Fine della convivenza con casa cointestata: cosa succede a immobile e mutuo
Come si scioglie la comproprietà di un immobile alla fine di una convivenza? E cosa succede in presenza di in mutuo? Analizziamo i possibili scenari.
- La fine della convivenza con casa cointestata non modifica le quote: chi lascia l’immobile resta comproprietario finché non c’è un atto notarile o una sentenza, e ciascuno può chiedere lo scioglimento della comunione (art. 1111 c.c.).
- Il mutuo cointestato resta un debito solidale verso la banca (art. 1292 c.c.) e solo il consenso della banca libera chi esce dal contratto.
- Se ci sono figli, il giudice può assegnare la casa al genitore collocatario (art. 337-sexies c.c.).
L’evoluzione dei costumi sociali e demografici ha reso la convivenza more uxorio una delle forme più diffuse e consolidate di nucleo familiare, affiancandosi strutturalmente all’istituto del matrimonio. Nonostante la progressiva assimilazione sul piano dell’accettazione sociale, l’ordinamento giuridico, l’amministrazione finanziaria e la giurisprudenza mantengono una netta e rigorosa distinzione sotto il profilo patrimoniale, fiscale e procedurale.
La Legge 20 maggio 2016, n. 76 (comunemente nota come Legge Cirinnà) ha fornito per la prima volta una cornice normativa organica alle convivenze di fatto, ma, il legislatore ha scelto un approccio normativo “leggero” per le coppie non sposate, lasciando ampi vuoti di tutela rispetto alle garanzie previste per il coniugio.
Quando una convivenza giunge al termine, la gestione di un immobile cointestato adibito a casa familiare e del relativo mutuo ipotecario fa emergere criticità di estrema complessità. A differenza del matrimonio, che beneficia di un sistema strutturato di tutele, esenzioni fiscali dirette e procedure di separazione standardizzate (consensuali o giudiziali) in grado di regolare unitariamente l’intero assetto della crisi familiare, la cessazione della convivenza ricade in via quasi esclusiva nella disciplina ordinaria del diritto civile in materia di comunione, obbligazioni solidali e contratti.
L’assenza di automatismi legali e di un “giudice della separazione” per i conviventi senza figli impone agli ex partner di negoziare privatamente la divisione del patrimonio immobiliare o, in caso di conflitto, di affidarsi a complessi e onerosi procedimenti giudiziali civili di divisione ordinaria. In queste righe ti spieghiamo quali sono le dinamiche giuridiche, economiche e procedurali che si attivano alla fine di una convivenza in presenza di una casa cointestata, rispondendo in dettaglio alle problematiche relative allo scioglimento della comproprietà, alla gestione del debito bancario solidale, all’impatto dirimente della presenza di figli minori o non autosufficienti, e ti forniamo un’analisi analitica di scenari reali di frequente verificazione.
- Cosa succede alla casa cointestata quando finisce la convivenza?
- Come si toglie l’intestazione a una persona?
- Cosa succede al mutuo cointestato se i conviventi si separano?
- Fine convivenza con casa e mutuo cointestati con figli
- Cosa succede alla casa cointestata in caso di morte del convivente?
- Come tutelarsi con un contratto di convivenza
Cosa succede alla casa cointestata quando finisce la convivenza?
Quando due conviventi acquistano un immobile congiuntamente, l’atto di compravendita instaura tra di essi una comunione ordinaria, disciplinata dagli articoli 1100 e seguenti del Codice civile. A differenza della comunione legale dei beni tra coniugi (che è una comunione “a mani riunite” senza quote indivise e che si scioglie ex lege con la separazione), la comunione ordinaria si basa fin dall’origine su quote ideali di comproprietà. In assenza di una diversa indicazione percentuale esplicitata nel rogito notarile di acquisto, l’ordinamento presume che le quote siano perfettamente uguali (art. 1101 c.c.), attribuendo a ciascun convivente il 50% della proprietà. Questa presunzione di parità costituisce il punto di partenza ineludibile per qualsiasi successiva operazione di divisione o liquidazione.
