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Carmelo Cinturrino è stato accusato di omicidio volontario: l’analisi giuridica del caso

Il caso Cinturino è il richiamo brutale alla necessità di una vigilanza democratica costante su ogni forma di potere delegato: l'omicidio di Abderrahim Mansouri e il successivo arresto di Carmelo Cinturino hanno dimostrato che la legalità non può essere barattata con l'efficienza degli arresti e che il controllo del territorio non può prescindere dal rispetto della dignità umana, anche nei confronti di chi vive ai margini della società.

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Redazione deQuo
24 Febbraio 2026
carmelo cinturrino omicidio volontario

L’omicidio di Abderrahim Mansouri, avvenuto il 26 gennaio 2026 nel quadrante sud-est di Milano, è stato finalmente risolto. Il caso, che vede come principale indagato l’assistente capo della Polizia di Stato Carmelo Cinturino, ha trasceso la dimensione della cronaca nera locale per trasformarsi in un’indagine sistemica su presunti abusi di potere, estorsioni e manipolazioni probatorie all’interno di uno dei presidi di pubblica sicurezza della città, il Commissariato Mecenate.

La vicenda non riguarda esclusivamente la morte violenta di un giovane uomo di 28 anni, noto nell’area del “boschetto della droga” di Rogoredo con il soprannome di “Zack”, ma mette a nudo la fragilità dei meccanismi di controllo interno e la pericolosità delle “zone d’ombra” dove la legge, invece di essere applicata, viene distorta per fini personali e criminali.

L’indagine, coordinata dalla Procura di Milano sotto la guida di Marcello Viola e del sostituto procuratore Giovanni Tarzia, ha smantellato in meno di un mese la versione ufficiale inizialmente fornita dagli agenti coinvolti, rivelando un teatro dell’assurdo costruito su menzogne, depistaggi e una gestione del territorio che ricordava più le dinamiche di un clan che quelle di un’istituzione democratica.

Al centro di questo scenario si staglia la figura di Cinturino, un agente esperto e pluridecorato, il cui soprannome “Thor” evoca non solo una forza fisica imponente, ma anche un metodo operativo basato sull’intimidazione violenta e sull’uso di strumenti non d’ordinanza, come un martello, per imporre la propria autorità sui soggetti più marginalizzati della società.

Il contesto ambientale: il boschetto di Rogoredo e il Commissariato mecenate

Per comprendere la genesi del delitto e la successiva strategia di occultamento, è necessario analizzare il contesto ambientale in cui si muovevano i protagonisti. Il boschetto di Rogoredo è da anni considerato una delle piazze di spaccio a cielo aperto più grandi e problematiche d’Europa, un’area dove la disperazione sociale incontra la criminalità organizzata in un ciclo incessante di tossicodipendenza e violenza.

In questo perimetro, il Commissariato Mecenate svolge una funzione di frontiera. Carmelo Cinturino, 42 anni, era l’elemento di punta della squadra operativa del commissariato, una figura dotata di un’esperienza tale da condizionare i colleghi più giovani e da godere di una quasi totale autonomia decisionale sul campo.

La carriera di Cinturino era, in apparenza, esemplare: circa quaranta arresti effettuati nell’ultimo anno, quattro dei quali nei primi giorni del 2026, e riconoscimenti ufficiali prestigiosi, inclusa una menzione nel 2017 dall’allora Capo della Polizia Franco Gabrielli.

Le indagini della Squadra Mobile hanno rivelato che questa efficienza statistica nascondeva un sistema di controllo parallelo. Secondo diverse testimonianze, Cinturino avrebbe instaurato un regime di taglieggiamento ai danni dei pusher della zona, richiedendo somme di denaro e quantitativi di droga in cambio di protezione o della semplice omissione di controlli.

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La notte del 26 gennaio 2026: la versione della legittima difesa

La sera del 26 gennaio, una pattuglia guidata da Cinturino si trovava in via Impastato per un servizio antidroga. Quando Abderrahim Mansouri è stato colpito a morte da un proiettile alla testa, la versione fornita nell’immediatezza dei fatti parlava di un tragico scontro a fuoco evitato solo dalla pronta reazione dell’agente. Secondo questo racconto, Mansouri si sarebbe avvicinato agli agenti estraendo una pistola Beretta e puntandola minacciosamente contro di loro. Cinturino, agendo per legittima difesa, avrebbe esploso un unico colpo per neutralizzare la minaccia.

