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#8marzo: la classifica dei 5 Paesi in cui le donne vivono peggio

In occasione della Giornata internazionale della donna, vogliamo parlare delle condizioni (terribili) che le donne si trovano ancora oggi ad affrontare in Afghanistan, India, Siria, Somalia e Arabia Saudita.

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Redazione deQuo
08 Marzo 2026
paesi in cui le donne vivono peggio
  • L’Afghanistan applica un regime di apartheid di genere istituzionalizzato, sancito dalla Legge sulla propagazione della virtù del 2024, che elimina la presenza femminile dallo spazio pubblico e legalizza forme di schiavitù attraverso i nuovi regolamenti penali del 2026.
  • In India e in Siria, le recenti riforme normative, tra cui il nuovo Codice penale indiano e la costituzione provvisoria siriana del 2025, presentano gravi lacune sistemiche, mantenendo attive le esenzioni per lo stupro coniugale e le attenuanti per i delitti d’onore.
  • In Somalia e in Arabia Saudita, l’assenza di una legge nazionale contro le mutilazioni genitali e la codificazione del sistema di tutela maschile limitano i diritti fondamentali, sebbene le recenti leggi statali del Galmudug e le riforme saudite sui divorzi offrano ristretti margini di tutela legale.

Il progresso globale verso la parità di genere ha subito una severa battuta d’arresto. I dati pubblicati dal Women, Peace and Security Index 2025/26 (WPS Index), l’indice globale curato dal Georgetown Institute for Women, Peace and Security che misura l’inclusione, la giustizia e la sicurezza femminile in 181 nazioni, tracciano un quadro allarmante. A livello globale, 676 milioni di donne vivono oggi in un raggio di 50 chilometri da conflitti armati, il numero più alto mai registrato dal 2010, segnando un incremento del 74%.

Il Global Gender Gap Report 2025, redatto dal World Economic Forum, quantifica il divario residuo stimando che, mantenendo il ritmo di progresso attuale, occorreranno 123 anni per raggiungere una reale parità di genere globale nei settori dell’economia, dell’istruzione, della salute e della politica. L’indice globale fissa il punteggio medio di parità al 68,8%, evidenziando come nessuna economia al mondo abbia ancora raggiunto la piena uguaglianza.

La gravità della situazione emerge in modo netto analizzando i Paesi che occupano gli ultimi posti delle classifiche internazionali. Le giurisdizioni in fondo alle liste sono quelli in cui l’assenza di tutele legali si mescola a conflitti endemici o regimi teocratici radicali.

In queste righe, abbiamo stilato una classifica dei 5 Paesi in cui le donne vivono peggio, a causa di carenze legislative, interpretazioni radicali del diritto religioso o inefficienze strutturali, che generano i contesti legali più pericolosi per le donne.

Si tratta di:

  1. Afghanistan;
  2. India;
  3. Siria;
  4. Somalia;
  5. Arabia Saudita.

1. La condizione delle donne in Afghanistan sotto il regime dei talebani

La struttura giuridica dell’Afghanistan ha subito un totale smantellamento a partire dall’agosto 2021. Le autorità di fatto hanno annullato la costituzione precedente e dissolto i tribunali civili, sostituendoli con un’interpretazione inflessibile della Sharia (la legge islamica). Il risultato di questo processo è un sistema legale che si basa quasi esclusivamente su editti e decreti emanati dal leader supremo, i quali hanno progressivamente espulso la popolazione femminile dallo spazio pubblico.

La pietra angolare di questo sistema di segregazione è la Law on the Promotion of Virtue and the Prevention of Vice (Legge sulla propagazione della virtù e la prevenzione del vizio), promulgata il 31 Luglio 2024. Questa normativa, composta da 4 capitoli e 35 articoli, converte le limitazioni comportamentali in illeciti penali perseguiti direttamente dalla polizia morale, incardinata nel Ministero per la Propagazione della Virtù.

Il legislatore afghano ha redatto il testo con l’intento specifico di rendere le donne invisibili. L’articolo 13 della legge stabilisce un rigido codice di abbigliamento, obbligando le cittadine a coprire interamente il corpo e il volto per prevenire la fitna (la tentazione o il disordine morale). La medesima disposizione normativa vieta esplicitamente che la voce di una donna venga udita in pubblico. La legge equipara la voce femminile a un elemento intimo che deve essere celato; di conseguenza, alle donne afghane è legalmente precluso parlare, cantare, recitare poesie o leggere ad alta voce al di fuori delle mura domestiche, pena l’arresto.