Uno degli errori più comuni nelle dinamiche di rottura di una convivenza è ritenere che l’abbandono fisico dell’immobile da parte di uno dei due partner determini una tacita rinuncia alla proprietà, al diritto sul valore dell’immobile o persino una cessione di fatto della quota a favore del convivente che vi rimane ad abitare. L’analisi giuridica smentisce categoricamente questo assunto: la titolarità del diritto di proprietà non subisce nessuna alterazione per il solo fatto di aver lasciato l’abitazione.
Specularmente, il convivente che resta nell’abitazione non ne diventa proprietario esclusivo, nemmeno qualora inizi a sostenere autonomamente l’intero onere del pagamento delle rate del mutuo residuo, delle spese condominiali o delle utenze domestiche. Fino a quando non interviene un atto giuridico formale e idoneo a trasferire i diritti reali (una compravendita notarile, una donazione o una sentenza giudiziale di divisione passata in giudicato), la comproprietà persiste inalterata secondo le quote originarie. Da ciò discende che il partner rimasto nell’immobile non può validamente alienarlo a terzi per intero, né locarlo per più di nove anni, senza il consenso dell’altro comproprietario (art. 1108 c.c.). Il diritto dell’ex partner allontanatosi permane immutato, conservando egli il pieno diritto di esigere la liquidazione della propria quota o lo scioglimento della comunione.
LEGGI ANCHE Mutuo con contratto a tempo determinato: si può ottenere?

Vuoi una consulenza legale sull'argomento? Chiedi Gratis ad un Avvocato
- +3000 avvocati pronti ad ascoltarti
- Consulenza Legale Online - Telefonica, in webcam, scritta o semplice preventivo gratuito
- Anonimato e Riservatezza - La tua consulenza verrà letta solo dall'avvocato che accetterà di rispondere
Cos’è il patto di invidisione
L’articolo 1111 del Codice civile stabilisce imperativamente che ciascun partecipante può sempre domandare lo scioglimento della comunione. Questo diritto potestativo garantisce che nessun individuo possa essere costretto a rimanere comproprietario di un bene con un ex partner.
L’unica limitazione temporanea a questo diritto è data dall’esistenza di un eventuale “patto di indivisione“. I comproprietari possono, infatti, accordarsi per mantenere la comunione per un periodo di tempo determinato, ma la legge fissa un tetto massimo inderogabile di dieci anni (art. 1111, secondo comma, c.c.); qualora il patto preveda un termine superiore, esso viene automaticamente ridotto ex lege al limite decennale.
In assenza di un simile patto esplicito, la richiesta di divisione può essere avanzata in qualsiasi momento. Se gli ex conviventi non riescono a trovare una soluzione stragiudiziale bonaria sulle modalità di liquidazione e attribuzione del bene, la legge affida la risoluzione al Tribunale civile tramite il giudizio di divisione ordinaria, sebbene le tempistiche, l’alea e i costi vivi di tale procedura ne sconsiglino caldamente l’attivazione se non come extrema ratio.
LEGGI ANCHE Cosa spetta all’ex coniuge dopo il divorzio?
Come si toglie l’intestazione a una persona?
A seconda del livello di conflittualità e delle disponibilità finanziarie delle parti, l’estromissione dal titolo di proprietà si realizza attraverso modalità differenti, ciascuna caratterizzata da specifici iter procedurali. Le soluzioni praticabili si dividono tra percorsi negoziali (traslativi interni o esterni) e percorsi giudiziali coercitivi. Li abbiamo riassunti in tabella.
