Impeachment: cos’è, come funziona e perché si torna a parlarne (di nuovo) con Trump
Significato del termine impeachment, come funziona la procedura negli Stati Uniti e quali sono le sanzioni accessorie previste.
Negli ultimi mesi il termine impeachment è tornato ai primi posti tra i risultati di ricerca in relazione a Donald Trump. Dopo i due procedimenti già avviati nel corso del suo primo mandato – nel 2019 e nel 2021 – oggi diversi esponenti democratici tornano a chiedere la rimozione del Presidente, questa volta durante il suo secondo mandato, citando comportamenti giudicati erratici e dichiarazioni controverse che hanno riaperto il dibattito sull’idoneità di Trump a governare.
Ma cosa significa impeachment, come funziona la procedura e quali conseguenze comporta? In questa guida spiegheremo tutto quello che c’è da sapere, dall’origine storica ai casi reali, fino all’attuale scenario politico americano.
Cosa si intende con impeachment?
Impeachment significa letteralmente “accusa“: nella pratica, è il procedimento con il quale si mette in stato d’accusa il Presidente nei casi in cui abbia commesso reati gravissimi, che hanno violato i principi della Costituzione.
La Costituzione degli Stati Uniti d’America prevede il ricorso all’impeachment senza che debbano necessariamente essere specificati i reati gravi commessi dal Presidente. Può essere messo in moto anche nei confronti di un governatore, un ministro o un giudice della Corte Suprema.
La funzione dell’impeachment è quella di rimuovere dall’incarico il Presidente con effetto immediato. La procedura richiede una serie di step che potranno portare al risultato sperato, oppure no.
L’impeachment non è, dunque, un procedimento giudiziario ma politico: la persona indagata non viene punita con multe o con il carcere, ma viene soltanto rimossa dal proprio incarico.
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Come funziona l’impeachment
Negli Stati Uniti, l’impeachment ha origine con la disamina dei capi d’accusa rivolti al Presidente da parte della Camera dei Rappresentanti. La procedura potrà avere inizio se si raggiunge la maggioranza semplice nelle votazioni relative a ciascun capo d’accusa.
Se la votazione ha esito positivo alla Camera dei Rappresentanti, si passa al secondo step, nel quale viene coinvolto il Senato federale. In pratica, ci sono dei membri specializzati della Camera dei rappresentanti – che vengono chiamati manager – i quali leggono e articolano i capi d’accusa ai senatori.
Come avviene nel corso di un processo, anche durante l’impeachment le parti possono servirsi di documenti e di testimoni. Il Presidente ha facoltà di difendersi, per mezzo dei suoi avvocati. Il Senato deve ascoltare le accuse e valutare le prove e, in seguito, esprimere il proprio voto.
Quali sono le conseguenze dell’impeachment
Di fatto, è necessaria la maggioranza di due terzi per procedere con la conferma dell’accusa e la condanna del Presidente, la quale provoca la rimozione immediata dall’incarico.
Se questo succede, il Presidente:
- non potrà mai chiedere la grazia;
- potrebbe non poter ricoprire più incarichi pubblici.
L’impeachment non provoca soltanto la rimozione di un Presidente dalla Casa Bianca: può, infatti, essere accompagnato da alcune sanzioni accessorie, come per esempio:
- la perdita del vitalizio che spetta agli ex presidenti;
- l’interdizione dai pubblici uffici;
- l’impossibilità di potersi ricandidare.
Ciò non è accaduto in passato e Trump è stato rieletto Presidente degli Stati Uniti d’America, per la seconda volta.
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L’impeachment esiste anche in Italia?
L’impeachment non è una procedura che esiste soltanto negli Stati Uniti: fu ideata nell’Inghilterra del XIV secolo e prevedeva il rinvio a giudizio per gravi reati che fossero stati commessi da chi svolgesse un incarico pubblico. Oggi l’impeachment è presente anche in India, Brasile, Corea del Sud, Filippine e Russia. In Italia esiste un altro genere di procedura, che consiste nella messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica.