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condizioni delle donne in aghanistan
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Divieto di movimento e istruzione

Il divieto di movimento è altrettanto rigoroso. Le donne non possono utilizzare nessun mezzo di trasporto pubblico, né viaggiare se non sono accompagnate da un mahram, un tutore maschile legato da stretti vincoli di sangue o di matrimonio. L’articolo 15 impone a oltre 3.300 agenti governativi maschi di applicare queste direttive con ampi poteri coercitivi e discrezionali, sanzionando le trasgressioni con arresti arbitrari e detenzioni. L’articolo 23 estende la giurisdizione degli ispettori anche alle minoranze religiose e ai richiedenti asilo, imponendo a chiunque viva sotto il governo islamico di non compiere atti contrari alla dottrina di Stato.

Le conseguenze di questo impianto normativo sono devastanti a livello statistico e sociale. Come confermato da Alison Davidian, rappresentante di UN Women nel Paese, ad oggi nessuna donna in Afghanistan occupa una posizione di leadership politica o amministrativa a livello nazionale o provinciale. Le poche donne ancora impiegate nelle strutture governative talebane svolgono l’unica mansione di monitorare e perquisire altre donne per garantire l’aderenza alle norme di abbigliamento. L’Afghanistan rimane l’unico Stato sovrano al mondo a vietare legalmente l’istruzione femminile oltre il sesto grado (la scuola primaria).

L’abuso domestico legalizzato

Il quadro penale ha subito un ulteriore aggravamento il 7 Gennaio 2026, quando l’emiro dei talebani ha firmato e reso immediatamente esecutivo un nuovo decreto intitolato Criminal Procedural Regulations for Courts. Questo testo, composto da 119 articoli divisi in 3 capitoli e 10 sezioni, formalizza la divisione della società afghana in rigide classi sociali. La legge distingue giuridicamente tra persone “libere” e “schiavizzate”, garantendo l’impunità di fatto agli studiosi religiosi e ai cosiddetti “nobili”, mentre riserva le punizioni corporali più severe alle classi inferiori.

Ancora più allarmante è la legalizzazione della violenza domestica operata da questo regolamento. Il testo normativo declassa le violenze fisiche subite in ambito familiare da reato penale a questione puramente privata. Delegando ai privati cittadini il potere di infliggere punizioni fisiche alle donne della propria famiglia, lo Stato afghano viola il divieto assoluto di tortura e trattamenti crudeli o degradanti sancito dal diritto internazionale. Convertendo l’abuso domestico in violenza sanzionata dallo Stato, il regime espone la popolazione femminile a un rischio quotidiano e sistematico.

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Senza volto e senza diritti

Le Nazioni Unite hanno espresso condanne durissime. Richard Bennett, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, ha affermato nel suo rapporto del 2024 che l’istituzionalizzazione di questo sistema di discriminazione costituisce una “persecuzione di genere” e si configura a tutti gli effetti come un regime di “apartheid di genere”, un crimine contro l’umanità. Ravina Shamdasani, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), ha dichiarato che la legge tenta di rendere le donne delle “ombre senza volto e senza voce”. Sima Bahous, Direttore Esecutivo di UN Women, ha sottolineato come le donne afghane siano divenute “prigioniere virtuali nelle proprie case”, vittime di un sistema basato sull’oppressione di massa.

In risposta a queste palesi violazioni, nel settembre 2024, i governi di Germania, Australia, Canada e Paesi Bassi hanno avviato un’azione legale internazionale per trascinare l’Afghanistan davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. I Paesi ricorrenti accusano le autorità di fatto di aver violato gli obblighi vincolanti assunti ratificando la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW). Sebbene questa via legale rappresenti una speranza per il futuro, i tempi della giustizia internazionale restano lunghi e l’efficacia delle sanzioni contro un governo non riconosciuto ufficialmente pone complessi interrogativi giuridici.

donne in india

2. I crimini contro le donne in India

L’India presenta un paradosso giurisprudenziale profondo. A differenza dell’Afghanistan, la nazione possiede una legislazione democratica, complessa e stratificata, orientata alla tutela dei diritti civili. Tuttavia, le norme faticano a tradursi in una protezione reale a causa di insormontabili barriere socio-culturali, difetti strutturali nel sistema di polizia e inefficienze nei tempi della giustizia processuale.

Le dimensioni del fenomeno criminale sono tracciate dal National Crime Records Bureau (NCRB) nel suo ultimo rapporto ufficiale “Crime in India”, relativo all’anno 2023. I dati confermano una tendenza in costante crescita. Nel 2023, il Paese ha registrato 448.211 casi formali di crimini contro le donne, segnando un aumento rispetto ai 445.256 casi del 2022 e ai 428.278 del 2021. Questo volume si traduce in una media di oltre 51 denunce presentate alla polizia ogni singola ora.