| Opzione strategica | Meccanismo giuridico | Vantaggi principali | Svantaggi e criticità |
| Cessione interna (acquisto della quota) | Atto notarile di compravendita del 50% tra gli ex conviventi. | Continuità abitativa per chi resta; liquidità per chi esce; chiusura dei rapporti. | Richiede ingente liquidità per il conguaglio; rischio di rifiuto della banca per l’accollo del mutuo; tassazione sfavorevole. |
| Vendita a terzi sul libero mercato | Rogito notarile di vendita dell’intero immobile con il consenso unanime. | Massimizzazione del valore di realizzo; estinzione simultanea del mutuo; ripartizione pulita del netto. | Necessita del totale accordo sul prezzo e sulle tempistiche; richiede l’abbandono della casa da parte di entrambi. |
| Mantenimento temporaneo condiviso | Accordo transattivo per l’uso esclusivo con indennità o locazione a terzi. | Evita la vendita in periodi di crollo del mercato immobiliare; flessibilità. | Mantiene in vita un cordone ombelicale giuridico ed economico; persistenza della responsabilità solidale verso la banca. |
| Divisione ciudiziale (Art. 1111 c.c.) | Ricorso in Tribunale volto all’assegnazione esclusiva o alla vendita giudiziaria. | Supera l’ostruzionismo e il rifiuto di negoziare di una delle parti. | Costi legali e peritali alti; durata pluriennale; rischio di vendita a un prezzo inferiore al valore di mercato. |
Rilevamento della quota e cessione interna
La modalità più lineare ed economicamente razionale per eliminare la cointestazione, qualora uno dei due partner desideri continuare a vivere nella casa, consiste nell’acquisto della quota dell’altro. Giuridicamente, si tratta di una compravendita di quota indivisa stipulata per atto pubblico davanti a un notaio.
Questo iter richiede una precisa sequenza di passaggi tecnici. Inizialmente, le parti devono concordare il valore di mercato attuale e oggettivo dell’intero immobile, preferibilmente affidandosi a una perizia estimativa redatta da un tecnico super partes (geometra, architetto o ingegnere) o all’analisi di mercato di un’agenzia immobiliare qualificata. Definito il valore complessivo, si calcola il valore lordo della quota da cedere (generalmente il 50%). Da questo importo lordo, se l’immobile è gravato da un mutuo di cui l’acquirente si accollerà l’intero onere, deve essere detratta la metà del debito residuo in linea capitale ancora da rimborsare alla banca.
La differenza risultante tra il valore della quota e la frazione di debito accollato costituisce il conguaglio monetario che il partner acquirente deve materialmente versare al partner cedente. Il notaio redigerà l’atto di trasferimento, raccogliendo il consenso delle parti e verificando la regolarità urbanistica e catastale dell’immobile, per poi provvedere alla trascrizione del rogito nei pubblici registri immobiliari tenuti dall’Agenzia delle Entrate. Da quel momento, l’effetto traslativo si perfeziona e l’acquirente diviene l’esclusivo titolare del 100% del diritto di proprietà.
LEGGI ANCHE Allontanare un figlio tossicodipendente: quali sono le tutele legali per la famiglia
Alienazione a terzi e liquidazione
Qualora né l’uno né l’altro partner abbiano l’interesse o la capacità patrimoniale e reddituale per accollarsi l’intera proprietà e il relativo debito residuo, l’alternativa stragiudiziale più diffusa è la vendita dell’intero immobile sul libero mercato a un soggetto terzo. Questa operazione richiede categoricamente il consenso unanime: ai sensi dell’art. 1108 c.c., nessun comproprietario può alienare validamente l’intero bene, né locarlo per periodi eccedenti i nove anni, senza l’assenso formale dell’altro.
La procedura prevede l’immissione dell’immobile sul mercato, la stipula di un contratto preliminare di compravendita (compromesso) e, infine, il rogito definitivo. In sede di rogito notarile, interverrà solitamente anche un funzionario della banca mutuante. Con il prezzo versato dall’acquirente, il notaio provvederà all’estinzione totale del debito residuo e all’assenso alla cancellazione dell’ipoteca.
L’eventuale somma residua, al netto delle spese di intermediazione e cancellazione, verrà distribuita agli ex conviventi in quote uguali, o in quote diverse qualora vi siano crediti incrociati o debiti pregressi formalmente documentati e accettati dalle parti. Questa strada garantisce una “cesura” netta dei legami patrimoniali e finanziari.