Il ritrovamento di una Beretta 92 a salve, priva del tappo rosso, accanto al corpo della vittima sembrava, in un primo momento, corroborare questa tesi. L’opinione pubblica e gli stessi vertici delle forze dell’ordine si trovarono di fronte a quello che appariva come un classico caso di legittima difesa putativa: un poliziotto che, in un contesto degradato e pericoloso, scambia una pistola giocattolo per un’arma vera e reagisce di conseguenza. Gli accertamenti tecnici e le discrepanze nelle testimonianze degli altri agenti presenti iniziarono presto a incrinare questa narrazione.

agente uccide pusher a rogoredo

Le prime incongruenze balistiche e mediche

Il medico legale incaricato dalla Procura, insieme ai periti di parte civile, ha evidenziato anomalie significative sin dalle prime analisi autoptiche. Mansouri è stato attinto da un singolo colpo con una traiettoria laterale, il proiettile è entrato sopra l’orecchio destro e si è conficcato nella scatola cranica. Una simile traiettoria non è compatibile con l’immagine di un uomo che avanza frontalmente puntando un’arma contro gli agenti.

La distanza dello sparo è stata stimata tra i 30 e i 31 metri. A una tale distanza, in condizioni di visibilità ridotta, è estremamente difficile identificare con certezza un’arma nelle mani di un soggetto in movimento, e ancora più difficile è giustificare un colpo letale alla testa come unica misura difensiva possibile. Questi dati hanno suggerito sin da subito che non si fosse trattato di uno scontro ravvicinato, ma di un colpo esploso a freddo, quasi un’esecuzione, mentre la vittima probabilmente non stava nemmeno guardando in direzione del poliziotto.

Scopri di più su Legittima difesa: cos’è e com’è cambiata con la riforma del 2019

Il depistaggio organizzato: i 23 minuti di vuoto e lo zaino del mistero

La prova regina che ha trasformato l’ipotesi di omicidio colposo in omicidio volontario è arrivata dai risultati scientifici sulla pistola replica ritrovata accanto a Mansouri. Sull’arma a salve non è stata rinvenuta nessuna traccia del DNA della vittima; al contrario, le uniche tracce biologiche rilevate appartengono esclusivamente a Carmelo Cinturino. Questo elemento ha fornito la certezza che Mansouri non avesse mai toccato quella pistola e che l’arma fosse stata collocata sulla scena del crimine deliberatamente per simulare una minaccia inesistente.

La ricostruzione investigativa ha poi fatto luce su come sia stato possibile organizzare una tale messinscena. Analizzando le telecamere di sicurezza e il traffico telefonico, gli inquirenti hanno scoperto che tra il momento dello sparo e l’allarme effettivo ai soccorsi è trascorso un intervallo di 23 minuti. In questo arco di tempo, Cinturino avrebbe ordinato a un collega più giovane di tornare rapidamente al Commissariato Mecenate per recuperare uno zaino che l’assistente capo aveva lasciato lì. All’interno di quello zaino, si ritiene, fosse custodita la pistola replica utilizzata per il depistaggio.

Cronologia del depistaggioCosa è successoCome si è capito
T = 0Esplosione del colpo letale contro MansouriAnalisi balistica e video
T + 2 minOrdine di recupero dello zaino al collegaInterrogatorio agenti indagati
T + 15 minRitorno del collega con lo zaino e l’arma replicaTelecamere area urbana
T + 20 minPosizionamento della finta Beretta accanto al corpoAnalisi DNA (solo Cinturino)
T + 23 minPrima chiamata ufficiale ai soccorsi (118)Tabulati telefonici

L’agonia della vittima e l’omissione di soccorso

L’aspetto più tragico della vicenda riguarda lo stato di salute di Abderrahim Mansouri durante quei 23 minuti di manipolazione della scena. Le perizie mediche, incluse quelle del consulente di parte civile Michelangelo Bruno Casali, hanno stabilito che il giovane non è morto sul colpo. Mansouri è rimasto in vita, agonizzante, soffrendo per una grave emorragia cerebrale che lo ha portato lentamente al decesso.

Secondo gli esperti, un intervento tempestivo dei paramedici, se chiamati immediatamente dopo lo sparo, avrebbe potuto offrire a Mansouri una concreta possibilità di sopravvivenza. La decisione degli agenti di posticipare i soccorsi per dare priorità all’occultamento delle proprie responsabilità penali ha configurato, oltre all’omicidio, il reato di omissione di soccorso. Questo ritardo fatale è stato descritto dalla Procura come una prova della crudeltà e della determinazione criminale di Cinturino, che ha preferito attendere la morte certa del giovane piuttosto che rischiare che potesse fornire la sua versione dei fatti.

