre soluzioni – compreso l’aiuto delle autorità.
Questo elemento ha grande rilievo in ambito medico e sanitario: un medico o un operatore sanitario che interviene senza il consenso del paziente – normalmente necessario – può giustificare il proprio operato con lo stato di necessità solo se il pericolo era reale, attuale e non evitabile altrimenti. Non basta la semplice comodità o la difficoltà organizzativa.
Stato di necessità putativo
Lo stato di necessità putativo si verifica quando chi agisce ritiene – per un errore scusabile – di trovarsi in una situazione di necessità che in realtà non esiste. In sostanza: la persona crede in buona fede di dover agire per evitare un pericolo grave, ma quel pericolo non c’è davvero, o non è grave come pensava.
L’articolo 59, quarto comma, del Codice penale stabilisce che se l’agente ritiene per errore che esistano le circostanze di esclusione della pena, queste sono comunque valutate a suo favore. In altre parole, anche chi si trova in uno stato di necessità putativo può non essere punibile, purché l’errore sia scusabile e non dipenda da colpa grave o negligenza inescusabile.
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Differenza tra stato di necessità e legittima difesa
Spesso questi due istituti vengono confusi, ma le differenze sono sostanziali. La legittima difesa (art. 52 c.p.) presuppone una reazione a un’aggressione ingiusta proveniente da un altro essere umano: qualcuno ti sta attaccando e tu reagisci per difenderti. Lo stato di necessità, invece, riguarda situazioni in cui il pericolo non proviene necessariamente da un’azione altrui: può essere un incendio, un’alluvione, una malattia improvvisa, un incidente.
Le differenze principali sono le seguenti:
- nella legittima difesa il danno viene inflitto all’aggressore, che con il suo comportamento ingiusto ha creato la situazione pericolosa; nello stato di necessità, il danno ricade spesso su un soggetto terzo del tutto innocente;
- la legittima difesa è unanimemente considerata una scriminante (il fatto è lecito); lo stato di necessità, come visto, è prevalentemente qualificato come scusante;
- nella legittima difesa non sorge alcun obbligo di risarcimento; in caso di stato di necessità, l’art. 2045 c.c. prevede che il danneggiato innocente riceva comunque un’indennità equa;
- nella legittima difesa il pericolo deve derivare da un comportamento umano ingiusto; nello stato di necessità può derivare da qualsiasi fonte.
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Stato di necessità – Domande frequenti
Nel linguaggio medico e sanitario, con questa espressione si indica la situazione in cui un medico o operatore sanitario interviene su un paziente senza il suo consenso – perché il paziente è incosciente, incapace di esprimerlo o in pericolo di vita imminente. In questi casi l’art. 54 c.p. e l’art. 2045 c.c. possono escludere o ridurre la responsabilità del professionista, a condizione che il pericolo fosse reale, attuale e non evitabile altrimenti. Non si tratta di una “categoria” autonoma, ma dell’applicazione delle regole generali sullo stato di necessità al contesto sanitario.
Sì, ma con un limite importante: il danno evitato deve riguardare la persona (vita, incolumità, salute), non i beni. Chi commette un furto per evitare un danno economico, di regola, non può invocare lo stato di necessità. Se invece il furto serve – in via estrema – a evitare un pericolo per la vita propria o altrui, la valutazione cambia, fermo restando il requisito della proporzionalità.
Sì. L’art. 2045 del Codice civile prevede espressamente che chi causa un danno ad altri in stato di necessità è comunque tenuto a pagare un’indennità. L’importo non è necessariamente pari al danno pieno, ma viene stabilito dal giudice in via equitativa, tenendo conto delle circostanze del caso.
La forza maggiore è un evento esterno, imprevedibile e irresistibile che rende materialmente impossibile il rispetto di un obbligo. Lo stato di necessità, invece, non rende impossibile un comportamento diverso: semplicemente lo rende inesigibile, perché imporre quel comportamento significherebbe sacrificare la vita o l’incolumità di una persona. I due istituti operano su piani diversi, anche se a volte si sovrappongono nelle situazioni concrete.
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