Potrebbe interessarti anche Conto corrente cointestato in caso di separazione e divorzio

Quando ricorrere al giudizio di divisione
Quando il conflitto personale tracima nella sfera patrimoniale, generando rifiuti categorici a vendere o pretese di liquidazione palesemente disancorate dal reale valore di mercato, lo stallo può essere superato unicamente invocando l’autorità giudiziaria mediante la domanda di divisione.
La divisione giudiziale è un procedimento civile lungo e insidioso. Il D.Lgs. 28/2010 (art. 5, comma 1) impone, come condizione di procedibilità della domanda in giudizio in materia di divisione, l’espletamento obbligatorio di un tentativo di mediazione civile innanzi a un organismo accreditato. Se la mediazione fallisce, si instaura la causa. Il giudice istruttore nominerà un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU), il quale sarà incaricato di esaminare lo stato dei luoghi, verificare la conformità urbanistica, accertare l’esistenza di eventuali abusi edilizi (la cui mancata sanatoria paralizza la divisione) e redigere una perizia di stima per determinare il più probabile valore di mercato.
Il CTU valuterà in primo luogo la “comoda divisibilità” in natura del bene, ai sensi dell’art. 720 del Codice civile (richiamato per la comunione ordinaria dall’art. 1116 c.c.). Trattandosi quasi sempre di appartamenti o unità abitative residenziali, il frazionamento materiale in due unità distinte e funzionalmente autonome risulta sovente impossibile o anti-economico. In tale ipotesi di indivisibilità, il giudice inviterà i comproprietari a dichiarare se uno di essi sia disposto a richiedere l’attribuzione dell’intero immobile, con l’obbligo di versare all’altro il conguaglio in denaro determinato dalla perizia giudiziale.
Il vero pericolo per il patrimonio si concretizza qualora nessuna delle parti formuli l’istanza di attribuzione, oppure qualora la parte richiedente non dimostri di avere la capacità finanziaria per liquidare immediatamente il conguaglio. In questa eventualità residuale, il giudice dispone la vendita giudiziaria dell’immobile, delegando le operazioni a un professionista (spesso un notaio o un avvocato). Le vendite giudiziarie avvengono spesso a prezzi inferiori al valore di mercato: in caso di aste deserte il prezzo base può essere ridotto, e le spese legali, di perizia, di custodia e di delega erodono il ricavato. Per questa ragione il giudizio di divisione va considerato come l’ultima risorsa, da usare quando le trattative falliscono.
Potrebbe interessarti anche Nuova convivenza dopo la separazione, si perde il mantenimento?
Cosa succede al mutuo cointestato se i conviventi si separano?
La cointestazione della proprietà immobiliare è, nella stragrande maggioranza dei casi operativi, inscindibilmente legata all’accensione di un contratto di mutuo ipotecario cointestato. L’errore prospettico più grave in cui cadono gli ex conviventi è la sovrapposizione tra la titolarità del bene e la titolarità del debito. Tuttavia, il rapporto di proprietà (interno, tra i due conviventi) e il rapporto di debito (esterno, tra i conviventi e l’istituto di credito) viaggiano su due binari giuridici paralleli e del tutto autonomi.
Il contratto di mutuo cointestato genera un vincolo di solidarietà passiva, disciplinato dall’articolo 1292 del Codice civile. Questo istituto comporta che la banca mutuante abbia il diritto di esigere il pagamento dell’intera rata da uno qualsiasi dei due debitori in solido. All’istituto di credito non interessa la cessazione della relazione sentimentale, l’abbandono del tetto domestico da parte di uno dei partner o l’esistenza di scritture private compensative interne alla coppia. Per la banca, entrambi i soggetti rimangono obbligati per il 100% del debito fino alla naturale scadenza del piano di ammortamento.