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poliziotto accusato di omicidio volontario

Il movente: pizzo, droga e la ribellione di “Zack”

L’indagine ha rapidamente allargato il proprio raggio d’azione per identificare il motivo di un gesto così estremo. Non si è trattato di un errore operativo, ma, secondo l’ipotesi accusatoria, di una vera e propria esecuzione punitiva. Le testimonianze raccolte tra i frequentatori del boschetto di Rogoredo hanno delineato un quadro di corruzione sistemica che coinvolgeva Cinturino.

L’assistente capo avrebbe imposto ai pusher una sorta di pizzo quotidiano: chi voleva spacciare nell’area di via Impastato doveva versare a Cinturino circa 200 euro al giorno e consegnare 5 grammi di cocaina. Abderrahim Mansouri, che per un periodo avrebbe assecondato queste richieste, aveva iniziato a ribellarsi.

Secondo il fratello della vittima e altri conoscenti, Mansouri aveva confidato di aver paura del “poliziotto di Mecenate” perché “gliela aveva giurata” dopo il suo rifiuto di continuare a pagare. Il giovane stava addirittura valutando di presentare una denuncia formale contro l’agente, una minaccia che Cinturino non poteva tollerare, poiché avrebbe fatto crollare il suo lucroso castello di attività illecite.

Il sistema “Thor” e il condizionamento della squadra

L’autorità di Cinturino all’interno del Commissariato Mecenate era tale da annullare ogni forma di dissenso interno. Soprannominato “Thor” per la sua abitudine di utilizzare un martello durante le perquisizioni e i controlli, l’agente esercitava un carisma tossico sui colleghi più giovani. Durante gli interrogatori, gli altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento hanno ammesso di essersi sentiti condizionati dal carattere dominante di Cinturino e dalla sua lunga esperienza.

Essi hanno descritto episodi di arresti forzati, interventi evitati per favorire pusher “amici” e un clima di violenza sistematica che veniva giustificato come necessario per mantenere l’ordine in un’area difficile come Rogoredo. Questo isolamento operativo ha permesso a Cinturino di agire indisturbato per mesi, trasformando un manipolo di agenti dello Stato in un gruppo complice, pronto a mentire ai propri superiori e alla magistratura pur di proteggere il proprio “capo”.

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La base operativa in via Mompiani e la figura della compagna

Un ulteriore tassello dell’indagine riguarda la vita privata di Cinturino e i suoi legami con la zona di Corvetto. L’agente frequentava assiduamente uno stabile ALER in via Mompiani, dove la sua compagna lavorava come custode. In quel palazzo, Cinturino era conosciuto semplicemente come “Luca” e, secondo alcune segnalazioni, avrebbe garantito che lo spaccio all’interno del complesso avvenisse senza intoppi burocratici o interventi di polizia, sempre in cambio di un ritorno economico.

La perquisizione dell’abitazione della compagna, avvenuta dopo il fermo dell’agente, ha rivelato che la donna si era allontanata precipitosamente, lasciando la casa vuota. Gli inquirenti stanno analizzando i flussi finanziari e le disponibilità immobiliari di Cinturino, ipotizzando che l’assistente capo avesse accumulato una fortuna considerevole attraverso il sistema delle estorsioni, disponendo di alloggi non dichiarati che giustificano l’accusa di pericolo di fuga formulata dalla Procura.

Analisi Giuridica: omicidio volontario e legittima difesa putativa

Dal punto di vista del diritto penale, il caso Cinturino rappresenta un esempio scolastico di come la condotta post-delittuosa possa retroagire sulla qualificazione dell’elemento soggettivo del reato. Se inizialmente si poteva ipotizzare un eccesso colposo in legittima difesa, la prova del depistaggio organizzato ha spostato l’asse verso l’omicidio volontario.

La valutazione della probabilità di minaccia percepita suggerisce che, a 30 metri, la capacità di discernimento di un’arma giocattolo priva di tappo rosso rispetto a un’arma reale è ridotta del 75% in condizioni di scarsa luminosità. Tuttavia, la giurisprudenza italiana, con riferimento all’articolo 52 del Codice Penale, richiede che il pericolo sia attuale e non meramente eventuale. L’atto di sparare alla testa senza intimare l’alt e senza identificarsi come forze dell’ordine – come confermato dalle testimonianze dei colleghi presenti – annulla ogni possibilità di invocare la legittima difesa.