Le fattispecie di reato più frequenti registrate dal NCRB delineano i contorni del pericolo quotidiano vissuto dalle donne indiane:

  • la crudeltà da parte del marito o dei suoi parenti copre la quota maggioritaria, con 133.676 casi, pari a quasi un terzo del totale dei reati di genere;
  • il rapimento e il sequestro di persona contano 88.605 casi;
  • l’aggressione con l’intento di oltraggiare il pudore registra 83.891 casi
  • i procedimenti per stupro ammontano a 29.670 casi;
  • le morti per dote (dowry deaths), omicidi legati alle estorsioni economiche familiari, raggiungono l’agghiacciante cifra di 6.156 casi all’anno.

La riforma del codice penale indiano non è abbastanza

Per modernizzare il sistema giudiziario ereditato dall’era coloniale britannica, il 1° Luglio 2024 l’India ha introdotto una riforma epocale del proprio diritto penale, mandando in pensione il vecchio Indian Penal Code (IPC) del 1860 e adottando il Bharatiya Nyaya Sanhita (BNS). Il nuovo c.p. indiano consolida tutti i reati contro le donne e i bambini all’interno di un unico capitolo dedicato, il Capitolo V, introducendo sanzioni pecuniarie e detentive più severe per i criminali, ma conservando al contempo alcune impostazioni giuridiche controverse.

Una delle innovazioni più dibattute nel mondo forense indiano è l’articolo 69 del BNS. Questa norma interviene su un fenomeno peculiare del subcontinente: penalizza i rapporti sessuali ottenuti tramite “mezzi ingannevoli”. La definizione di legge include esplicitamente l’induzione ad avere rapporti attraverso una falsa promessa di impiego, di promozione o, soprattutto, una falsa promessa di matrimonio celando la propria identità, prevedendo pene fino a 10 anni di carcere e multe. La norma intende proteggere le donne vulnerabili da manipolazioni predatrici, ma la giurisprudenza della Corte Suprema Indiana è estremamente rigorosa nell’applicare la legge per evitare abusi strumentali della fattispecie penale.

In una sentenza dirimente del 5 Febbraio 2026, i giudici della Corte Suprema B.V. Nagarathna e Ujjal Bhuyan hanno annullato un’indagine (First Information Report, FIR) per stupro basato su una promessa di matrimonio non mantenuta. La Corte ha stabilito che “il semplice fatto che le parti abbiano avuto rapporti fisici a seguito di una promessa di matrimonio non equivale a stupro in ogni caso”, evidenziando come i tribunali debbano prestare estrema attenzione nel distinguere una violenza sessuale da “un classico caso di relazione consensuale diventata acrimoniosa”. I magistrati hanno rimproverato le parti, in questo caso due avvocati, chiedendo loro di non coinvolgere lo Stato nei rancori di natura personale.

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L’odiosa eccezione per lo stupro coniugale

Il limite più grave e strutturale dell’intero impianto normativo indiano, aspramente contestato da decenni dalle organizzazioni per i diritti civili, resta la cosiddetta “Eccezione per lo stupro coniugale” (Marital Rape Exception). Il nuovo codice, nonostante le riforme, ha mantenuto intatta questa clausola di salvaguardia. L’articolo 63 del BNS (che definisce la nozione di stupro) stabilisce l’eccezione secondo cui i rapporti sessuali o gli atti sessuali compiuti da un uomo con la propria moglie, purché questa non abbia meno di 18 anni, non costituiscono mai legalmente stupro.

Il dibattito è arrivato ai vertici della giurisdizione. A partire dal 17 Ottobre 2024, una giuria di tre giudici della Corte Suprema, guidata dal Chief Justice D.Y. Chandrachud insieme ai giudici J.B. Pardiwala e Manoj Misra, ha iniziato a esaminare una serie di petizioni (tra cui gli appelli contro un verdetto diviso dell’Alta Corte di Delhi del 2022) volte a dichiarare incostituzionale questa esenzione.

Gli avvocati ricorrenti, tra cui Karuna Nundy, sostengono che l’eccezione violi in modo palese gli articoli 14, 15, 19 e 21 della Costituzione indiana. L’argomentazione forense è cristallina: l’esenzione annulla il valore del consenso della donna esclusivamente in base al suo stato civile, creando un’immunità legale assoluta per il marito e una gerarchia di oppressione sanzionata dallo Stato. Nonostante l’elevata attenzione mediatica e la pressione pubblica sulle istituzioni, il Governo ha difeso l’eccezione richiamando la necessità di preservare la “santità del matrimonio”, e la norma rimane tuttora pienamente in vigore.