Questo principio ha conseguenze pratiche dirompenti. Qualora un partner ceda formalmente la propria quota di proprietà all’altro, trasferendo il diritto reale con atto notarile, ma non si intervenga parallelamente sul contratto di mutuo, si genera una situazione ad altissimo rischio: il partner cedente perde ogni diritto sull’immobile, ma rimane esposto con tutto il suo patrimonio presente e futuro per il debito residuo. Se il partner che ha conservato la casa e si era impegnato a pagare le rate dovesse rendersi moroso, la banca potrà aggredire i conti correnti e il quinto dello stipendio del partner uscente. Inoltre, l’eventuale morosità può comportare la segnalazione di entrambi i cointestatari ai sistemi di informazione creditizia e, al ricorrere dei presupposti, alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia, compromettendo la possibilità del partner uscente di ottenere nuovi finanziamenti.
LEGGI pure Mutuo non pagato: quando la banca può pignorare lo stipendio
Come funziona l’accollo liberatorio dal mutuo
Per svincolarsi dalla solidarietà passiva e recidere il legame finanziario, lo strumento giuridico d’elezione, contestuale all’acquisto della quota di comproprietà, è l’accollo del mutuo con liberazione del debitore (art. 1273 c.c.).
L’accollo è una convenzione mediante la quale l’acquirente della quota (accollante) assume su di sé l’intero debito residuo verso la banca, sollevando il venditore da ogni obbligazione. L’accordo tra i due ex partner, però, produce effetti liberatori per il debitore uscente solo se la banca aderisce e dichiara espressamente di liberarlo (art. 1273 c.c.).
Dal punto di vista dell’istituto di credito, liberare un debitore significa rinunciare a una garanzia su cui si era basata l’erogazione originaria del finanziamento. La banca avvierà quindi una nuova istruttoria del merito creditizio, valutando se reddito e patrimonio del solo partner che resta proprietario siano sufficienti a sostenere l’intera rata.
Se l’istruttoria dà esito negativo, la banca può rifiutare la liberazione. In quel caso l’accordo vale tra gli ex partner, ma verso la banca il cedente rimane obbligato in solido: pur non essendo più proprietario, resta debitore per l’intero importo del mutuo.
Di fronte al rifiuto della banca, le strade per recidere il vincolo sono l’estinzione anticipata dell’intero debito (con fondi propri o con il ricavato della vendita della casa a terzi), oppure un nuovo mutuo intestato al solo partner che rileva l’immobile, anche presso un altro istituto (spesso con un garante, come un genitore), con cui si estingue il mutuo cointestato.
Ti suggeriamo anche Si può annullare un contratto di compravendita se non si si ottiene il mutuo?

Cos’è l’azione di regresso
Qualora, in costanza di cointestazione e solidarietà passiva, uno solo dei due ex conviventi sia costretto a pagare l’intera rata alla banca per evitare il pignoramento, l’ordinamento gli riconosce uno strumento di tutela interna: l’azione di regresso (art. 1299 c.c.).
Chi ha pagato per intero ha il diritto di rivalersi nei confronti dell’altro cointestatario per esigere la restituzione della quota a lui spettante (di norma il 50%). Di fatto, l’esercizio pratico del regresso è spesso ostacolato dalle precarie condizioni di liquidità del partner inadempiente, rendendo il recupero coattivo del credito lungo e incerto.
Scopri di più su: Cosa si intende per asta giudiziaria e come si vince
Fine convivenza con casa e mutuo cointestati con figli
Qualora dalla convivenza siano nati figli, siano essi minorenni o maggiorenni non ancora economicamente autosufficienti, il legislatore e la giurisprudenza costituzionale e di legittimità pongono la tutela della prole al vertice assoluto della scala gerarchica dei valori giuridici. L’obiettivo primario dei tribunali è garantire stabilità e continuità psicofisica ai minori, preservando il loro habitat domestico e limitando il trauma legato allo sradicamento dall’ambiente spaziale e relazionale in cui sono cresciuti.