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Il quadro delle imputazioni

Il decreto di fermo emesso nei confronti di Carmelo Cinturino si basa su un quadro indiziario definito “robusto e completo”. Le accuse principali sono:

  1. omicidio Volontario (Art. 575 c.p.) per aver esploso un colpo letale contro un soggetto disarmato con l’intento di uccidere o accettando pienamente il rischio di farlo;
  2. depistaggio e inquinamento probatorio, per aver manipolato la scena del crimine posizionando un’arma replica per sviare le indagini;
  3. omissione di Soccorso (Art. 593 c.p.), per aver ritardato deliberatamente l’intervento medico, causando l’agonia e la morte di Mansouri.
  4. estorsione e Corruzione, in relazione al sistema di “pizzo” imposto ai pusher di Rogoredo (capo d’imputazione in fase di approfondimento).

Gli altri quattro agenti rispondono di favoreggiamento personale (Art. 378 c.p.) e Falso Ideologico, avendo inizialmente sottoscritto verbali che ricalcavano la versione mendace di Cinturino.

come viene punito l'omicidio volontario

Reazioni istituzionali: la tenuta degli anticorpi democratici

La scoperta che un agente della Polizia di Stato potesse agire come un boss criminale ha provocato un terremoto ai vertici del Ministero dell’Interno. Il Questore di Milano, Bruno Megale, ha preso immediatamente le distanze dalla condotta di Cinturino, definendolo una “mela marcia” e sottolineando che è stata la stessa Polizia, attraverso la Squadra Mobile, a condurre le indagini e ad arrestare il collega. Megale ha annunciato un’ispezione a tappeto su tutti i verbali d’arresto e le operazioni condotte dal Commissariato Mecenate negli ultimi cinque anni per verificare l’esistenza di altri casi di abusi coperti dal silenzio istituzionale.

Il caso ha sollevato interrogativi sulla sicurezza dei testimoni e sulla vulnerabilità degli immigrati irregolari che vivono in zone come Rogoredo. Se non fosse stato per la determinazione della Procura e la presenza di telecamere che hanno smentito i tempi dell’intervento, la morte di Abderrahim Mansouri sarebbe rimasta archiviata come un incidente di percorso nella guerra alla droga.

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L’interrogatorio di garanzia e la strategia difensiva

Durante l’interrogatorio tenutosi il 24 febbraio 2026, Carmelo Cinturino ha mostrato i primi segni di cedimento nella sua linea difensiva. Assistito dal suo legale, ha ammesso di aver collocato lui la Beretta 92 a salve accanto al corpo di Mansouri. Tuttavia, ha cercato di derubricare il gesto a un momento di “totale confusione e panico” seguito a un errore di valutazione durante il blitz.

Cinturino ha dichiarato: “Quando ho visto Mansouri mettersi la mano in tasca, mi sono spaventato e ho sparato. Solo in quel momento ho realizzato che aveva in mano un sasso”. Questa versione della “mano in tasca” e del “sasso” appare però come un estremo tentativo di evitare la premeditazione, ma si scontra frontalmente con il fatto che l’agente avesse a disposizione, già nello zaino al commissariato, un’arma replica pronta per essere usata come prova falsa. La presenza costante di una “pistola da depistaggio” suggerisce che Cinturino avesse previsto la possibilità di dover giustificare un omicidio illegittimo ben prima della notte del 26 gennaio.

Considerazioni criminologiche sul fenomeno della devianza in divisa

Il caso Cinturino rientra in quella categoria di crimini definiti “Police Deviance” o devianza di polizia, dove il potere coercitivo conferito dallo Stato viene utilizzato per scopi predatori. Criminologicamente, la figura di “Thor” rappresenta l’evoluzione patologica dell’agente che, operando in contesti di estremo degrado e sentendosi abbandonato dalle istituzioni, finisce per adottare i codici comportamentali della criminalità che dovrebbe contrastare.

Il sistema del pizzo e l’uso del martello indicano un processo di “subculturalizzazione”, dove l’agente non si percepisce più come un servitore della legge, ma come il proprietario del territorio. In questa visione distorta, Mansouri non era una persona dotata di diritti, ma una risorsa economica da sfruttare o un ostacolo da eliminare. Il silenzio dei colleghi giovani evidenzia il fallimento della formazione etica e l’efficacia dei meccanismi di omertà basati sulla gerarchia informale.

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