Secondo le indagini campionarie del National Family Health Survey–5, il 32% delle donne sposate in India ha subito violenza fisica, sessuale o emotiva dal proprio coniuge nel corso della vita, ma solo una minima frazione di queste donne si rivolge alle forze dell’ordine. La sfiducia verso la polizia, i tempi biblici dei processi e lo stigma sociale mantengono il fenomeno confinato nell‘omertà domestica.

donne in siria condizioni

3. La condizione delle donne in Siria

Dopo quattordici anni di un conflitto armato devastante, caratterizzato da bombardamenti indiscriminati, uso di armi chimiche e un brutale assedio sulle popolazioni civili, la caduta del regime di Bashar al-Assad, avvenuta l’8 Dicembre 2024, ha proiettato la Siria in una fase di transizione politica estremamente complessa. Il Paese sconta le ferite di una guerra che ha annientato le infrastrutture civili e generato milioni di sfollati, ma le conseguenze più profonde e durature sono state subite dalle donne.

L’impatto di genere della guerra è tangibile nelle statistiche demografiche e sanitarie. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i rapporti delle agenzie ONU rivelano che quasi una famiglia siriana su tre è oggi guidata esclusivamente da una donna, spesso costretta a questo ruolo a causa della morte del marito o della sua sparizione forzata nei centri di detenzione militari. Oltre sei milioni di siriani necessitano di assistenza nutrizionale di base, e il 74% di questa platea è composta da donne e bambine.

Il Syrian Network for Human Rights (SNHR), nel suo rapporto annuale del novembre 2024, stima che non meno di 11.268 donne arrestate dallo scoppio della rivoluzione nel marzo 2011 siano tuttora detenute illegalmente o scomparse con la forza, la stragrande maggioranza delle quali nelle prigioni del regime caduto. Le donne siriane convivono quotidianamente con il rischio di subire rapimenti per estorsione, violenze sessuali usate come strumento di terrore e la coercizione verso matrimoni precoci o temporanei come meccanismo di sopravvivenza economica.

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La nuova Costituzione (provvisoria) siriana

Sul piano istituzionale, il vuoto di potere lasciato dal collasso del regime ha portato alla formazione di un governo ad interim. Il 13 Marzo 2025, l’attuale leader e presidente provvisorio Ahmed al-Sharaa ha firmato la Constitutional Declaration of the Syrian Arab Republic (Dichiarazione Costituzionale o Costituzione provvisoria), un documento di 53 articoli concepito per guidare il Paese in un periodo transitorio della durata di cinque anni, come stabilito dall’Articolo 52, fino all’indizione di libere elezioni.

Da una prima lettura formale, il testo costituzionale sembra voler rompere con il passato autocratico e garantire l’uguaglianza tra i cittadini. L’articolo 10 sancisce il principio fondamentale secondo cui tutti i cittadini siriani sono uguali di fronte alla legge nei diritti e nei doveri, senza alcuna discriminazione basata su razza, religione, genere o lignaggio.

Nello specifico, il legislatore transitorio ha dedicato un intero articolo alla condizione femminile. L’articolo 21 (Status delle donne) stabilisce testualmente due principi chiave:

  • lo Stato preserverà lo status sociale delle donne, proteggerà la loro dignità e il loro ruolo all’interno della famiglia e della società, e garantirà il loro diritto all’istruzione e al lavoro;
  • lo Stato garantirà i diritti sociali, economici e politici delle donne, proteggendole da ogni forma di oppressione, ingiustizia e violenza.

Diritti e incongruenze

Questa dichiarazione di intenti garantista si scontra violentemente con altre disposizioni della medesima Costituzione e con l’apparato normativo civile e penale ancora in vigore. Il nodo cruciale è rappresentato dall’articolo 3 della Costituzione provvisoria, il quale ribadisce che la giurisprudenza islamica (Sharia) costituisce la fonte principale della legislazione e che la religione del Presidente della Repubblica deve essere l’Islam. Questa subordinazione del diritto civile ai dettami religiosi si riverbera sui tribunali della famiglia, dove le questioni di stato personale (matrimonio, divorzio, eredità) continuano a discriminare le donne e a limitare la loro capacità di autodeterminazione.