In sede di regolamentazione dell’affidamento e del mantenimento dei figli nati fuori dal matrimonio (procedimento disciplinato dagli artt. 337-bis e seguenti del Codice civile), il giudice ha il potere di disporre l’assegnazione della casa familiare (art. 337-sexies c.c.) al genitore cosiddetto collocatario, ovverosia colui con il quale la prole stabilirà la residenza prevalente e continuativa.
Il provvedimento giudiziale di assegnazione incide in via esclusiva sul diritto di usare e abitare l’immobile, comprimendo fortemente le facoltà dei proprietari, ma non produce alcun effetto traslativo o modificativo sulle quote di comproprietà. Se l’abitazione era cointestata al 50%, tale proporzione permane intatta. Il genitore non collocatario (quello che deve fisicamente abbandonare l’immobile) conserva la piena titolarità del suo 50% di proprietà, ma perde il possesso e il diritto di utilizzare il proprio bene. Il diritto di godimento viene meno quando l’assegnatario non abita più stabilmente nella casa, convive more uxorio o contrae un nuovo matrimonio, oppure quando i figli raggiungono l’indipendenza economica (art. 337-sexies c.c.).
LEGGI pure Vendita casa cointestata dopo separazione e divorzio: come funziona
Quali sono le conseguenze dell’assegnazione della casa familiare?
L’impatto economico e negoziale del provvedimento di assegnazione è asimmetrico e spesso pesante per il genitore estromesso. L’assegnazione è trascrivibile e opponibile ai terzi ai sensi dell’art. 337-sexies c.c. e dell’art. 2643 c.c.: un immobile gravato dal vincolo resta vendibile, ma vale meno per chi lo compra.
Il genitore escluso dall’uso si trova stretto in una vera e propria “tenaglia” finanziaria in quanto:
- la divisione resta possibile poiché l’assegnazione non impedisce al comproprietario di chiedere lo scioglimento della comunione (art. 1111 c.c.), ma la casa si vende, o si attribuisce al genitore non assegnatario, con il vincolo, e il suo valore ne risente; lo hanno affermato le Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 18641/2022, pronunciata per due coniugi in comunione legale;
- il mutuo resta solidale, per il fatto che l’assegnazione della casa riguarda l’uso, ma non sposta l’obbligazione verso la banca, quindi il genitore estromesso, pur dovendo reperire e pagare una nuova sistemazione abitativa (un affitto), rimane obbligato in solido per il mutuo della casa cointestata che non può più abitare;
- senza figli non c’è assegnazione. L’art. 337-sexies c.c. lega l’assegnazione alla tutela dei figli, quindi nella convivenza di fatto, in assenza di figli conviventi, il giudice non assegna la casa al partner economicamente più debole per compensare differenze di reddito.
Le soluzioni pattizie più equilibrate prevedono che il genitore collocatario rilevi la quota di proprietà dell’altro, accollandosi interamente il mutuo, oppure che il valore della quota di mutuo pagata mensilmente dal genitore estromesso venga parzialmente scomputato o considerato in compensazione nella quantificazione dell’assegno di mantenimento ordinario per i figli.
Approfondisci con Come vengono decisi l’affidamento dei figli e l’assegnazione della casa familiare dopo il divorzio?

Cosa succede alla casa cointestata in caso di morte del convivente?
Quando la convivenza termina tragicamente a causa del decesso del partner proprietario dell’immobile familiare, si apre uno scenario successorio che evidenzia la fragilità dell’unione di fatto rispetto all’istituto matrimoniale. Nell’ambito del matrimonio, il legislatore accorda al coniuge superstite una tutela potentissima: l’art. 540 del Codice civile riserva a favore del vedovo o della vedova, a prescindere dai diritti successori sulle quote di legittima, il diritto reale di abitazione a vita sulla casa adibita a residenza familiare, opponibile a tutti gli altri eredi.
La Legge 76/2016 ha introdotto un correttivo, seppur temporaneo e limitato. In caso di morte del proprietario della casa di comune residenza, il convivente superstite ha diritto di continuare ad abitarvi per due anni, o per un periodo pari alla durata della convivenza se superiore a due anni, e comunque non oltre i cinque anni (art. 1, comma 42). Se nella casa coabitano figli minori o figli disabili del convivente superstite, il diritto dura per un periodo non inferiore a tre anni. Il diritto viene meno se il superstite cessa di abitare stabilmente nella casa, si sposa, si unisce civilmente o avvia una nuova convivenza di fatto (comma 43).
