Rischia di essere licenziato il lavoratore che mente sul CV
Se il datore di lavoro si accorge che il lavoratore ha inserito dichiarazioni false sul proprio CV, può procedere al licenziamento per giusta causa del suo dipendente. Ciò è stato stabilito da una recente pronuncia del Tribunale di Roma.
- È passibile di licenziamento per giusta causa il dipendente che inserisce dichiarazioni non veritiere sul CV.
- Il licenziamento in questione scatta in quanto il datore, una volta scoperto l’inganno, si trova davanti a un soggetto che ha assunto un comportamento sleale e di malafede.
- In questi casi, il lavoratore può essere licenziato anche dopo diversi anni, poiché risulta leso il rapporto di fiducia.
Il curriculum vitae è un documento molto importante per chi cerca un’occupazione, in quanto contiene il livello di istruzione, le esperienze lavorative e tutto quello che può risultare utile all’inquadramento professionale.
Purtroppo, accade spesso di riportare sul CV informazioni non veritiere: c’è, per esempio, chi falsifica i propri titoli di studio e chi inserisce esperienze lavorative o capacità che in realtà non si possiedono.
Non tutti sanno che non è bene mentire sul CV, dal momento che ciò può comportare conseguenze anche molto gravi. Per esempio, se il datore di lavoro scopre che il curriculum vitae di un suo dipendente contiene dichiarazioni mendaci, può licenziarlo. Questo principio è stato ribadito dal Tribunale di Roma, con la sentenza n. 10463/2026.
Se sei un lavoratore che ha presentato un CV contenente informazioni non del tutto veritiere, ti invito a leggere questo articolo, in cui, oltre a parlarti del licenziamento per giusta causa che potresti rischiare, ti spiego quali sono tutte le altre conseguenze a cui questa leggerezza può portare, sia nel settore pubblico, sia in quello privato.

False dichiarazioni sul CV: perché scatta il licenziamento
Riportare dichiarazioni false sul curriculum vitae, indicando, per esempio, una laurea mai conseguita, un corso mai svolto o un master mai ottenuto, può causare il licenziamento per giusta causa del lavoratore.
A esprimere questo principio è stata la sentenza n. 10463 del Tribunale di Roma. In tali casi, il dipendente può essere “mandato a casa” anche dopo l’assunzione, cioè anche dopo aver firmato il contratto o, addirittura, dopo diversi anni.
Si tratta, infatti, di dichiarazioni mendaci che, ledendo i principi di buona fede, lealtà e diligenza, determinano la rottura del rapporto di fiducia instauratosi tra datore e prestatore di lavoro.
Non è rilevante il fatto che il dipendente si sia rivelato incapace a svolgere le mansioni lavorative per le quali era stato assunto, ma è proprio l‘inganno iniziale della bugia sul CV a rendere impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro.
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Responsabilità oggettiva e soggettiva del lavoratore
Secondo il Tribunale di Roma, in queste circostanze si configura una doppia responsabilità del lavoratore:
- una responsabilità oggettiva, cioè il fatto in sé;
- una responsabilità soggettiva, vale a dire la volontarietà e la gravità della menzogna.
Inoltre, casi del genere sono talmente gravi che non occorre neanche l’affissione del codice disciplinare, in quanto quando una condotta è manifestamente illegale, il lavoratore sa già che quel comportamento non è consentito. L’ignoranza e la malafede non sono in nessun modo scusabili.
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Lavoratore che mente sul CV: altre conseguenze
Il lavoratore che inserisce dichiarazioni mendaci sul suo CV rischia anche di incorrere nel reato di truffa se la menzogna (per esempio, la dichiarazione di una falsa laurea) è servita a trarre in errore il datore di lavoro per ottenere il posto, cioè un vantaggio economico.
Nel settore pubblico, in queste situazioni, il dipendente può:
- incorrere nel reato di falsità ideologica, nel senso che inserire sul CV falsi titoli o competenze che in realtà non si hanno, può portare a denunce penali, con sanzioni pesanti, che comprendono addirittura la reclusione;
- subire la revoca dell’assunzione, con segnalazione del caso all’autorità giudiziaria;
- subire l’interdizione dai pubblici uffici, che può consistere, per esempio, nel divieto di partecipare a futuri concorsi pubblici.
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