Il punto più grave e pericoloso per la vita delle cittadine siriane riguarda le disposizioni del Codice penale siriano, redatto nel 1949 e mai modificato nelle sue parti più retrive, che continuano ad applicare una cultura patriarcale del controllo. Il c.p. non criminalizza lo stupro coniugale e prevede tuttora riduzioni di pena se un aggressore sessuale sposa la propria vittima. Inoltre, la legge non vieta esplicitamente la violenza domestica, consentendo genericamente agli uomini di “disciplinare le proprie parenti donne in una forma consentita dalle usanze generali”.

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I delitti d’onore

La massima espressione dell’impunità garantita per legge si manifesta nei cosiddetti “delitti d’onore“. Nel 2009, il precedente regime aveva abrogato il famigerato articolo 548 del c.p., che esentava totalmente da pena gli uomini che assassinavano le proprie parenti colte in flagranza di un atto sessuale illegittimo. L’abrogazione non ha eliminato le scappatoie legali per i femminicidi. Il codice penale mantiene tuttora intatto l’articolo 192, che permette ai giudici di ridurre drasticamente le sentenze (commutando le pene per omicidio a soli due anni di reclusione) se ritengono che il crimine sia stato commesso spinti da un “motivo onorevole”. Poiché la legge non definisce in modo stringente cosa costituisca un movente d’onore, la valutazione è lasciata alla totale discrezionalità del magistrato di turno.

A questo si somma l’articolo 242, che concede ampie attenuanti a chiunque (uomo o donna) commetta un omicidio in uno stato di collera cieca provocato da un atto illegale compiuto dalla vittima. Considerando che le relazioni extraconiugali costituiscono un reato nell’ordinamento siriano, un marito che uccide la moglie sospettata di tradimento gode automaticamente di un trattamento penale di favore, rendendo la vita della donna ostaggio del giudizio morale familiare.

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L’assenza di tutele legali reali

La persistenza di queste attenuanti giurisprudenziali genera un clima di costante pericolo. Le organizzazioni sul campo documentano come l’assenza di protezione statale permetta il continuo verificarsi di esecuzioni extragiudiziali intrafamiliari. Un caso che ha scosso l’opinione pubblica è il recente “massacro di Manbij”, avvenuto il 6 Aprile 2025. In quell’occasione, una giovane donna di nome Rahaf Alwan è stata brutalmente assassinata a colpi di fucile d’assalto Kalashnikov dal proprio fratello in strada. L’esecuzione è stata filmata e diffusa sui social media. Nonostante le prove pubbliche inconfutabili, le organizzazioni siriane hanno denunciato la totale inazione delle autorità giudiziarie e di sicurezza del governo di transizione, che non sono intervenute per arrestare il responsabile né per fornire protezione alla famiglia della vittima.

Sul fronte della giustizia post-bellica, il governo ha tentato un passo avanti istituzionale. Il 17 Maggio 2025, il presidente ad interim ha emanato il Decreto n. 20, che istituisce formalmente la Commissione Nazionale per la Giustizia di Transizione, dotandola di indipendenza amministrativa e finanziaria. Tuttavia, le associazioni femministe, tra cui il Syrian Women’s Political Movement, hanno aspramente criticato il provvedimento, evidenziando come la stesura del decreto sembri limitare il mandato investigativo ai soli crimini commessi dalle forze del regime di Assad, ignorando volutamente le gravi violazioni dei diritti umani, gli stupri e le sparizioni forzate perpetrate nel corso del decennio dalle diverse fazioni armate dell’opposizione e dai gruppi radicali. Questo approccio selettivo rischia di lasciare migliaia di donne sopravvissute prive di accesso ai tribunali, a risarcimenti o alla verità sulla sorte dei propri familiari scomparsi.

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donne in somalia diritti negati

4. Le mutilazioni genitali femminili in Somalia

La Somalia rappresenta uno degli scenari più critici al mondo per la sopravvivenza e l’integrità fisica delle donne. Le sfide per la popolazione femminile derivano dall’instabilità cronica, dalla fragilità delle istituzioni statali di fronte al potere delle corti islamiche e dei clan tradizionali, e dall’estrema povertà.

La manifestazione più cruenta del controllo sul corpo femminile in Somalia è la pratica delle Mutilazioni Genitali Femminili (FGM o MGF). Le statistiche sono drammatiche e non mostrano segni di reale flessione. Secondo l’ultimo grande studio demografico ufficiale, il Somali Health and Demographic Survey, il 99.2% delle donne residenti in Somalia tra i 15 e i 49 anni ha subito una forma di mutilazione genitale. La procedura chirurgica, spesso praticata da esecutori tradizionali senza alcuna competenza o strumento medico sterile, viene imposta prevalentemente su bambine tra i 5 e i 14 anni di età.