L’Agenzia delle Entrate (risposta a interpello n. 463/2019) ha chiarito la natura di questa prerogativa: il diritto riconosciuto dalla Legge Cirinnà non è un diritto reale (come il diritto di abitazione ex art. 540 c.c.), ma un diritto personale di godimento. La sua funzione è proteggere il superstite dalle pretese di restituzione degli eredi per un tempo ragionevole, sufficiente a trovare un’altra sistemazione abitativa. Scaduto il termine, i diritti degli eredi si espandono e il convivente superstite decade dal diritto, potendo subire l’esecuzione del rilascio dell’immobile.
A questo proposito leggi Diritti reali immobiliari: cosa sono e a cosa servono
Casa cointestata ma pagata da un solo convivente
Un caso molto frequente riguarda l’ipotesi in cui l’immobile, o il relativo mutuo, sia formalmente cointestato al 50% tra i due partner, ma gli esborsi finanziari per l’acquisto (capitale iniziale, rate del mutuo, ristrutturazioni) siano stati sostenuti per intero, o in proporzione nettamente maggioritaria, da uno solo dei due conviventi. Alla fine della relazione sentimentale, il partner che ha immesso la liquidità agisce in giudizio chiedendo la restituzione delle somme versate per la metà altrui o pretendendo che la comproprietà venga riproporzionata, invocando l’istituto civilistico dell’arricchimento senza giusta causa (art. 2041 c.c.) o la ripetizione dell’indebito.
L’orientamento consolidato della Corte di Cassazione oppone a queste richieste un principio severo ma coerente con la natura comunitaristica della convivenza. I giudici supremi stabiliscono regolarmente che i versamenti di denaro, le contribuzioni al pagamento del mutuo o le prestazioni effettuate da un convivente in favore dell’altro, funzionali alla conduzione della vita in comune o all’acquisto della casa familiare, non configurano un illecito arricchimento a danno di chi ha pagato. Tali apporti vengono ricondotti alle obbligazioni naturali (art. 2034 del Codice civile). Tra le pronunce più recenti si segnalano l’ordinanza n. 11337/2025, sul pagamento delle rate di mutuo della casa di proprietà della compagna, e la sentenza n. 1277/2014.
Un’obbligazione naturale consiste in un dovere morale o sociale che l’ordinamento non impone coercitivamente ma che, una volta adempiuto spontaneamente da un soggetto capace, non ammette la restituzione di quanto prestato (la cosiddetta irripetibilità o soluti retentio). La giurisprudenza interpreta il pagamento delle rate del mutuo da parte del convivente economicamente più forte come la spontanea esecuzione dei doveri di solidarietà, collaborazione e mutua assistenza materiale inerenti alla famiglia di fatto, a patto che il versamento sia proporzionato alle condizioni economiche di chi lo effettua. Pertanto, cessato il vincolo affettivo, chi ha sostenuto il peso economico non ha nessun diritto automatico a ottenere il rimborso delle quote di mutuo pagate durante la convivenza.
L’azione di ingiustificato arricchimento trova spazio unicamente in un caso eccezionale: quando il sacrificio economico è manifestamente eccedente rispetto ai doveri morali e sociali derivanti dalla convivenza e alle capacità reddituali di chi ha pagato. In quella fattispecie, dimostrata la sproporzione, il giudice può riconoscere un indennizzo.
LEGGI ANCHE Affidamento esclusivo: cosa comporta e come ottenerlo

Come tutelarsi con un contratto di convivenza
Al fine di mitigare l’incertezza e ridurre l’imprevedibilità del giudizio, la Legge 76/2016 ha introdotto nel nostro ordinamento uno strumento negoziale: il contratto di convivenza (art. 1, commi 50 e seguenti).