L’articolo 90 della nostra Costituzione prevede infatti che si possa accusare il Presidente della Repubblica di due reati gravissimi:
- alto tradimento;
- attentato alla carta costituzionale.
Il procedimento prevede che l’accusa si svolga davanti al Parlamento riunito in seduta comune e richiede il voto favorevole da parte della maggioranza assoluta dei membri.
Negli anni, ci sono stati tre diversi tentativi di messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica in Italia, avvenuti con:
- Giovanni Leone, nel 1978;
- Francesco Cossiga, nel 1991;
- Giorgio Napolitano, nel 2014.
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L’impeachment contro Donald Trump: i casi del 2019 e del 2021
Donald Trump è l’unico Presidente nella storia degli Stati Uniti ad aver subito due procedimenti di impeachment nel corso dello stesso mandato presidenziale.
Il primo impeachment, nel 2019, fu avviato in seguito alle pressioni esercitate da Trump sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky affinché aprisse un’indagine su Joe Biden. La Camera dei Rappresentanti votò per l’impeachment, ma il Senato lo assolse.
Il secondo impeachment, nel 2021, scaturì dall’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio. Quel giorno, un gruppo di estremisti violenti – aizzati dallo stesso Trump, che da mesi sosteneva la tesi di presunti brogli elettorali – invase il Congresso degli Stati Uniti in un episodio senza precedenti nella storia americana, che causò anche la morte di alcune persone.
Il 13 gennaio 2021, la Camera votò nuovamente per l’impeachment con 232 voti favorevoli, inclusi dieci repubblicani. Trump aveva già lasciato la Casa Bianca il 20 gennaio, quando Joe Biden prestò giuramento come 46° Presidente degli Stati Uniti. Anche in questo caso, il Senato lo assolse, non raggiungendo la maggioranza dei due terzi necessaria per la condanna.
Un nuovo impeachment per Trump è possibile oggi?
Nel corso del suo secondo mandato, iniziato nel gennaio 2025, Trump è tornato al centro di polemiche sempre più accese. Dichiarazioni giudicate fuori controllo – dalle minacce all’Iran alle uscite sui leader alleati, fino alla diffusione di contenuti accusati di blasfemia – hanno spinto circa 70 parlamentari democratici a chiedere formalmente la sua rimozione, invocando sia un nuovo impeachment, sia l’attivazione del 25° emendamento.
La procedura di impeachment richiederebbe, come abbiamo visto, prima un voto a maggioranza semplice alla Camera dei Rappresentanti e poi una condanna al Senato con una maggioranza qualificata dei due terzi. È proprio questo secondo passaggio il nodo irrisolvibile: con i repubblicani che controllano il Congresso, le possibilità di successo per l’opposizione democratica sono oggi considerate minime.
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La strada del 25° emendamento
Il 25° emendamento, introdotto nel 1967 dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, offre un percorso alternativo: consente al vicepresidente, insieme alla maggioranza dei membri del governo, di dichiarare il presidente “incapace” di esercitare le proprie funzioni e di assumerne i poteri. A differenza dell’impeachment, non riguarda reati, ma l’idoneità a governare.
Nella pratica, però, questa procedura è stata utilizzata soltanto in modo temporaneo e consensuale per trasferimenti di potere legati a interventi medici. La rimozione forzata non è mai stata applicata e, anche oggi, appare difficilmente percorribile: l’esecutivo appare compatto attorno a Trump e il vicepresidente J.D. Vance non mostra nessuna intenzione di attivarsi in questo senso.
Le dimissioni volontarie
Esiste infine l’ipotesi delle dimissioni spontanee, percorsa da Richard Nixon nel 1974 in seguito allo scandalo del Watergate, quando il crollo del sostegno politico rese inevitabile il passo indietro. Uno scenario simile, allo stato attuale, appare altamente improbabile.
Le cose potrebbero cambiare dopo le elezioni di midterm, qualora si registrasse un tracollo elettorale dei repubblicani e defezioni significative all’interno della base del partito. Per ora, però, tutti e tre i percorsi di rimozione si scontrano con la stessa realtà: nessun presidente nella storia degli Stati Uniti è mai stato rimosso dall’incarico tramite impeachment.
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