L’usanza è profondamente radicata nelle convenzioni sociali del Paese, dove l’asportazione dei genitali è considerata erroneamente un requisito religioso, un elemento essenziale per garantire la castità, preservare l’onore della famiglia e aumentare le prospettive di contrarre un matrimonio vantaggioso (e incassare la relativa dote). Il legame con i matrimoni infantili è diretto: il 45% delle ragazze somale viene dato in sposa prima del compimento del diciottesimo anno di età. Le conseguenze sulla salute pubblica sono devastanti, traducendosi in infezioni croniche, altissimi tassi di mortalità materna durante il parto, dolori lancinanti e traumi psicologici permanenti.

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L’opposizione (meramente formale) alle MGF

Dal punto di vista del diritto pubblico, lo Stato somalo ha formalmente ripudiato la pratica a livello costituzionale. L‘articolo 15, comma 4 della Costituzione provvisoria federale del 2012 (attualmente in vigore) assume una posizione inequivocabile, recitando testualmente: “La circoncisione femminile è una pratica consuetudinaria crudele e degradante, ed equivale a tortura. La circoncisione delle bambine è proibita”.

Tuttavia, la proclamazione di un divieto costituzionale risulta inutile in assenza di una legge ordinaria che ne delinei i confini sanzionatori. A livello federale, la Somalia non possiede nessuna legislazione penale specifica che criminalizzi esplicitamente le mutilazioni genitali femminili, definisca le fattispecie del reato o stabilisca sanzioni pecuniarie e carcerarie chiare per i medici, le levatrici o i familiari che ordinano l’intervento. Il Codice penale somalo del 1962, tuttora utilizzato, punisce in modo generico le “lesioni personali” fisiche o mentali, ma queste clausole di stampo generale non vengono di fatto mai applicate dai tribunali ai casi di FGM. I procuratori e le forze di polizia si rifiutano di perseguire la pratica a causa della formidabile resistenza sociale e politica, inclusa la pressione diretta dei leader religiosi conservatori e degli anziani dei clan locali, che detengono il vero potere sul territorio.

La prima legge contro le mutilazioni genitali femminili

Nonostante questo vuoto normativo centrale, il 12 Maggio 2024 si è registrato un precedente giuridico storico a livello decentrato. Lo Stato del Galmudug (uno degli Stati membri della Repubblica Federale di Somalia) ha approvato e firmato la prima Legge anti-FGM della storia somala, diventando la prima giurisdizione del Paese a criminalizzare la pratica in tutte le sue forme, superando le resistenze religiose locali grazie a una forte campagna condotta da associazioni femminili e sostenuta dall’ONU.

L’approvazione della norma statale in Galmudug è stata salutata dall’Inviato Speciale delle Nazioni Unite come una pietra miliare assoluta, dimostrando che la riforma legale è possibile anche all’interno del peculiare contesto politico somalo, e fungendo da modello per altri Stati federali, come il Jubaland e il South West State, che hanno iniziato a redigere bozze di legge simili. Le pene specifiche previste da queste norme locali variano, ma seguono l’impianto delle leggi delle nazioni africane limitrofe (come il Kenya, dove la pena minima prevede 3 anni di reclusione o multe di circa 1.500 dollari americani), garantendo un primo vero deterrente penale.

L’urgenza di estendere questo modello di legge penale a livello federale si scontra, però, con le manovre opposte operate dai settori conservatori della politica somala. Il 30 marzo 2024, il Parlamento bicamerale somalo ha votato su una serie di emendamenti costituzionali che hanno generato profonda preoccupazione tra i giuristi di Human Rights Watch. Gli emendamenti proposti mirano ad abbassare la soglia legale dell’età della maggiore età. Modificando questa definizione, il legislatore abbasserebbe gli standard di giustizia minorile e aumenterebbe vertiginosamente il rischio legale di matrimoni infantili forzati, offrendo parallelamente scappatoie legali per permettere l’esecuzione di certe forme di mutilazioni genitali qualificate ingannevolmente come pratiche “tradizionali accettabili”.

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peggiori condizioni legali per le donne nel mondo

5. Donne e diritti negati in Arabia Saudita

L’Arabia Saudita è al centro di un rapido processo di riforme economiche e sociali guidate dall’alto, raggruppate sotto l’egida dell’iniziativa strategica “Vision 2030”, promossa dal Principe Ereditario Mohammed bin Salman. In quest’ottica di modernizzazione statale, il Regno ha affrontato la revisione del proprio diritto di famiglia, un settore storicamente governato dalla dottrina religiosa. L’8 marzo 2022 (non a caso, in occasione della Giornata Internazionale della Donna), il re Salman bin Abdulaziz ha promulgato tramite il Regio Decreto n. M/73 la prima Personal Status Law (PSL) (Legge sullo Status Personale) della storia del Paese.