Il contratto può contenere le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno, e la scelta del regime patrimoniale della comunione dei beni (comma 53). Secondo parte della dottrina l’elenco non è tassativo: i conviventi possono quindi inserire anche clausole sul rimborso delle somme anticipate, sul conguaglio o sul riequilibrio delle quote in caso di scioglimento della convivenza.
Il contratto non può invece essere sottoposto a termine o condizione: se inseriti, si considerano non apposti (comma 56). Altre clausole utili sono i tempi di rilascio dell’abitazione in assenza di figli, i criteri di valutazione dell’immobile, la nomina di un perito in caso di disaccordo e il diritto di opzione o prelazione incrociata per l’acquisto della quota dell’altro.
Il contratto di convivenza non vincola la banca, che non è obbligata ad accettare un accollo liberatorio. Non può derogare alle regole fiscali, né all’assegnazione della casa disposta dal giudice a tutela dei figli. Può però trasformare un insieme di obbligazioni indefinite in un vincolo preciso tra le parti, e riduce il rischio di dover chiedere al giudice di valutare l’entità di un arricchimento senza causa.
Se la tua convivenza è finita e la casa è cointestata, parlane con un avvocato prima di firmare un atto dal notaio, di lasciare l’immobile o di smettere di pagare il mutuo. Un professionista ti aiuta a valutare il valore della quota, l’accollo del mutuo, le imposte e i tempi. Ti aiuta anche a scegliere tra un accordo e il giudizio di divisione. Se ci sono figli, può proporre un’intesa unica su casa e mantenimento.
Casa cointestata e fine convivenza – Domande frequenti
No. La tua quota (di norma il 50%) resta tua finché non firmi un atto notarile di cessione o non c’è una sentenza di divisione (artt. 1100 e seguenti c.c.).
Sì, se la banca non ti libera. L’accollo ti scioglie dal debito solo con il consenso espresso della banca (art. 1273 c.c.); altrimenti resti obbligato in solido (art. 1292 c.c.).
Il giudice può assegnare la casa al genitore con cui i figli vivono (art. 337-sexies c.c.). L’assegnazione non cambia le quote di proprietà né il mutuo.
Di regola no: la Cassazione le considera adempimento di un’obbligazione naturale (art. 2034 c.c.), come nell’ordinanza n. 11337/2025. Fa eccezione solo il sacrificio economico sproporzionato rispetto alle tue condizioni.
Se la casa era sua, puoi restarci da due a cinque anni (almeno tre con figli minori o disabili). È un diritto personale di godimento e non un diritto di abitazione a vita (legge 76/2016, art. 1, comma 42).
Riferimenti normativi
- legge 20 maggio 2016, n. 76, articolo 1, commi 36, 42, 43, 50, 51, 53 e 56;
- articoli 540, 1100, 1101, 1108, 1111, 1116, 1273, 1292, 1299, 2034, 2041 e 2643 del Codice civile;
- articoli 337-bis, 337-sexies e 720 del Codice civile;
- decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28, articolo 5;
- legge 6 marzo 1987, n. 74, articolo 19;
- decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, articolo 34;
- Corte di cassazione, Sezioni Unite, sentenza 9 giugno 2022, n. 18641;
- Corte di cassazione, sentenza 1° luglio 2022, n. 20956;
- Corte di cassazione, ordinanza n. 11337/2025 e sentenza n. 1277/2014;
- Agenzia delle Entrate, risposta a interpello n. 244/2022 e risposta a interpello n. 463/2019.
Vuoi una consulenza legale sull'argomento? Chiedi Gratis ad un Avvocato
- +3000 avvocati pronti ad ascoltarti
- Consulenza Legale Online - Telefonica, in webcam, scritta o semplice preventivo gratuito
- Anonimato e Riservatezza - La tua consulenza verrà letta solo dall'avvocato che accetterà di rispondere
Altro su Diritti reali e immobiliari
Approfondimenti, novità e guide su Diritti reali e immobiliari