Prima dell’entrata in vigore del testo nel giugno 2022, l’Arabia Saudita non possedeva un codice della famiglia scritto. Le delicate questioni inerenti a matrimoni, divorzi, alimenti e affidamento dei figli non erano disciplinate da norme positive, ma venivano decise caso per caso dai singoli giudici (qadi) dei tribunali della Sharia. I giudici applicavano la propria interpretazione delle scritture islamiche, generando un’enorme incertezza del diritto, sentenze spesso in contraddizione tra loro e una costante supremazia della visione patriarcale a danno delle donne.

La nuova legge, composta da 252 articoli divisi in 8 capitoli, ha il merito formale di uniformare il diritto di famiglia. Nonostante ciò, il testo ha suscitato fortissime critiche da parte delle organizzazioni internazionali come Human Rights Watch e Amnesty International. Il nodo del contendere è che la legge, invece di smantellarlo, ha finito per istituzionalizzare e codificare il rigido sistema di tutela maschile (Nizam Al-Wilayah), cristallizzando le discriminazioni di genere in norme di Stato inviolabili.

Per limitare l’eccessiva discrezionalità dei giudici e arginare i casi più eclatanti di abusi da parte dei tutori, il 21 febbraio 2025 il governo ha pubblicato i Regolamenti Attuativi della PSL, composti da ulteriori 41 articoli. Le norme principali di questo nuovo assetto giuridico saudita regolano la vita delle cittadine in tre macro-aree fondamentali:

  1. matrimonio;
  2. divorzio;
  3. custodia e affidamento dei figli.

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1. Matrimonio e limitazioni della tutela maschile

L‘articolo 9 della PSL stabilisce un progresso formale fissando finalmente l’età legale minima per il matrimonio a 18 anni, divieto prima inesistente. Purtroppo, però, i regolamenti attuativi del 2025 permettono ancora ai tribunali di concedere deroghe per i matrimoni di minorenni, sebbene ora subordinino tale concessione alla presentazione di perizie mediche, psicologiche e sociali ufficiali che attestino la “maturità” del minore.

Sul fronte del consenso, le donne saudite necessitano in ogni caso dell’approvazione formale di un Wali (un tutore maschile, solitamente il padre o il fratello) per poter stipulare un contratto di matrimonio. La legge introduce comunque una valvola di sicurezza: l’articolo 20 autorizza i giudici ad annullare il rifiuto del tutore se la corte ritiene che l’opposizione sia “irragionevole”.

Questa condizione, nota nel diritto islamico come Al-Adhl (l’ingiustificato impedimento al matrimonio), permette alla donna di presentare una petizione in tribunale. Se il giudice accerta un modello di ostruzionismo sistematico da parte del tutore, può spogliarlo del suo ruolo e nominare un tutore alternativo per permettere lo svolgimento delle nozze.

donne in arabia saudita

2. Divorzio e diritto agli alimenti

Le differenze di genere si acuiscono nelle procedure di separazione. Mentre gli uomini sauditi mantengono l’assoluto diritto al divorzio unilaterale e incondizionato, le donne devono affrontare un tortuoso e oneroso iter giudiziario. La donna può richiedere al giudice il faskh (l’annullamento giudiziale del matrimonio) provando che il marito non adempie ai propri doveri o le reca danno. I nuovi regolamenti stabiliscono che se la colpa della rottura è imputabile al marito, la donna può separarsi senza dover fornire compensazioni economiche; se invece la colpa è della moglie (o se la separazione avviene su sua esclusiva richiesta senza giusta causa tramite Khul’), ella è obbligata per legge a restituire la dote nuziale.

Il diritto al mantenimento economico (gli alimenti) è severamente condizionato. La PSL stabilisce che il sostegno finanziario del marito è vincolato all’obbedienza della moglie. La donna perde legalmente il diritto al mantenimento se rifiuta di avere rapporti, di trasferirsi o di risiedere nella casa coniugale designata dal coniuge “senza una scusa legittima”, o se viaggia senza permesso.

Per rendere più trasparente e rapido il calcolo del mantenimento per le donne aventi diritto e per i figli, il Ministero della Giustizia saudita ha introdotto nel sistema l’uso di un “Calcolatore online” degli alimenti a disposizione dei giudici. L’algoritmo stima i costi in base a parametri oggettivi, quali il reddito del padre, i debiti, il costo degli affitti, le spese mediche, le assicurazioni e i sussidi governativi. I tribunali esecutivi hanno applicato queste norme, gestendo in un solo anno 3.235 richieste di recupero crediti per alimenti non pagati, sbloccando fondi per un valore superiore a 62 milioni di riyal sauditi (SAR), equivalenti a circa 15 milioni di euro.

L’articolo 58 specifica inoltre che gli alimenti per i figli maschi cessano quando raggiungono la capacità di guadagno (solitamente i 18 anni), mentre per le figlie femmine l’obbligo di mantenimento prosegue ininterrottamente fino al giorno del loro matrimonio.

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3. Custodia e affidamento

Una delle riforme più apprezzate della legge del 2022 e dei regolamenti del 2025 riguarda l’affidamento dei figli minori. Storicamente, la giurisprudenza islamica saudita imponeva che una donna divorziata perdesse quasi in automatico la custodia dei propri figli qualora decidesse di risposarsi con un uomo esterno alla famiglia, assegnando la custodia al padre o ai nonni paterni.

I nuovi regolamenti operano un’inversione, ponendo al centro il principio del “superiore interesse del minore”. Nello specifico, l’articolo 33 stabilisce chiaramente che la madre mantiene l’assoluto diritto alla custodia dei bambini al di sotto dei due anni di età in qualsiasi circostanza, anche qualora dovesse risposarsi con un uomo estraneo al bambino, riconoscendo alla figura materna il ruolo primario insostituibile durante l’infanzia e offrendo chiarezza legale contro i ricorsi pretestuosi degli ex mariti. In aggiunta, la PSL permette alle donne di stabilire la paternità dei figli tramite test del DNA, senza necessitare del consenso dell’ex marito, agevolando l’accesso agli alimenti.

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donne e diritti negati nel mondo

La repressione penale contro le attiviste

Mentre lo Stato emana codici civili per riformare l’architettura familiare, la repressione penale contro le attiviste per i diritti delle donne resta implacabile, minando alla radice l’autenticità delle riforme. L’inquadramento del dissenso politico e dell’attivismo online come atti eversivi di matrice terroristica ha portato i tribunali sauditi a comminare condanne estreme, tese a scoraggiare ogni rivendicazione di uguaglianza.

Un caso emblematico è quello della giovane attivista e istruttrice di fitness Manahel al-Otaibi. Arrestata nel novembre 2022, è stata sottoposta a un processo a porte chiuse davanti al Tribunale Penale Specializzato (SCC, la corte che giudica i crimini di terrorismo). Il 9 gennaio 2024, la corte l’ha condannata a 11 anni di reclusione in un carcere di massima sicurezza. Le “prove” a suo carico, ai sensi della Legge contro i Crimini Informatici e della Legge Antiterrorismo, consistevano nell’aver pubblicato su Snapchat immagini e video di se stessa intenta a passeggiare per un centro commerciale di Riyadh senza indossare l’abaya (la tradizionale veste scura lunga fino ai piedi) e per aver postato su X (ex Twitter) slogan a favore dell’abolizione totale del sistema di tutela maschile.

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La lotta (perenne) al dissenso

Il controllo non si ferma alle porte delle carceri. Molte difensore dei diritti umani che hanno scontato le loro condanne e sono state rilasciate, come la celebre attivista Loujain al-Hathloul (volto noto della campagna per il diritto alla guida delle donne), sono soggette a divieti di espatrio lunghissimi e arbitrari, spesso estesi d’ufficio ai loro parenti più stretti. Questa forma di giustizia punitiva collettiva viene applicata dalle autorità di frontiera per paralizzare le esponenti del dissenso, impedendo loro di denunciare le violazioni dei diritti umani nei consessi internazionali all’estero.

In questo complesso scenario internazionale, i dati dimostrano che la mera codificazione di statuti e l’emanazione di testi costituzionali non equivalgono in modo automatico a una garanzia sostanziale di tutela. Le deroghe procedurali mantenute vive nel BNS indiano e nel codice penale siriano, la drammatica inazione delle istituzioni federali somale contro le FGM, il controllo contrattuale e penale esercitato dall’Arabia Saudita attraverso la PSL, e la palese ed esplicita persecuzione istituzionalizzata instaurata dai talebani in Afghanistan, palesano come l’architettura giuridica possa essere plasmata e piegata per cristallizzare la disuguaglianza. Ne consegue che l’effettiva parità di genere tracciata dalle organizzazioni internazionali rimane, sotto l’egida di queste giurisdizioni, un traguardo giuridico e sociale ancora distante decenni dall’essere realizzato.

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